Mariella Cataldo | Nascita e ideologia del sionismo
Tratto da Mariella Cataldo, La questione palestinese. Alcune note informative generali, pubblicato da La contraddizione. Bimestrale di marxismo, n. 24 (giugno 1991).

Rocce e spine non producono vita e se la vita viene ficcata
a forza nelle fessure di un piano roccioso e spinoso
la si costringe a trsformarsi in rocce e spine.
La vita non può sottomettersi nonostante tutta la brutalità,
la cattiveria e la perfidia umane, perché riesplode sempre
verso l’alto, ai lati, dal basso,
per quanto oggi possa sembrare sottomessa.
E se pure la costringono a pietrificarsi,
non c’è dubbio che un giorno gli esploderà in faccia
Giabra Ibrahim Giabra, poeta palestinese
Il movimento sionista nasce alla fine del secolo scorso (Congresso di Basilea del 1897) “nel bagliore degli incendi provocati dai pogròm russi del 1882 e nel tumulto dell’affare Dreyfus” (Abraham Léon, La concezione materialista della questione ebraica). Esso deve al giornalista viennese Theodor Herzl il fondamento teorico, l’organizzazione, così come una “diplomazia”.
Quattro ipotesi sono alla base dell’edificio costruito da Herzl:
1. l’esistenza di un popolo ebraico;
2. l’impossibilità della sua assimilazione da parte della società nella quale si è velocemente disperso;
3. il suo diritto alla “Terra promessa”;
4. l’inesistenza su questa terra di un altro popolo che abbia anch’esso i suoi diritti [cfr. A. Gresh – D. Vidal].
Il sionismo si fonda dunque sul mito messianico del ritorno alla “terra promessa”. Come osserva Walter Laqueur (Storia del sionismo) “il sionismo ha elaborato un’ideologia, ma le sue pretese ‘scientifiche’ sono inevitabilmente poco convincenti”:
1. Il dibattito sul concetto stesso di ebreo rimane aperto: eccetto la religione, a cui non tutti sono fedeli e che non basta senza dubbio a caratterizzare un popolo, quali saranno i criteri unificatori di questa realtà nazionale? Razziali? Territoriali? Linguistici?
2. La questione dell’assimilazione nei paesi europei e americani è ugualmente controversa: interrotta brutalmente dall’ondata antiebraica della fine del secolo scorso, poi dall’olocausto, essa non si era per questo affermata nettamente; si è addirittura rafforzata all’indomani dello sterminio nazista di 6 milioni di ebrei. Nel 1985 gli ebrei nel mondo erano tra i 16 e i 18 milioni, di cui circa 3,5 in Israele, da 6 a 6,5 milioni in Nord America, 0,5 in America Latina, circa 3 in URSS, 0,5 in Francia e altrettanti in Gran Bretagna; 35.000 in Italia.
3. Il riferimento al testo sacro (la Bibbia) di una religione (in un territorio in cui se ne sono diffuse altre, quali il cristianesimo e l’islamismo) non può legittimare la pretesa unilaterale alla Palestina. Così come non può farlo il riferimento a una occupazione (su 12 altre) di questa terra. Infatti i regni ebraici fondati in Palestina verso il 1000 a. C. erano caduti sotto i successivi assalti degli Assiri, dei Babilonesi e dei Romani. Quando viene soffocata la rivolta di Bar Kokhba, nel 135 d.C., è il segnale della partenza per la maggioranza delle popolazioni ebraiche. Una piccola minoranza risiede a Gerusalemme, Safed, Tiberiade e Hebron: nonostante i pellegrini che erano ritornati, e soprattutto gli esiliati della penisola iberica, alla fine del XV secolo, la comunità ebraica di Palestina non conterà che una decina di migliaia di anime all’inizio del XIX secolo. Gli altri formano in tutto il mondo la diaspora [cfr. Gresh-Vidal].
4. La pretesa sionista sulla Palestina escludeva un altro popolo, i palestinesi, di cui si ignorava perfino l’esistenza. Molti degli ebrei di Russia e Polonia che erano stati invogliati a dirigersi verso la Palestina credevano si trattasse di una terra disabitata o quasi e furono turbati nell’accorgersi del contrario. In una lettera a Herzl un leader ebreo scrisse: “Ma allora noi commettiamo un’ingiustizia!”.
“Le sofferenze ebraiche possono forse giustificare l’aspirazione di certi ebrei a formare uno Stato indipendente. Ma questo non può apparire per gli arabi una ragione sufficiente perché questo Stato si formi a loro spese” (Maxime Rodinson). I palestinesi infatti non ebbero nulla a che vedere con le persecuzioni antiebraiche.
Diffusione e sviluppo
“Al I Congresso sionista, tenutosi a Basilea nel settembre del 1897, Theodor Herzl … parlò del futuro Stato ebraico, che si sarebbe costituito entro 50 anni, ne illustrò la struttura e il modo per realizzarlo. Il sionismo venne contrapposto alle tendenze all’integrazione che erano state fino allora dominanti soprattutto nelle comunità ebraiche dell’Europa Occidentale, in concomitanza con l’estensione dei diritti democratici e dell’uguaglianza tra i cittadini. Si costituirono una Banca nazionale ebraica (1898) e un Fondo nazionale ebraico per sfruttare razionalmente le terre acquistate in Palestina. Qualsiasi altra soluzione – come per esempio quella dell’inglese Joseph Chamberlain, di concedere una parte dell’Uganda agli Ebrei – fu decisamente respinta (1903 – VI Congresso sionista)” (cfr. Enciclopedia storica Zanichelli).
Lo sviluppo del sionismo dipende anche in gran parte dal modo in cui intendono usarlo le potenze del tempo: la Russia degli zar per frenare il contagio rivoluzionario (i cui capi sono di origine ebraica); la Germania, i cui dirigenti sperano di sbarazzarsi di una comunità ebraica numerosa e influente; il sultano ottomano, che cerca di riempire le sue casse vuote; ma, soprattutto, la più grande potenza coloniale del tempo, la Gran Bretagna, per radicarsi sempre più nel Medio Oriente e proteggere Suez.
L’Inghilterra resterà il principale alleato dei sionisti, anche se la sua preoccupazione di non compromettersi agli occhi degli arabi (che ha usato nel corso della I guerra mondiale contro l’Impero Ottomano, promettendo, senza concederla, l’autodeterminazione) rende a volte difficile quest’alleanza (gli inglesi – che dal 1922 hanno il mandato della Società delle Nazioni sulla Palestina – pubblicano alcuni “libri bianchi”, nel 1922, nel 1930, nel 1938, per limitare l’immigrazione ebraica in Palestina). Ma la base economico-politica di questa alleanza è abbastanza solida: proteggendo il canale di Suez, “l’Inghilterra – esclamerà Chaim Weizmann – avrà una barriera solida, e noi avremo un paese”. Il ruolo, affidato al sionismo, di difesa degli interessi coloniali e imperialistici appare evidente nella guerra del 1956 scatenata da Francia, Inghilterra e Israele contro l’Egitto di Nasser che aveva nazionalizzato il canale di Suez.
Per gli Usa, che ereditano gli interessi dell’imperialismo inglese, Israele continuerà a svolgere questa funzione di controllo degli interessi del capitalismo occidentale in Medio Oriente, anche se tale alleanza non è esente da contraddizioni, nel momento in cui la superpotenza USA punta a legare a sé le petromonarchie.



