Antiper | Anders, la parzialità della memoria e l’etica del ricordo universale

Uno degli elementi centrali dell’analisi che il filosofo Günther Anders svolge a proposito dello sterminio nazista ruota attorno al tema della discrepanza tra ciò che l’uomo è diventato capace di produrre e ciò che effettivamente è capace di immaginare. Nell’epoca della Tecnica, sostiene Anders, i prodotti dell’uomo lo sovrastano a tal punto che questi non può che provare una sorta di “vergogna” (Anders la chiama “prometeica”) per la propria limitatezza.
Nelle lettere a Klaus Eichmann, figlio del gerarca nazista Adolf, sequestrato e impiccato dagli israeliani nei primi anni sessanta, Anders definisce “smisurata” questa sproporzione: gli effetti delle azioni tecniche sono talmente giganteschi e mediati da apparati talmente complessi che l’individuo non è in grado di sentirli come propri.
Se, tutto sommato, è naturale provare compassione (sym patheia) per una singola persona che soffre o muore, diventa praticamente impossibile, data la sua smisuratezza, provare un’adeguata compassione per la morte degli undici milioni dell’Olocausto o dei 100 milioni della Seconda guerra mondiale.
Ne deriverebbe una sorta di analfabetismo emotivo e di azzeramento della responsabilità morale. Sia pure indirettamente, Anders sembra evocare il concetto heideggeriano di Gestell (diciamo, macchinazione tecnica) per descrivere il sistema nazista che gli appare come un vasto apparato capace di trasformare ogni individuo – sia esso vittima o carnefice – in puro ingranaggio “inconsapevole”.
Ma questa inconsapevolezza era davvero tale? Come mostra George Mosse nelle sue interessanti analisi sulla storia culturale del fascismo tedesco il percorso di costruzione del “mostro” (gli ebrei) non nasce da un giorno all’altro con Hitler; al contrario, è Hitler che eredita questo percorso e lo spinge ancora più avanti, fino al tentativo di distruzione completa del popolo ebraico in Europa.
Eichmann non era un sadico, ma un funzionario che agiva sul “materiale umano” con la stessa indifferenza con cui un fabbro pesta sul materiale metallico. Il “mostruoso”, per Anders, non è una forma di malvagità eccezionale, un’anomalia, ma la condizione normale, potremmo anche dire strutturale, di un mondo in cui la Tecnica ha sopravanzato di gran lunga la coscienza.
Ma per sollevare un dubbio su questa assunzione di Anders si potrebbe chiamare in causa Anders stesso e la sua corrispondenza con Claude Eatherly, il “pilota di Hiroshima” che dette il via libera allo sganciamento della bomba atomica sulla città giapponese che causò la morte istantanea di decine di migliaia di persone: sia pure in ritardo, Eatherly si rese conto delle conseguenze della sua “azione tecnica” (dichiarare la bomba sganciabile) e se ne rese conto al punto tale da rifiutare le onorificenze dell’esercito americano e, successivamente, da togliersi la vita per l’impossibilità di gestire la propria sofferenza.
L’impianto filosofico di Anders ha un effetto collaterale molto pericoloso che rischia di cristallizzare la vittima in una dimensione puramente passiva, incapace di agency. Anders sostiene che i perseguitati, sottoposti alla stessa “legge della discrepanza” dei carnefici, fossero strutturalmente incapaci di reagire adeguatamente. Ma questo non è vero: si ha sempre la possibilità di ribellarsi al proprio destino e questo può avvenire anche nel contesto disperato di un ghetto accerchiato dall’esercito (come a Varsavia) e persino nel contesto di un campo di sterminio (come a Treblinka).
In La banalità del male, Hannah Arendt sposta il focus delle responsabilità sui Judenräte affermandoche fu la collaborazione dei Consigli Ebraici ad anestetizzare la reazione delle vittime. Un’analisi certamente più acuta sul piano storico, ma dall’analogo esito – il popolo ebraico non fu in alcun modo responsabile della propria inedia – il che conduce a spogliare le vittime della propria agency storica e ad ignorare chi, nelle stesse condizioni, operò scelte ben diverse.
La storia oppone a ogni determinismo “tecnico” una smentita concreta: c’era chi aveva capito benissimo cosa fosse il nazismo. In Italia e in Europa, la scelta di “andare in montagna” invece che in trincea, fu un vero e proprio atto politico ovvero il rifiuto di farsi strumento di una guerra d’oppressione e la scelta del nemico contro chi combattere.
Ma il punto più importante che si intende sottolineare qui è il seguente. Gunther Anders, come moltissimi altri intellettuali ebrei compie un’operazione davvero deprecabile parlando sempre e solo dei “sei milioni” dimenticando, o fingendo di dimenticare, che i dati storici parlano di undici milioni di vittime dell’Olocausto (cioè dello sterminio sistematico e intenzionale nei campi). I dati possono anche essere parzialmente “convenzionali” ovvero fissati dalle forze vincitrici, ma in definitiva che i morti fossero davvero undici milioni e non dieci o nove non cambia di una virgola il punto storico, politico e umano (come invece vorrebbero far credere gli storici revisionisti come Nolte o Irwing). Degli undici milioni si dichiara correntemente che sei fossero ebrei e a nessun intellettuale è mai venuto in mente di ricordare solo i cinque milioni di vittime non ebraiche. Perché intellettuali ebrei importanti e acuti come Gunther Anders e molti altri, invece, ricordano solo i sei milioni?
Quella dell’omissione dei restanti cinque milioni – oppositori politici, soprattutto comunisti e socialisti, popolazioni slave considerate Untermenschen, zingari, omosessuali – non è una svista numerica: è un atto di rimozione sistematica che istituisce una vera e propria “gerarchia della memoria” che peraltro riflette tragicamente le medesime distinzioni operate dei carnefici nazisti, per i quali gli ebrei “occidentali”, specialmente tedeschi, erano da trattare con una parvenza di civiltà mentre gli ebrei dell’Est erano da annientare senza esitazione.
Dimenticare quei cinque milioni costituisce una seconda uccisione. La prima, fisica, operata dai nazisti sui corpi delle vittime; la, seconda, operata da questi intellettuali, sulla loro memoria. E questo ha un certo qual sapore marcio di razzismo con vittime “elette” e vittime “trascurabili” sulla base del sangue o dell’appartenenza.
Ma se i cinque milioni scompaiono e restano solo i sei milioni la memoria dell’Olocausto tende a diventare un affare privato tra nazisti ed ebrei e il suo valore di monito universale tende a svanire: il nazismo smette di essere percepito come un attacco all’umanità intera che la chiama a raccolta e diventa un “semplice” attacco agli ebrei; questa, peraltro, fu proprio l’impostazione che emerse al processo di Gerusalemme, impostazione che nelle intenzioni dell’accusa e della Corte avrebbe dovuto legittimare il diritto di Israele a processare Eichmann rifiutando l’istituzione di un tribunale internazionale gestito dall’ONU, come da molte parti era stato richiesto. Per quanto repellente fosse l’imputato che aveva ben meritato la fine che fece non c’è dubbio che l’azione di Israele fu illegale sotto ogni profilo giuridico e rese chiaro che i sionisti avrebbero sempre, in ogni circostanza, fatto prevalere le ragioni degli ebrei su quelle di chiunque altro; il che, senza tanti giri di parole, è esattamente una forma di razzismo (“noi siamo il popolo eletto”) che non a caso viene oggi praticata su vasta scala in tutta la Palestina occupata.
L’intellettuale che dimentica i cinque milioni tradisce la propria missione, diventando oggettivamente complice della stessa logica discriminatoria che i forni crematori avevano cercato di rendere definitiva.
La risposta a questa discriminazione non può essere un universalismo indifferenziato, come peraltro è quello che avanza lo stesso Anders in cui tutti, vittime e carnefici, diventano inconsapevoli – e dunque irresponsabili – ingranaggi dell’infernale Gestell della Tecnica. E non è neppure un’impossibile “memoria condivisa”. È qualcosa di molto più preciso: è integrare la specificità della Shoah in una cornice umana universale in cui ogni perseguitato dal nazifascismo ha pari dignità di ricordo sia esso ebreo, comunista, europeo, cinese, zingaro, slavo, omosessuale, disabile…
Questo richiede tre passi: riconoscere la totalità degli undici milioni; rifiutare ogni gerarchia del dolore; restituire alle vittime – e ai resistenti – la loro agency storica.
Bibliografia
Günther Anders, Noi figli di Eichmann, Giuntina, Firenze 1995.
Günther Anders, L’uomo è antiquato, vol. I (1956) e vol. II (1980), Bollati Boringhieri, Torino 2003–2007.
Günther Anders, L’ultima vittima di Hiroshima, Il carteggio con Claude Eatherly, il pilota della bomba atomica, Mimesis, Milano 2016.
Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano, 2023.
Vasilij Grossman, L’inferno di Treblinka, Adelphi, Milano, 2012.
George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino, Bologna, 2009.
George Mosse, Le origini culturali del Terzo Reich, Il saggiatore, Milano, 2015.



