Antiper | Zuckerberg, il parassita perfetto

Nel 2022 è apparsa la traduzione italiana de Il parassita [1], scritto dal filosofo francese Michel Serres.
Come osserva un commentatore [2] si tratta di una lettura piuttosto confusa e per molti aspetti anche contraddittoria dalla quale emergono comunque alcune idee interessanti, sia pure attraverso ragionamenti spesso tortuosi.
Volendo sintetizzare il parassita è, per Serres, qualcuno o qualcosa che si colloca sulla relazione tra due mondi per ricavarne un qualche vantaggio; è una relazione di utilità con la connessione tra due entità.
Ma il parassita può anche essere il costruttore della connessione
“Esiste un terzo prima del secondo. Esiste un terzo prima dell’altro. Come direbbe il vecchio Zenone, devo passare dalla metà prima di arrivare alla fine. C’è sempre un medio, una metà, un intermediario” [3]
Ovviamente, quando il parassita favorisce la connessione lo fa per poi avvantaggiarsene. Quella parassitaria è una “freccia semplice unidirezionale”, una relazione in cui il parassita prende sempre, anche quando sembra che stia dando qualcosa.
Uno dei modelli di relazione parassitaria proposti da Serres è quello di Hermes, il messaggero degli dei, intermediario per eccellenza, colui che consegna al destinatario il messaggio del mittente.
Il libro venne pubblicato nel 1980 al tempo in cui Internet era ancora confinata ai ristretti ambiti universitari e militari americani. Solo dalla metà degli anni ‘80, grazie all’introduzione della suite di protocolli TCP/IP e all’integrazione di reti tecnologicamente eterogenee, Internet ha iniziato a diventare ciò che è oggi, la rete delle reti.
Mentre scriveva il testo, dunque, Serres non poteva neppure immaginare che la sua definizione di parassita nel senso del “modello di Hermes” – ovvero del modello molti-uno-molti [4] -, si sarebbe concretizzata in maniera così spettacolare nelle grandi piattaforme social grazie alle quali oggi centinaia di milioni di persone comunicano in modo molto più ampio di quanto non abbiano mai fatto in passato. Non è qui in discussione quale sia la qualità di questa comunicazione, ma è certo che fino a qualche decennio fa le persone scrivevano ben poco (e quasi sempre per ragioni molto specifiche come l’amore, o i viaggi) ed è altrettanto certo che i tempi di invio e di ricezione fossero allora assai più lunghi di quanto non lo siano oggi, istantanei.
Nel bene e (forse soprattutto) nel male oggi si comunica incessantemente: 150 miliardi di messaggi vengono inviati quotidianamente solo attraverso Whatsapp, malgrado Whatsapp non sia presente in paesi popolosi come la Cina perché la Cina ha deciso di non permettere ad alcun autocrate americano di controllare la comunicazione nel proprio paese (che sia, semmai, un autocrate cinese a farlo, affinché egli possa essere poi a sua volta controllato dallo Stato [5]).
Ecco un punto essenziale: chi controlla i canali della comunicazione e, soprattutto, nell’interesse di chi avviene questo controllo?
In generale, gli Internet Service Provider che forniscono la connettività alla rete sono privati come privati sono i gestori di email (i più importanti tra i quali appartengono a Google, Apple o Microsoft) che ci permettono di comunicare “gratuitamente”; e “gratuiti” sono i messaggi scambiati attraverso le piattaforme che fanno riferimento a Meta (Facebook, Whatapp, Instagram).
Ma su “gratuito” bisogna intendersi, visto che viviamo in società ultra-capitalistiche in cui si ammazzerebbe tranquillamente la propria madre per un po’ di buon profitto. In un film hollywoodiano che ha come tema il poker [6] ad un certo punto si dice: se dopo dieci minuti che sei al tavolo da gioco ancora non hai capito chi è il pollo vuol dire che il pollo sei tu. Appunto. Se non hai ancora capito che nessuno si prende la briga di investire enormi quantità di capitale in infrastrutture straordinariamente complesse e costose per permettere a te di mandare 100 messaggini insulsi al giorno vuol dire che non hai ancora capito chi è il pollo.
Il pollo, ovviamente, siamo tutti noi che offriamo, in cambio del privilegio di poter scrivere insulsaggini in rete, i nostri “dati”; anche se spesso sono, appunto, insulsi.
Non è questa l’occasione per approfondire il tema (che peraltro è stato già ampiamente approfondito [7]). Ci basti puntualizzare che in un mondo che ha reso i dati una fonte di ricchezza è inevitabile che chi detiene i mezzi per il controllo dei dati sviluppi contestualmente livelli di ricchezza e di potere senza precedenti.
Mark Zuckerberg è un esempio perfetto di quel tipo di parassita che ti offre gratuitamente una connessione al “resto del mondo” per poi succhiare i tuoi dati e trasformarli in profitti. È vero, Zuckerberg e gli altri “padroni della rete” come lui fanno ben altro che succhiare dati: favoriscono o impediscono il flusso delle idee agendo da censori, veicolano i messaggi commerciali in modo efficiente e subliminale, influenzano surrettiziamente gli orientamenti politici delle masse (vedi il famoso caso di Cambridge Analytica), creano e uccidono tendenze culturali…
Il parassiti come Zuckerberg fanno tutto questo perché sono importanti esponenti di quell’altra grande categoria di parassiti che sono i capitalisti in genere i quali ti danno, sì, un lavoro ma tu in cambio devi produrre un valore molto maggiore di quello associato al tuo salario, in modo che tu possa fare del bene al tuo presunto bene-fattore.
Abbiamo bisogno di tutti questi parassiti? Beh, ovviamente no, nessuno ha bisogno di parassiti. Sono i parassiti che hanno bisogno di noi. Quindi, pensierino della sera: chissà se quando ci sarà il socialismo ci saranno ancora i social. Molto probabilmente non ci saranno questi social. Di certo non ci saranno questi Zuckerberg.
Note
[1] Michel Serres, Il parassita, a cura di Gaspare Polizzi, Milano, Mimesis, 2022, edizione digitale.
[2] Héctor González Castaño, Commento a Il parassita di Michel Serres, Hachette, 1997.
[3] Michel Serres, Ibidem.
[4] Un modello che si può pensare geometricamente come una clessidra.
[5] In realtà, come ben sappiamo il governo USA controlla tutti i dati delle grandi imprese hi-tech (v. il caso Snowden).
[6] 21.
[7] Cfr. Sadowski, J., When data is capital: Datafication, accumulation, and extraction (2019) o Couldry, N. & Mejías, U. A., Data Colonialism: Rethinking Big Data’s Relation to the Contemporary Subject, (2018).



