Marco Riformetti | Comincia la guerra di posizione
Tratto da Marco Riformetti @academia.edu, Comunisti, arte e cultura dal primo al secondo dopoguerra del Novecento, Tesi di laurea in “Storia e società” (LM84), maggio 2025.

Nel 1944 la guerra non è ancora terminata, ma le grandi manovre per disegnare il nuovo assetto che emergerà dopo il definitivo crollo della Germania e del Giappone sono già iniziate.
Due conferenze in particolare avranno duratura influenza: la Conferenza di Bretton Woods (luglio 1944) che delinea l’egemonia statunitense nel campo capitalistico e la Conferenza di Yalta (febbraio 1945) che delinea il quadro geo-politico internazionale, un quadro in cui l’Italia è stata assegnata al “blocco occidentale”.
Il 1944 è anche l’anno in cui Togliatti rientra in Italia e si fa promotore di una svolta che ha importanti conseguenze politiche immediate ma che soprattutto apre il processo politico che conduce al “partito nuovo” e alla formulazione prima della linea della “democrazia progressiva” e poi a quella della “via italiana al socialismo”.
«“democrazia progressiva” e “partito nuovo” hanno poi rappresentato quasi un’endiadi, i cui termini sono così strettamente intrecciati che si rischia di identificarli. Si tratta effettivamente di concetti strettamente legati e reciprocamente funzionali, e che tuttavia hanno origini, percorsi e esiti notevolmente diversi» (Agosti [2000])
La strategia della “democrazia progressiva” (e del “partito nuovo” che ne costituisce il corollario politico-organizzativo) viene letta come disallineamento da Mosca in quanto sembra privilegiare l’idea di una lenta gradualità democratica e riformista a quella del passaggio violento e rivoluzionario come era avvenuto nel 1917. In realtà, se questa strategia politica può essere riferita alla Russia del 1917 o all’URSS degli anni ’20 di certo non può essere riferita all’URSS del secondo dopoguerra che a Yalta sta per concordare con gli alleati un assetto che non potrà essere messo in discussione in modo repentino, pena la rottura dell’accordo e l’inizio di una nuova guerra mondiale.
Secondo un’interessante lettura (Clementi [2011]) Stalin non operò mai per la destabilizzazione dell’Italia e per la sua conquista al campo comunista, neppure nel periodo della Resistenza, il che consente di concludere sul sostanziale avallo dell’URSS alla politica frontista nella Resistenza, alla “svolta di Salerno” e alle successive scelte del PCI. Negli anni ’40 l’URSS è concentrata prioritariamente sulla propria sopravvivenza e sulla sconfitta del nemico. Affinché questo possa realizzarsi il più celermente possibile è indispensabile che il fronte delle forze che combattono contro la Germania nazista e l’Italia fascista rimanga unito. Al contrario, spingere le resistenze europee sulla strada del processo rivoluzionario comporta la rottura e l’indebolimento del fronte, quindi l’ulteriore prosecuzione della guerra. A questo punto, la partecipazione al fronte anche di forze che erano state fasciste o sostenitrici del fascismo (i monarchici e gran parte del mondo cattolico, ad esempio, ma anche lo stesso Badoglio) viene considerata da Mosca più rilevante della possibilità (ammesso che sussista) di trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria, come proprio i russi avevano fatto nel 1917 e come i bolscevichi avevano prescritto sin dal 1915 (Lenin [1966b]).
Gli Stati Uniti non si fidano e lanciano una vasta offensiva globale che viene definita “guerra fredda” (Lippmann [1947]) ma che in realtà fredda non è affatto. È vero che lo scontro militare diretto tra USA e URSS non si determina ma è altrettanto vero che si determina un vasto scontro indiretto in tutto il “tricontinente” fatto di guerre vere e proprie, lotte di liberazione nazionale da una parte e colpi di stato dall’altra.
Gli USA implementano una politica del contenimento che si sostanzia nella realizzazione di una serie di interventi politici e militari che mirano a rafforzare l’impero americano e a contenere, appunto, l’espansione dell’influenza sovietica. Ideatore della teoria del contenimento è George Kennan (Testi [2014]) che scrive
«[secondo i russi, nda] Il primo di questi concetti è quello dell’antagonismo innato tra capitalismo e socialismo […] l’elemento principale di qualsiasi politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica deve essere quello di un contenimento a lungo termine, paziente ma fermo e vigile delle tendenze espansionistiche russe» (Kennan [1947])
L’articolo di Kennan è un lungo elenco di nefandezze sovietiche da cui la politica del contenimento finisce per emergere come semplice autodifesa dei Buoni. Kennan parla anche di mantenimento della pace nel mondo, ma alle sue riflessioni viene data immediatamente una curvatura molto militarista (al punto tale che lo stesso Kennan se ne dorrà in seguito [1]) in quella che viene definita “Dottrina Truman”, anch’essa varata nel 1947 [2]. Si potrebbe aprire qui una riflessione sul fatto se sia più forte la spinta ideologica dei sovietici a sottomettere il mondo al comunismo (come pensano Kennan e Truman) o quella economica degli americani a sottomettere il mondo al capitalismo (e in particolare al proprio capitalismo). Resta il fatto che il 1947 costituisce uno spartiacque nelle relazioni internazionali, e anche in quelle nazionali. Proprio in Italia, infatti, questo è l’anno in cui si rompe il governo di unità nazionale, nonostante il PCI non abbia esitato a compiere scelte molto impopolari tra la propria gente (come quella dell’amnistia ai fascisti) per dimostrare la propria affidabilità democratica e il proprio moderatismo (Ginsborg [1988]). Il grande capitale italiano, la Chiesa e gli Stati Uniti però non si fidano e lavorano efficacemente per la rottura non solo del governo, ma anche dell’unità sindacale in modo da indebolire i comunisti e i lavoratori.
Nella specifica situazione italiana, il programma di contenimento del PCI ottiene un successo decisivo alle elezioni dell’aprile 1948 che segnano la pesante sconfitta del “fronte popolare” e l’inizio di un cinquantennio di regime democristiano. Al PCI non resta che predisporsi ad una lunga “guerra di posizione” (Togliatti [2014], Barile [2024]) dentro la quale diventerà ancor più importante il ruolo riservato agli intellettuali che potranno essere usati come “cavallo di Troia” nel campo della borghesia (a cui essi, in definitiva, appartengono) e nella costruzione di quell’egemonia culturale che serve allo sviluppo del consenso elettorale presso ampi [3] settori popolari.
Note
[1] Kennan avanzerà anche dure critiche all’espansionismo NATO dopo la fine della “guerra fredda” (Kennan [1997]).
[2] È evidente che non siamo di fronte a coincidenze temporali, ma ad una semplice disegno politico coordinato.
[3] Più ampi, per intendersi, di quelli costituiti dal classico blocco operaio-contadino.



