Mondo

MONDO

خيار ثنائي اندونيسيا

Stimati Capi di Stato e di Governo;
Importati personalità che ci accompagnano;
Compatrioti che si trovano qui e rappresentano le province orientali e di Camagüey;
Santiaghere e santiagheri;
Amato popolo di Cuba:

Nel pomeriggio di oggi, dopo il suo arrivo in questa eroica città, il corteo funebre con le ceneri di Fidel che ha realizzato in senso inverso quello della Carovana della Libertà del gennaio del 1959, ha percorso luoghi emblematici di Santiago de Cuba, culla della Rivoluzione dove, come nel resto del paese, ha ricevuto la testimonianza dell’amore dei cubani.
Domani le sue ceneri saranno poste con una semplice cerimonia, nel Cimitero di Santa Ifigenia, molto vicino al mausoleo dell’Eroe Nazionale José Martí, ai suoi compagni di lotta della Moncada, del Granma, dell’Esercito Ribelle, della clandestinità e delle missioni internazionaliste.

A pochi passi s’incontrano le tomba di Carlos Manuel de Céspedes, il Padre della Patria, e della leggendaria Mariana Grajales, madre dei Maceo, e oso dire in questa manifestazione, anche madre di tutti i cubani e le cubane.
Vicino si trova il Pantheon con i resti dell’indimenticabile Frank País García, giovane santiaghero assassinato dalla tirannia batistiana a soli 22 anni, un mese dopo la morte in combattimento in un’azione in questa città, di suo fratello minore Josué. L’età di Frank non gli aveva impedito d’accumulare un’esemplare traiettoria di lotta contro la dittatura, nella quale si era distinto come capo del sollevamento armato di Santiago di Cuba, il 30 novembre del 1956, in appoggio allo sbarco dei ribelli del Granma: così come per l’organizzazione del decisivo invio di armi e di combattenti al nascente Esercito Ribelle nella Sierra Maestra.


Simbolo del desiderio d'indipendenza dell'America Latina e del Terzo Mondo, la Rivoluzione Cubana ha segnato la storia del XX secolo.

1. Il trionfo della Rivoluzione Cubana il 1 di gennaio del 1959 è l'avvenimento più rilevante della storia dell'America Latina del XX secolo.

2. Le radici della Rivoluzione Cubana risalgono al XIX secolo e alle guerre d'indipendenza.

3. Durante la prima guerra d'indipendenza, dal 1868 al 1878, l'esercito spagnolo sconfisse gli insurretti cubani, fiaccati da profonde divisioni interne. Gli Stati Uniti offrirono il proprio appoggio alla Spagna vendendole le armi più moderne e si opposero agli indipendentisti perseguitando gli esiliati cubani che cercavano di apportare il proprio contributo alla lotta armata. Il 29 ottobre 1872, il segretario di Stato Hamilton Fish rese partecipe Sickles, all'epoca ambasciatore statunitense a Madrid, dei propri "desideri di successo per la Spagna nella repressione della ribellione". Washington, contrario all'indipendenza di Cuba, desiderava impossessarsi dell'isola.

Uno spettro si aggira per l’Europa (e non solo): è lo spettro del populismo. Tutti i potenti d’Europa si alleano per dare spietatamente caccia a questo spettro. Qual è il partito di opposizione che i suoi avversari al potere non abbiano colpito con la nota ingiuriosa di “populista”? E qual è il partito di opposizione che a sua volta non abbia ricambiata l’accusa, respingendo l’infamante designazione di populismo, o sugli elementi più avanzati dell’opposizione stessa, o sugli avversari apertamente reazionari?

Il Manifesto del 1848 di Marx non iniziava proprio così, ma iniziava in modo molto simile.

Il termine di populismo è tornato prepotentemente di moda ed è divenuto un elemento consueto del dibattito politico. Tuttavia l’accusa di essere populista viene impugnata quasi unicamente per intento polemico e denigratorio, come improprio sinonimo di demagogia. A ben guardare sotto questa etichetta vengono accomunati i movimenti più disparati per collocazione spazio-temporale e per colore politico.

Si dice populismo e si fa riferimento a tutto e al suo contrario nello stesso tempo, o quasi. All’ombra del populismo vengono catalogati fenomeni ed esponenti politici diversi per provenienza, cultura politica, propositi. La cannibalizzazione di un fenomeno così complesso in un dibattito semplificatorio ha provocato senza dubbio confusione. Tanto che qualcuno, non distinguendo chi fosse populista o chi non lo fosse (a destra come a sinistra, all’opposizione come al governo) si è chiesto se la definizione avesse ancora senso.

SABATO 28 gennaio 2017 | ore 18
c/o Circolo Arci ALHAMBRA, Via Enrico Fermi 27, PISA

motori di trading online Cristiano ARMATI (Red Star Press) presenta
FIDEL CASTRO. IL LIBRETTO ROSSO DI CUBA
Il Lìder Maximo spiega la giustizia sociale e difende la causa della rivoluzione

För Viagra 25 mg ingen recept Ore 20 | Cena di solidarietà con Cuba (Per info: Roberto 3311327944)

Il 26 luglio del 1953, un pugno di rivoluzionari guidati da un giovane Fidel Castro decide di dare "l'assalto al cielo" e, tentando il tutto per tutto, attacca due importanti avamposti militari cubani. La sortita, programmata per le cinque del mattino e condotta malgrado una clamorosa disparità di forze, è costretta a fare i conti con le avversità delle circostanze e si conclude in una disfatta. Quel giorno, la causa della rivoluzione cubana lasciò decine di morti sul campo di battaglia, mentre molti altri combattenti sarebbero stati crudelmente torturati e quindi uccisi dai soldati del dittatore Fulgencio Batista. Lo stesso Fidel Castro sarebbe stato catturato e condannato a un lungo periodo di carcere duro. Nel corso del processo che lo riguardava, però, Fidel prese la parola per urlare al mondo intero le sue ragioni grazie a una formidabile arringa difensiva "La storia mi assolverà" trascritta e, in seguito, adottata come programma dal Movimento del 26 Luglio: il gruppo che, nel ricordo dei martiri cubani, continuerà a combattere fino alla vittoria. Dedicato a questo celebre e glorioso episodio, "Il libretto rosso di Cuba" recupera la profetiche parole di Fidel Castro per tornare a spiegare la giustizia sociale e continuare a difendere la causa della rivoluzione.

Promuovono:

http://denistar.rs/?enot=bin%C3%A4re-optionen-betrug binäre optionen betrug Antiper
Critica rivoluzionaria dell'esistente
Teoria e prassi per il non ancora esistente
WEB: www.antiper.org | EMAIL:Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Köpa Viagra Söderhamn Circolo "Camilo Cienfuegos", Pisa
Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba

köpa Viagra tjeckien Materiali

Salim Lamrani | 50 verità sulla Rivoluzione Cubana

Palabras de Raúl en el Acto #TributoaFidel de Santiago


Un altro intervento condividibile (Antiper)

Prima parte: dalla Brexit alle dimissioni di Farage

1. Essenza della cosiddetta democrazia liberale è ridurre l’intera alternativa tra il peggio e il meno peggio. Il meno peggio è spesso solo la forma presentabile del peggio. Il REFERENDUM, lungi dall’essere forma avanzata di democrazia, si sposa perfettamente con questo modello. Tanto più suonano pompose le trombe del “plebiscito”, tanto più lo spartito è scritto alle spalle della “plebe”.

2. Il fatto che in Europa ritorni tanto lo strumento referendario, dalla Grecia fino al Regno Unito passando per la Scozia, non riflette la salute democratica del capitalismo europeo. Riflette semmai la sua profonda malattia. Le masse vengono chiamate fugacemente a esprimersi con un sì o con un no, da usare come grimaldello, ricatto o materia di scambio nelle reali sedi decisionali.

E' raro trovare analisi ampiamente condivisibili su temi estremamente controversi. E' il caso di questo intervento di Michele Nobile (che peraltro appartiene ad un movimento politico di cui convidiamo assai poco sul piano politico) il quale, in modo sintetico ed efficacie, distrugge molte delle sciocchezze scritte in queste ore da esponenti di un'asin/istra "ex ed extra parlamentare" ormai allo sbando e alla disperata ricerca di qualche carro su cui salire. L'intervento coglie alcuni elementi salienti (come, ad esempio, il fatto che l'Europa è diventata il diversivo verso cui indirizzare il malcontento popolare per evitare che esso si rivolga verso i veri nemici mettendo fine alla pace sociale nazionale). Altro esempio: Michele Nobile ricorda una cosa importante che non ha trovato il minimo spazio tra i milioni di post di questi giorni: ben prima che vi fosse l'attuale Europa con l'attuale euro, proprio in GB la Thatcher sferrava il più poderoso attacco anti-operaio della storia del '900 a dimostrazione che anche senza Commissione Europea o BCE i padroni sapevano (e sapranno) fare il loro mestiere (tra l'altro, mille volte meglio di certi sindacalisti super-anti-europeisti porta-sfiga sempre alla guida di qualche operazione politica votata al sicuro insuccesso). Tra gli altri, sottolineiamo in particolare questo passaggio:

"Il leave the Eu ha vinto massicciamente nell'Inghilterra propriamente detta (60%) e in Galles (55,5%). Tuttavia ha perso, e non di poco, in tutte le maggiori città inglesi e gallesi: il voto per restare nell'Ue ha raggiunto il 60% nell'area metropolitana di Londra, a Manchester, Cardiff, Bristol; il 58% a Liverpool, Reading, York; ha pareggiato a Leeds e perso a Birmingham, ma col 49,6% dei voti validi. Mi è difficile pensare che l'elettorato politicamente meno cosciente si concentri proprio nella grandi città".

Usando la stessa logica adottata da certi vecchi arnesi asin/istri si dovrebbe concludere che gli operai e le città metropolitane hanno sonoramente battuto il Brexit e che questo ha vinto piuttosto nelle provincie chiuse e impaurite (che ai tempi del buon Marx erano la terra di dominio della grande aristocrazia fondiaria e della gentry).

Ma siccome certe conclusioni tirate a casaccio è bene lasciarle agli esagitati che si spellano le mani per la vittoria della destra britannica (che ha condotto una campagna referendaria in buona parte xenofoba) diciamo solo ciò che ripetiamo da tempo: il problema non è stare dentro o fuori l'Europa o l'Euro; il problema è chi tiene le redini del potere economico, politico e sociale. Parlare a vanvera di "restare" o "andare" senza porsi concretamente il problema degli scenari che emergono è qualcosa che deve essere rigettato completamente.

E tutti questi entusiasmi dell'asin/istra sono il sintomo della suo ormai irreversibile coma politico (Antiper).



Al primo impatto ho trovato assai divertente l'idea per cui la decisione degli elettori britannici di uscire dall'Unione europea sarebbe un fatto «di sinistra». Pensandoci meglio, è semplicemente «tragica». Brevissime considerazioni.

1) Innanzitutto, è stata la xenofobia a determinare il successo del leave, del voto per lasciare l'Unione europea, per un margine non grande. La linea anti-migrazione, diretta non soltanto contro gli extracomunitari ma anche verso i cittadini europei, è stata condita, è vero, dalla demagogia antiplutocratica di destra e liberista nei confronti dei burocrati di Bruxelles e delle «banche». Non a caso si tratta di un successo elettorale che fa esultare la destra-destra e l'estrema destra europea, dal Front National alla Lega Nord ad Alba Dorata. Insomma, sul piano concreto e dei grandi numeri, la mobilitazione (elettorale) contro l'Ue si esprime con una forte connotazione nazionalista xenofoba, spesso ultraneoliberista.

Un vecchio intervento del 2012 che può forse tornare di una qualche attualità a seguito della recente decisione di lasciare la CGIL da parte di Sergio Bellavita, già coordinatore dell'Area programmatica "Il sindacato è un'altra cosa" ormai in fase di disfacimento.
 
Antiper | Questioni di “democrazia” in FIOM. Sull'estromissione di Sergio Bellavita dalla Segreteria Nazionale FIOM, ottobre 2012, PDF
 
 
Il recente conflitto esploso all'interno della Segreteria Nazionale della FIOM che ha prodotto l'esclusione di Sergio Bellavita (rappresentante della componente di cui Giorgio Cremaschi è la figura più nota) fa emergere alcuni nodi politici piuttosto interessanti che meritano di essere esaminati.
 
Il primo elemento è il seguente. Negli ultimi anni il “refrain” dei dirigenti FIOM è stato costantemente quello della “democrazia” (1): bisogna far votare i lavoratori nei referendum, non si può escludere la FIOM dalle rappresentanze e dalle sedi aziendali, ecc... Democrazia, democrazia, democrazia.
Inutile dire che nel mondo del lavoro - e nella società capitalistica più in generale – anche la cosiddetta “democrazia” non è una variabile indipendente, ma un'espressione dei rapporti di forza. Se sei una “tigre di carta” che ruggisce solo nei salotti televisivi e sei incapace di far male ad una mosca ti becchi la democrazia, certo, ma quella del padrone.
 
Da tempo esiste una contraddizione nella Segreteria Nazionale della FIOM con uno dei membri, Sergio Bellavita, che ha espresso in più occasioni un dissenso politico, peraltro molto, ma molto, tenue; talmente tenue che a stento si riesce a capire il punto della contesa. E cosa fanno i democratici Landini e Airaudo? Espellono il dissenziente.
Questa espulsione ci fa capire cosa si intende per “democrazia” in certi ambienti FIOM e ci ricorda una cosa che dovremmo sempre tenere bene a mente: di coloro che hanno sempre in bocca le parole democrazia, libertà o unità non c'è da fidarsi.
 

 
"Com'è noto, la cooperazione semplice si presenta, secondo Marx, storicamente all'inizio del processo di sviluppo del modo di produzione capitalistico. Ma questa figura semplice della cooperazione è soltanto una forma particolare della cooperazione in quanto forma fondamentale della produzione capitalistica. 
 
'La forma capitalistica presuppone fin da principio l'operaio salariato libero, il quale vende al capitale la sua forza-Iavoro)' (Karl Marx, Il Capitale). 
 
Ma l'operaio, in quanto proprietario e venditore della sua forza-lavoro, entra in rapporto con il capitale soltanto come singolo. La cooperazione, il rapporto reciproco degli operai 
 
'comincia soltanto nel processo lavorativo, ma nel processo lavorativo hanno già cessato d'appartenere a se stessi. Entrandovi, sono incorporati nel capitale. Come cooperanti, come membri di un organismo operante, sono essi stessi soltanto un modo particolare di esistenza del capitale. Dunque, la forza produttiva sviluppata dall'operaio come operaio sociale è forza produttiva del capitale. La forza produttiva sociale del lavoro si sviluppa gratuitamente appena gli operai vengono posti in certe condizioni; e il capitale li pone in quelle condizioni. Siccome la forza produttiva sociale del lavoro non costa nulla al capitale, perchè d'altra parte non viene sviluppata dall'operaio prima che il suo stesso lavoro appartenga al capitale, essa si presenta come forza produttiva posseduta dal capitale per natura, come una forza produttiva immanente' (Karl Marx, Il Capitale)".
 
 

Lo “sfruttamento” è proprio non già di una società corrotta o imperfetta e primitiva, ma appartiene all'essenza del vivente come funzione organica fondamentale; è una conseguenza della vera e propria volontà di potenza, che è la volontà stessa della vita. (F. Nietzsche, Al di là del bene e del male)
Il discorso del generale cinese Qiao Liang, pronunciato di recente presso l'Università della Difesa di Pechino e riportato nel n.7 della rivista Limes [1], offre l'occasione per dare uno sguardo dentro le “visioni del mondo” delle classi dominanti contemporanee. Capire cosa pensano, cosa anima le loro strategie, in che modo organizzano i conflitti che, ogni giorno che passa, con sempre maggior forza delineano gli scenari della politica internazionale, è qualcosa di più che un semplice vezzo intellettuale. Sappiamo da tempo che ogni Weltanschauung ha ricadute materiali e oggettive non meno reali dei “fatti” anzi, a ben vedere, sono proprio le visioni del mondo e le idee forza che esse veicolano a dare senso e significato ai fatti. Se così non fosse ben difficilmente diventerebbe comprensibile, ad esempio, la partita mortale che intorno alla Storia e alla sua narrazione/interpretazione si gioca. Al contempo altrettanto inspiegabile sarebbero la quantità di risorse ed energie dedicate dalle intelligenze delle classi dominanti a ordinare il mondo e il corso delle cose in un certo modo piuttosto che in un altro.

 
OSSATURA DELLA RICERCA
 
Il World Labor Reserch Group, costituito nel 1986 dalla Professoressa statunitense Beverly J. Silver, avvia un progetto di raccolta di dati sui movimenti operai nel mondo a partire dal 1870: il World Labor Group Data Base. Il progetto consiste nella creazione di un archivio storico delle lotte dei movimenti operai connesse ai processi di internazionalizzazione/decentramento produttivo dell’industria tessile e dell’industria dell’automobile, che si sono svolte nel mondo nel periodo che va dal 1870 ai nostri giorni.
 
Nel 1993 Beverly J. Silver, incaricata presso la John Opkins University, costruisce con la collaborazione di alcuni dottorandi uno schema di concetti comparativi tra settori industriali globali che fa da guida alla raccolta di dati del Gruppo Data Base.
 
Il Data Base opera con riferimento ad un lungo periodo storico (XIX-XX secolo) e all’area geografica “mondo”. La Ricerca parte dalla premessa metodologica che lavoratori e movimenti operai situati in vari Stati e aree geografiche del mondo sono collegati tra loro dalla divisione internazionale del lavoro su scala mondiale e dai processi politici globali. E’ fondamentale quindi, allo scopo di comprendere le dinamiche dei movimenti operai a partire dal tardo Ottocento, capire - sia nel tempo che nello spazio - i processi che mettono in relazione su scala mondiale i “singoli casi”.
 

Un libro davvero molto interessante e utile. Da leggere (Antiper)
 

Beverly J. Silver, Le forze del lavoro. Movimenti operai e globalizzazione dal 1870

Bruno Mondadori, Milano 2008, pp. 312 |  Le forze del lavoro (5 capitoli) | (Prima ed. Cambridge University Press 2003) | Forces of labor (full)
 
Le forze del lavoro è un libro di straordinario interesse, frutto di un lavoro collettivo sulle trasformazioni del lavoro e sull’evoluzione del conflitto operaio letto da una prospettiva storico-mondiale.
 
È un tema cui da anni si interessa un’ampia letteratura, la quale muove dalla domanda cruciale sulle cause della crisi del movimento operaio degli ultimi 30 anni. Una domanda sul passato che interroga il futuro, che potremmo esporre così: è possibile considerare questa crisi come strutturale e dunque definitiva, o siamo di fronte a un’epoca di trasformazione e transizione che collocherà e rilancerà il conflitto operaio su una nuova dimensione?
 
Quello di Silver è uno di quei rari testi capace di segnare una discontinuità metodologica, prospettica e analitica di cui difficilmente si potrà non tenere conto in futuro.
 


La rimozione delle illusioni o dei fraintendimenti sulla natura del capitalismo è uno degli aspetti – e non tra i meno importanti – della battaglia politica condotta dai comunisti. Illusioni e fraintendimenti costituiscono, infatti, buona parte della materia prima con cui gruppi, correnti e individualità “di sinistra” elaborano programmi politici, se così vogliamo chiamarli (1), indipendentemente dalla loro collocazione soggettiva sul piano apertamente riformista o su quello che si autodefinisce rivoluzionario. Che si scelga la via della partecipazione “critica” alla competizione elettorale, per esercitare, dalle poltrone parlamentari, una pressione sui “poteri forti”, o si individui nell'azione diretta della “piazza” lo strumento per piegare il Sistema alle necessità della “gente” (in primo luogo della classe lavoratrice), di solito, l'uno e l'altro percorso si basano sul volontarismo, per non dire velleitarismo ossia sulla credenza di poter cambiare la realtà sulla base dei propri desideri, indipendentemente dalla realtà stessa.
 


Da La contraddizione n.54, Maggio-Giugno 1996

quotazioni forex tempo reale Di fronte alle difficoltà che si incontrano nel tentativo di analizzare una realtà complessa ed in rapido movimento come quella cinese, vorremmo esperi­re un tentativo di ricorrere ad alcuni elementi teorici della tradizione scientifica marxista per delineare un quadro teorico che permetta di rendere meglio intelli­gibili i dati concreti. Avanziamo qui alcune ipotesi interpretative da intendersi come proposte di ricerca e ovviamente passibili di ulteriori approfondimenti e modifiche. Richiamiamo brevemente ora gli estremi teorici cui faremo riferimento.

http://irinakirilenko.com/?deribaska=bin%C3%A4re-optionen-ohne-mindesteinzahlung&1d7=1f binäre optionen ohne mindesteinzahlung 1. Il rapporto fra i concetti di “formazione economica della società” e di “modo di produzione”

Nell’Introduzione del ‘57 leggiamo che “in tutte le forme di società è una produzione determinata che assegna rango ed influenza a tutte le altre, co­me del resto anche i suoi rapporti assegnano rango e influenza a tutti gli altri. È una luce generale in cui sono immersi tutti i colori e che li modifica nella loro particolarità. È un’atmosfera particolare che determina il peso specifico di tutto ciò che da essa emerge” [1]. Lo strumento che illumina i rapporti storicamente de­terminati che si vogliono analizzare e il concetto di “modo di produzione” (co­me rapporto dialettico fra forze produttive e rapporti di produzione) [2]. Il quale permette di superare la confusione fra elementi generali della produzione validi per ogni forma storica e le leggi particolari che definiscono un modo di produ­zione determinato. 

Hannah Arendt, nel suo libro La banalità del male, cronaca del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann, mostra una cosa molto interessante: all'inizio del nazismo i consensi del movimento sionista in Germania erano molto bassi. Gli ebrei tedeschi non volevano tornare in Palestina, come è normale per famiglie che da secoli vivevano in quel paese. Mano a mano che le persecuzioni naziste sono aumentate il movimento sionista si è progressivamente rafforzato e l'Agenzia per la Palestina ha cominciato a rimpatriare persone a pieno regime, grazie anche all'aiuto dei nazisti stessi (che in questo modo si levavano dai piedi molti ebrei) non prima di averle derubate di tutto ciò che possedevano in Germania. Non è esagerato dire che, senza il nazismo, il sionismo non avrebbe mai attecchito nelle comunità ebraiche.

Che lo Stato di Israele, impiantato con la forza in Palestina e in Medio Oriente, sarebbe degenerato in una nuova Sparta, costantemente in guerra, costantemente in preda al panico, costantemente protesa allo sterminio del proprio avversario... è una intuizione - come quella della Nabka che sarebbe venuta e della lobby ebraica USA (e degli USA più in generale) come supporto indispensabile per la sopravvivenza - che testimonia della lucidità di Hannah Arendt sul destino di Israele il quale, per quanti massacri possa compiere, alla fine non riuscirà a vincere. Anche Sparta è caduta, dopotutto, ed oggi non esiste nessuna città greca che ne abbia raccolto l'eredità (Antiper).
 
 
Buy Tadalafil Tastylia Oral Strips Usa Arendt: Born in conflict, Israel will degenerate into Sparta, and American Jews will need to back away
 
For the new year, here are some prophetic excerpts from two essays of Hannah Arendt’s, collected in The Jewish Writings (2007). Please note her predictions of the Nakba, of unending conflict, of Zionist dependence on the American Jewish community, of ultimate conflict with that American Jewish community, and the contribution of political Zionism to world anti-semitism. Just what Howard Gutman said recently. For which he was denounced by– Zionists.
 

 

Un capitolo di Weathermen. I fuorilegge d'America. Da Commonware

 

 
 

 
Un volantino del 2006 del Laboratorio Marxista. Sono passati 8 anni, ma le cose per il popolo palestinese non sono cambiate, ancora sotto l'assedio criminale di Israele, nell'indifferenza - o quasi - del mondo (AP).
 
forex trading education online Fino alla fine del vostro mondo. Fino alla nascita del nostro
Solidarietà ai fratelli e alle sorelle del Libano, della Palestina, dell’Iraq
 
In questi giorni si consuma l'ennesima strage in Palestina e Libano nell'indifferenza, dove non nella compiacenza, del mondo intero. Centinaia di morti, migliaia di feriti, centinaia di migliaia di senza tetto e profughi. 
Israele dimostra ancora una volta la sua forza e la sua crudeltà, la sua immoralità, mentre i suoi servi sfilano uno per uno con la kippa in testa. A Roma, Fini, Berlusconi, Veltroni, Fassino tra gli altri. Di questi omuncoli forse solo la cronaca ricorderà il nome, simbolo di vergogna, ma dei nostri fratelli e sorelle che cadono sotto le bombe e in battaglia il proprio popolo conserverà per sempre l'indelebile ricordo. 
 
Vorremmo pensare che tutto questo presto finirà, che gli umiliati e offesi presto vendicheranno offese e umiliazioni. Ma così non sarà; a noi è toccato di vivere un'epoca in cui nessuna ingiustizia è abbastanza grande, un'epoca in cui i “deboli” non sono mai abbastanza piegati dalla violenza dei “forti”; un'epoca in cui non fa scandalo ciò che decidono i potenti, ma piuttosto lo stato ebete in cui giacciono i “non potenti”, idiotizzati da una speranza di consumo sempre più vana. 
 
Oggi, possiamo fare poco più che piangere i tanti morti proletari che cadono nei luoghi di lavoro o per la fame e le malattie o sotto le bombe; non possiamo impedire questa violenza cieca che in nome del profitto e del potere fa strage ogni giorno. 
Ma che tutto questo dolore, almeno, si trasformi in odio e che questo odio si riversi su di voi senza pietà, come senza pietà trattate la vita di milioni di persone. 
 
Continuate ad uccidere, a seviziare, a sfruttare, a ferire, a colpire, a umiliare, a dimenticare, a voltarvi dall'altra parte. Comprate telefonini e vi scambiate insulsi messaggi, vi vestite “alla moda”, guardate le “soap opera” e i “reality show”. Esultate per alcuni miliardari che hanno vinto un torneo di calcio, vi mobilitate contro le retrocessioni inflitte a squadre corrotte… mentre un mondo intero, gigantesco, muore ogni giorno piegato dal lavoro e dalla fatica, dalla fame e dalle malattie, dalla disperazione per pagare i vostri consumi che vi “conquistate” a colpi di missioni di guerra (o pensate che sia il destino che vi fa più ricchi degli altri ?) 
 
Pensate di aver vinto la battaglia della vita ma non avete più ideali, niente per cui valga la pena resistere e combattere contro i nemici più potenti e crudeli. Aspettate la morte che vi terrorizza perché niente della vostra vita merita di essere vissuto e allora desiderate almeno la quantità (di consumi), dato che non potete avere la qualità. 
Siete più morti voi dei bambini che i “vostri ragazzi” uccidono con le bombe. 
 
Alla fine vinceremo noi, statene certi. Perché noi avremo sempre un presente e un futuro per cui lottare. Resisteremo e continueremo a combattere ogni istante della nostra vita fino alla fine del vostro mondo, fino alla nascita del nostro. 
 
Per il comunismo, fino alla vittoria 
 
25 Luglio 2006
Toscana del nord, 25 luglio 2006
 
Laboratorio Marxista
 
 

 
La vulgata neokeynesiana pro “crescita” ha su questa sponda dell’Atlantico il suo dogma incrollabile: gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi grazie alla politica economica e monetaria espansiva dell’amministrazione Obama. Il suo profeta Paul Krugman, è vero, proclama in patria che la liquidità immessa non è ancora sufficiente per risollevare la middle class (anzi, ultimamente ha avanzato dubbi più “strutturali” ma i suoi adepti europei non sembrano aver preso nota). Nessuno comunque mette in dubbio che la strada giusta è quella.
 
Non importa che la “ripresa” Usa (tecnicamente, udite, data da metà 2009) sia stata a tutt’oggi la più lenta e asfittica del secondo dopoguerra; che i livelli di occupazione pre-crisi siano stati recuperati dopo cinque anni (!) ma con qualifiche e salari più bassi (vedi gli interessantissimi grafici pubblicati dal New York Times); che il livello di partecipazione al mercato del lavoro sia sul 60%, il peggiore da trentasette anni; che l’erogazione di food stamps sia a livelli storici; che la middle class sia in pieno deleveraging post-abbuffata da debito con riduzione dei consumi; eccetera, eccetera.
 

 
Le origini sociali e di classe della crisi ucraina non sono state indagate a fondo. L'attenzione si è concentrata principalmente sull'aspetto politico degli eventi e si è permesso che la loro base socioeconomica passasse in secondo piano. Quali sono state le forze di classe dietro il rovesciamento del regime di Yanukovich, l'insediamento di un nuovo regime a Kiev e l'ascesa degli anti-Maidan e del movimento nel sud-est?
 
La crisi del capitalismo ucraino 
 
La crisi ucraina non è un fenomeno nazionale isolato. Per una serie di motivi, l'Ucraina è stata “l'anello debole” ed è diventata la prima vittima del crollo del modello economico basato sulla regola del dollaro come valuta di riserva mondiale e sull'uso della domanda di credito al consumo come meccanismo di crescita economica [1]. L'economia ucraina è stata tra le più vulnerabili nel contesto della crisi globale, questo ha portato a una frattura nella classe dominante ed a un'aspra lotta che è visibile da diversi mesi . L'economia del capitalismo ucraino ha preso forma dal collasso del complesso economico dell'Unione Sovietica, dalla privatizzazione della proprietà collettiva e dall'integrazione nel mercato globale. Questi processi hanno portato al degrado della struttura economica della Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, che era al decimo posto nella classifica mondiale dello sviluppo economico. L'Ucraina in epoca sovietica aveva un'economia complessa e sviluppata in cui avevano un ruolo di primo piano l'industria metalmeccanica e la produzione di beni ad alto valore aggiunto.

 
Al compimento dei 50 anni di lotta, il 27 maggio, inviamo un saluto fraterno e solidale alle FARC-EP, al suo Stato Maggiore Centrale e alla Segreteria, al Partito Comunista Clandestino della Colombia e al Movimento Bolivariano per una Nuova Colombia, che ispirati al marxismo-leninismo, sviluppano una lotta instancabile per i diritti della classe operaia, dei contadini poveri, dei giovani e delle donne, per il socialismo.
 
Onoriamo la memoria di Manuel Marulanda, dei fondatori, dei martiri comunisti e dei combattenti, dei comandanti e militanti, che nel corso di questi decenni hanno dato la loro vita per gli interessi popolari e dei lavoratori, per la libertà e la fine dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo.
 

 
Lavorano al computer, senza orari né tutele, per realizzare video, software, siti web. Creativi? Mica tanto. Ecco i manovali del nuovo millennio, che in Italia sono già mezzo milione
 
Click click. Digita, schiaccia, salva, invia. Click click. Guarda, sposta, cambia esporta. Occhi aperti davanti al monitor, mano sul mouse, comandi da eseguire su un software: se oggi chiedessero a Charlie Chaplin di raccontare il proletario contemporaneo, i suoi Tempi Moderni forse li illustrerebbe così, con uno schiavo del click click. Al computer, più che tra gli ingranaggi di una catena di montaggio.
 

Il bonus fiscale di 80 euro mensili, che ha rappresentato uno slogan comunicativo di grande impatto mediatico, corrisponde a un importo massimo di 640 euro per il 2014 ed è riservato ai lavoratori dipendenti e assimilati che hanno un reddito da lavoro dipendente fino  a 26.000 euro[1]. Il decreto legge 66/2014 che lo ha istituito ha suscitato alcune perplessità che andrebbero approfondite[2].

In Italia, il sistema di tassazione è di tipo individuale e non dipende dal reddito percepito dai diversi componenti del nucleo familiare. Ciò significa che a parità di composizione e di reddito complessivo familiare, con il bonus calcolato sul reddito individuale si creano condizioni di disparità tra famiglie monoreddito con figli a carico che non ricevono alcun beneficio dalla manovra governativa e famiglie, magari con più redditi e senza figli, che percepiranno più bonus.

Download Antiper - Chiose a Emiliano Brancaccio, Uscire dall’euro? C’è modo e modo (PDF), Maggio 2014, 12 pag.

purchase Lyrica in canada Chiose [1] di Antiper (in colore rosso) 

Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al fallimento.

Brancaccio sembra attribuire la “deflazione salariale” (cioè la diminuzione dei salari che sta avvenendo nei “paesi periferici”) al tentativo di “salvare la moneta unica”. Ma qui sorge subito una prima questione: la politica della riduzione dei salari è davvero una novità dovuta alla “moneta unica” (ed al tentativo del suo salvataggio)? Nei paesi in cui non vige questa questa “moneta unica” (leggi Gran Bretagna o USA) la deflazione salariale non si è realizzata?

Ovviamente le cose non stanno in questo modo. La riduzione del salario è infatti un obbiettivo permanente di ogni capitalista visto che minore è la quota salari pagata e maggiore è la quota profitti incassata; e del resto, in Italia, la “politica dei redditi” – come fu eufemisticamente battezzata - ha avuto anche l'imprimatur della sinistra istituzionale e del sindacato di regime fin dalla lontana “svolta dell'EUR” del 1978: da lì in poi, imprese, sindacati e governi si sono coordinati neo-corporativisticamente per impedire l'aumento del salario dei lavoratori italiani che infatti è, oggi, lo stesso di 24 anni fa (nonostante la maggiore ricchezza prodotta in questi anni). La stessa “scala mobile” ovvero il meccanismo di adeguamento automatico del salario al costo della vita (e che oggi sarebbe tanto di aiuto per i lavoratori) venne introdotta soprattutto per impedire che l'aumento dei salari superasse quello dei prezzi e quindi che vi fosse una crescita della “quota salari”.

L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque tutt’altro che scongiurata.

Download Antiper - Con le budella dei meno peggio bisognerebbe impiccarci i peggio (PDF). Riflessioni a tiepido sullo stupore della sinistra per la vittoria di Renzi alle elezioni europee, Maggio 2014, 5 pag.

I commenti ai risultati delle recenti elezioni europee sono pieni di frasi del tipo Renzi ha avuto una grande affermazione” oppure “Grillo non ha vinto” oppure “c'è stata un'alta astensione” oppure “gli euro-scettici sono in crescita e così via. Tutte frasi che, a seconda di chi le usa e di come vengono usate, possono servire ad argomentare una tesi oppure il suo contrario.

La sinistra ex istituzionale italiana, raccolta attorno all'europeista di sinistra greco Alexis Tsipras, sogna la Syriza italiana e tira un sospiro di sollievo per aver perso meno voti del solito, riuscendo addirittura a mandare 3 parlamentari a Bruxelles (una del PRC, uno di SEL e soprattutto il noto esponente del giornalismo rivoluzionario Curzio Maltese, “penna” de La Repubblica. Roba da far tremare i polsi a Mario Draghi).

C’è un “Grande Impronunciabile” nel rapporto tra lavoro, tecnologia e sorveglianza, scrive Simon Head in ‘Mindless, Why Smarter Machines are Making Dumber Humans‘ (Basic Books, pp. 230): è “il mondo dei CBS“, i Computer Business Systems i cui pioneri nell’utilizzo sono Walmart, Amazon, Ups, Dell, Toyota. Head, diviso tra la carriera universitaria alla New York University e a Oxford e la direzione dei progetti della New York Review of Books Foundation, li definisce come “amalgama di differenti tecnologie messe insieme per svolgere compiti molto complessi nel controllo e nel monitoraggio degli affari, inclusi gli impiegati“. Ovvero, strumenti per monitorare le performance “in tempo reale” e controllare ogni aspetto della vita lavorativa nell’organizzazione. E che contengono al loro interno “sistemi esperti che mimano l’intelligenza umana per svolgere compiti cognitivi che sono parte integrante dei processi di business che il sistema stesso deve gestire“.

Origini della questione

Introduzione al 1° gennaio 2002 della moneta unica coincide con una evidente impennata dei prezzi (“1000 lire sono come 1 €”). Il ministro dell’economia Tremonti (governo Berlusconi 2) attribuisce l’aumento dei prezzi alla mutata attitudinepsicologica dei consumatori; secondo il ministro Trecarte, il problema consisteva nel fatto che i “cònzumatori” italiani non avendo adeguata confidenza con monete dotate di un valore così alto (1 € e 2 €), le sperperavano impoverendosi “a loro insaputa”. Per ovviare a ciò, propone l’introduzione dell’euro di carta (la proposta resta inevasa anche a livello europeo).

Euro-fobia moderna

Bibliografia: “Il tramonto dell’Euro” (A.Bagnai, 2012), criticato da alcuni per cui la sua prospettiva culturale sarebbe “populista, nazionalista, socialista” ma divenuto punto di riferimento imprescindibile per parte della sinistra sedicente antagonista.



Una coscienza culturale europea ed esiste una serie di manifestazioni di intellettuali e uomini politici che sostengono la necessità di una unione europea: si può anche dire che il processo storico tende a questa unione e che esistono molte forze materiali che solo in questa unione potranno svilupparsi: se fra x anni questa unione verrà realizzata la parola nazionalismo avrà lo stesso valore archeologico che l’attuale municipalismo 
piattaforme opzioni binarie da 1 - top 10 trading card games  Antonio Gramsci, 1931


I principali argomenti utilizzati dai sostenitori della fuoriuscita unilaterale dell’Italia dall’Unione Monetaria Europea sono schematicamente riconducibili a questi: il recupero della sovranità monetaria consentirebbe un percorso di crescita guidato dalle esportazioni, attuato mediante il tradizionale strumento della svalutazione del tasso di cambio; l’abbandono dell’euro si assocerebbe all’attuazione di politiche fiscali espansive consentendo misure di ridistribuzione del reddito, attualmente impossibili per i vincoli imposti dall’austerità. Si tratta di argomenti che reggono implicitamente su due ipotesi. In primo luogo, occorre assumere che la sequenza di eventi che si immagina sia, per così dire, automatica, ovvero che l’abbandono della moneta unica implichi l’attuazione di politiche fiscali espansive. In secondo luogo, occorre ipotizzare che l’unione monetaria in quanto tale implichi, per necessità logica, l’attuazione di politiche di austerità[1]

Athanasios Vamvakidis e David Woo di Bank of America Merrill Lynch pronosticano l’uscita dell’Italia dall’Euro, a sorpresa, prima della Grecia, in uno studio rilasciato pochi giorni fa. O almeno è ciò che potrebbe accadere applicando la teoria dei giochi. Secondo i due economisti l’Italia potrebbe avere diversi vantaggi nell’abbandonare volontariamente l’euro, prima che siano i mercati a deciderlo. Se così facesse, godrebbe di “benefici in termini di miglioramento della competitività, crescita economica e finanza pubblica”. Il nostro paese, in particolare, non si troverebbe ancora in una posizione maggiormente vincolata come la Grecia.

È in libreria per le Edizioni Alegre un’opera collettanea dal titolo ambizioso: “Come si esce dalla crisi”. Senza punto interrogativo. Dunque vuole essere una risposta alla domanda che tutti ci poniamo: Come si esce dalla crisi? Però, forse turbati dall’eccesso di ambizione, gli autori ridimensionano subito le aspettative nel sottotitolo: “Per una nuova finanza pubblica e sociale”. In realtà né il titolo né il sottotitolo sono del tutto veritieri: Il primo promette troppo il secondo troppo poco.
In questo articolo non voglio fare una semplice recensione. Piuttosto proverò a sviluppare una riflessione su alcune problematiche sollevate dal libro e dare qualche suggerimento. E comincerò con l’enucleare le proposte di riforma, rielaborandole nella veste di un programma politico. Non credo di andare lontano dalla realtà se dico che questo libro presenta una bozza di programma di un’area di movimento che gravita intorno ad ATTAC.
Tuttavia non sarebbe corretto considerarlo come il programma di ATTAC, non solo perché quest’associazione non è un partito politico, ma anche perché solo alcuni degli autori del libro vi appartengono. Ciononostante, perpetrando una sineddoche che mi sembra più chiarificante che deformante, mi riferirò alla bozza di programma come se fosse ispirata alla visione politica dei compagni attacchini.

Il brano seguente è tratto dall'intervento 
Antiper - Le imprecise precisazioni di Diego Fusaro

***

Prendi la questione dell'euro. Te lo dicemmo anche a Pietrasanta, a margine della conferenza: la tua impostazione sulla questione euro/Europa è sbagliata (come lo è quella di tutti i sovranisti in circolazione e anche quella di ampi settori della sinistra). Di per se stessa - ovvero senza condizioni - la disintegrazione dell'euro fa solo il gioco del suo principale oppositore che non sono le masse popolari europee (che non hanno nessuna voce in capitolo), ma il dollaro, ovvero l'imperialismo USA che invece di voce in capitolo ne ha molta e la usa in tutti gli scenari internazionali. Quindi non si può inneggiare all'uscita dall'Europa o dall'euro senza domandarsi quale tipo di uscita si debba auspicare e quali misure debba comportare.

La nascita della giornata internazionale del Primo Maggio è legata alle lotte per la settimana corta e la giornata lavorativa di 8 ore che coincidono con l’inizio dell’industrializzazione di massa negli Stati Uniti. Potrebbe sembrare che la richiesta di un salario più alto sia stata la causa scatenante dei primi scioperi negli USA, ma in realtà furono sempre poste in primo piano le richieste per la settimana corta e per il diritto di organizzazione dei lavoratori.

All’inizio del 1800 l’orario di lavoro era “dall’alba al tramonto” e oscillava dalle 14 fino alle 18 ore; fu negli anni ’20 e ’30 che iniziarono gli scioperi per la riduzione dell’orario giornaliero a 10 ore.
Si fa risalire al 1827 (sciopero dei lavoratori di Filadelfia), la nascita della prima Unione Sindacale del mondo.
Nonostante la crisi del 1837 i lavoratori degli Stati Uniti riuscirono ad imporre al governo (presidenza Van Duren), l’approvazione di un decreto che fissava in 10 ore l’orario per tutti i dipendenti pubblici.
E nonostante questa misura non fosse stata ancora estesa a tutto il comparto industriale, il movimento dei lavoratori lanciò la parola d’ordine della giornata di 8 ore che fu raccolta anche dai lavoratori australiani che coniarono lo slogan “8 ore di lavoro, 8 ore di riposo, 8 ore per il resto” e che raggiunsero il loro obbiettivo nel 1856.

Cfr Antiper - Chiose a Emiliano Brancaccio, Uscire dall’euro? C’è modo e modo, Maggio 2014 (versione PDF)

Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al fallimento. L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque tutt’altro che scongiurata. Il problema è che le modalità di sganciamento dalla moneta unica sono molteplici e ognuna ricadrebbe in modi diversi sui diversi gruppi sociali. Esistono cioè modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire un’eventuale uscita dall’euro. Ma esiste una sinistra in grado di governare il processo?

Tra le infinite stupidaggini che ci vengono rifilate da giornali, TV e – non ultimo – internet, una delle più stupefacenti è quella che vede nell’euro la radice dei nostri guai nazionali. Con l’avvicinarsi delle elezioni europee lo tsunami di imbecillità su questo argomento punta a condizionare un’opinione pubblica spesso impreparata e senza memoria. A guidare l’offensiva anti-euro sono, con modalità diverse, i capi di Forza Italia e della Lega, Berlusconi e Salvini, i quali, cosa che nessuno ricorda, erano al governo nel gennaio 2002 quando la lira venne sostituita dall’euro e, meno di tre anni fa, hanno firmato il famigerato fiscal compact (l’impegno al pareggio di bilancio) contro cui si scagliano tutti i giorni. A loro si è aggregato ultimamente anche Beppe Grillo. Questi signori, ognuno a modo suo, pensano che la predicazione anti-euro sia il modo più facile per raccogliere consensi. Ma alla base dei loro pseudoragionamenti elettoralistici c’è lo scambio tra l’apparenza e la realtà. Nessuno di loro parla della radice vera della crisi, che è il sistema capitalistico fondato sullo sfruttamento globalizzato del lavoro e sulla speculazione finanziaria, tutti blaterano rozzamente contro la forma monetaria con cui opera il capitale in Europa. I pescecani americani, cinesi o russi sono forse meno avidi perché nei loro paesi usano dollari, yuan o rubli? Ovviamente no. Per quell’1% che concentra nelle sue mani le ricchezze del pianeta l’importante è che il lavoro costi sempre meno e i profitti crescano, in qualsiasi moneta vengano conteggiati. Per questo l’unica conseguenza di un ritorno alla lira sarebbe l’aumento vertiginoso della miseria popolare e l’occasione per nuove manovre speculative a vantaggio dei soliti ignoti. In una tale evenienza ogni debito della povera gente verrebbe moltiplicato, ogni credito azzerato, ogni salario ridotto. Le prevedibili svalutazioni della nuova lira potrebbero forse facilitare le esportazioni in alcuni settori, ma farebbero pagare agli italiani prezzi spropositati per tutti i prodotti importati (petrolio, gas ecc. fino al grano con cui facciamo gli spaghetti). Quello che i neonazionalisti monetari nascondono è che alla base della disoccupazione, della crisi finanziaria ecc. non c’è affatto l’euro e nemmeno la “cattiva” signora Merkel, ma il rapporto perverso, in Europa come in tutto il mondo, tra sfruttatori e sfruttati, finanza e produzione, ricchi e poveri. La campagna anti-euro è solo una furba manovra elettorale, un falso obiettivo cui non credono neppure i suoi inventori, l’ennesimo trucco ideologico per salvare gli affari concreti dei veri ladri del denaro e della vita di tutti, quelli che una volta si chiamavano “padroni”

Vincenzo Sparagna è direttore delle riviste FRIGIDAIRE e IL NUOVO MALE

 

1) Prof. Halevi, in un suo lavoro scritto con Riccardo Bellofiore dal titolo “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, sostenete che, con la grande crisi capitalistica del 2007-2008, siamo dinanzi alla terza crisi della teoria economica. Può spiegarci, brevemente, cosa intendete? Quali sono state, invece, le prime due crisi?

La crisi del 2007 è, ovviamente, anche una crisi di tutti quegli approcci teorici che celebravano l’efficienza dei mercati finanziari come trasmettitori di informazioni affidabili per non dire perfette. Ma questo non sarebbe un granché. La fase apertasi col 2007 mette in crisi anche le visioni secondo cui dal 1980 in poi, cioè con Ronald Reagan e Margaret Thatcher, il sistema economico sarebbe stato gestito da politiche neoliberiste volte a ridurre il ruolo dell Stato a favore del mercato.

Samir Amin è, in genere, un osservatore attento che talvolta viene addirittura presentato come marxista. In un suo recente intervento, successivo alla repressione attuata dall'esercito nei confronti dei Fratelli Mussulmani, si è schierato apertamente con l'esercito con queste argomentazioni:

“Sì, la caduta di Mohamed Morsi e del governo dei Fratelli Musulmani è una grande vittoria per il popolo egiziano. Attesa da tutti gli egiziani. Venticinque milioni di persone hanno firmato una petizione che chiedeva le dimissioni di Morsi, eletto grazie a una frode massiccia, la cui legittimità non è stata riconosciuta dalla magistratura egiziana, ma che era stata imposta dalla decisione Washington. Il gruppo di “osservatori internazionali” non era, infatti, stato in grado di fermare le frodi!Il governo dei Fratelli musulmani ha continuato la stessa politica reazionaria di Mubarak, anche in modo più distruttivo per la maggior parte delle classi popolari. Morsi aveva chiaramente fatto intendere di non avere alcuna intenzione di rispettare le regole della democrazia e aveva mobilitato bande criminali per molestare i movimenti popolari. Sventolando sempre la bandiera di una possibile guerra civile.Morsi ha agito come un dittatore brutale, ponendo in tutte le sfere dello Stato esclusivamente persone appartenenti ai Fratelli Musulmani. La combinazione di una politica economica e sociale disastrosa e di una mancanza delle norme di gestione di uno stato ha portato ad declino un accelerato delle illusioni anteriori di gran parte della società egiziana.I Fratelli Musulmani hanno mostrato il loro vero volto. Tuttavia, le potenze occidentali hanno continuato a sostenere il “Presidente eletto”, dicendo che il regime procedeva verso la democrazia. Probabilmente proprio come la Repubblica Democratica del Qatar!Quello che è successo il 30 giugno era previsto. Grandi dimostrazioni di massa, anche superiori al gennaio 2011, con 16 milioni di persone in piazza, secondo le stime della polizia. Morsi ha risposto facendo sventolare di nuovo le bandiere della “guerra civile”. Ma lui non era in grado di mobilitare più di qualche centinaia di migliaia di sostenitori pagati.Le Potenze occidentali, Israele e i paesi del Golfo odiano la prospettiva di un Egitto indipendente, democratico, socialmente progressista. Manipoleranno i mercenari criminali chiamati jihadisti, istituiti con la complicità e il sostegno in Libia e la provincia egiziana di Sinai. Ma la nazione egiziana e il suo esercito può sconfiggerli”.

Prendiamo spunto dall'intervento di Samir Amin per svolgere alcune sintetiche considerazioni.

 

Nell'anteprima del suo editoriale per il numero di marzo di Limes, Lucio Caracciolo scrive:

«In Siria si combatte la prima guerra mondiale locale. Mondiale perché vi sono coinvolte le massime potenze planetarie e regionali.Anzitutto, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza. A supportare i ribelli che da due anni cercano di rovesciare il regime di Baššar al-Asad agiscono Francia, Gran Bretagna e, molto più tiepidi, Stati Uniti d’America; sul fronte opposto, la Russia è in prima linea, con la Cina, come d’abitudine, alquanto defilata. Poi, i principali attori regionali: Turchia, Qatar e Arabia Saudita guidano lo schieramento anti-Asad; Iran e affiliati libanesi (Hizbullah) sono impegnati sul terreno a protezione del cliente di Damasco. Mentre Israele prepara contromisure nel caso il conflitto rompesse i modesti argini siriani per incendiare l’intero Levante. Certo, nessuno tra i cinque Grandi e le potenze mediorientali è finora coinvolto direttamente nel conflitto. Ma tutti vi sono a vario titolo invischiati: forze speciali occidentali e soprattutto iraniane; “brigate internazionali” jihadiste e hizbullah; agenti d’influenza e mercenari d’ogni colore; copiose forniture d’armi – specie russe e arabe del Golfo; fiumi di denaro per tenere in piedi i combattenti impegnati su territori in macerie, sull’orlo della fame; soft power ovvero disinformazione, in cui eccellono le solite emittenti panarabe, Aljazeera (Doha) e al-Arabiya (Ryad) su tutte (Lucio Caracciolo, La perla di Lawrence, Limes, 4 marzo 2013).


I guai dell’Eurozona originano da una grave anomalia: l’essere imperniata su un paese esportatore, che drena valuta invece di crearla. Il ritorno della Mitteleuropa. Il bluff delle ‘triple A’. Se la moneta comune salta, un’Italia senza timoniere rischia la deriva (
Limes).

Köp Cialis Kristianstad
1.
La zona euro detiene un invidiabile primato storico: è l’unica area monetaria imperniata su un paese creditore, la Germania. Si tratta di una condizione assolutamente anomala: mai, prima d’ora, si era data una moneta a circolazione plurinazionale costruita attorno a un paese strutturalmente esportatore, perché la funzione del fulcro di un sistema monetario è creare liquidità, non drenarla. Tale funzione viene normalmente assolta mediante il commercio: importando beni e servizi altrui e stampando moneta per pagare le importazioni, il paese economicamente egemone alimenta la massa monetaria della sua zona d’influenza, fornendo così il carburante degli scambi e degli investimenti. Ciò presuppone, però, un deficit commerciale quasi permanente e una certa tolleranza, da parte del paese in questione, per l’inflazione e le oscillazioni del tasso di cambio.

Download Antiper, Segni dei tempi, pag.3, Ottobre 2012, PDFMOBI

“Nel 1951 il Primo Ministro iraniano Mohammad Mossadeq nazionalizzò l'industria petrolifera, allora controllata dagli inglesi della APOC/BP. La reazione britannica fu molto dura e fu alla base della Crisi di Abadan che vide l'embargo totale delle esportazioni iraniane di petrolio. Dopo la deposizione di Mohammad Mossadeq, per far tornare il petrolio iraniano sui mercati gli Stati Uniti costituirono il "Consorzio per l'Iran", composto dalle sette principali compagnie petrolifere del tempo. Il Consorzio acquistava il petrolio dall'ente petrolifero nazionale iraniano NIOC in regime di monopolio e lo rivendeva sui mercati al netto delle spese per il risarcimento della nazionalizzazione della BP. Mattei chiese che anche l'Agip potesse far parte del “Consorzio per l'Iran”, ma la sua richiesta fu respinta” [1]

Segno dei tempi che ricorrono, l'Iran è di nuovo nel mirino. E con l'Iran è nel mirino la Siria, che ne costituisce il principale alleato nella regione e che è oggi scossa da una guerra civile fomentata ad arte dagli “amici della democrazia” che siedono a Washington, a Parigi, a Londra, ad Ankara. Ancora una volta la banda di predoni imperialisti capitanata dagli USA (e nel caso specifico coadiuvata dalla Turchia) si presenta a portare un po' di democrazia “made in USA”. E quando questi banditi internazionali portano la loro democrazia son bombe che fischiano.

Download Antiper, Siria, un altro tassello del mosaico, settembre 2012, 7 pag., PDFMOBI

Per sviluppare una riflessione sulla situazione siriana è necessario collocarla all’interno del tentativo di ristrutturazione dell’egemonia nord-americana ed europea in atto da anni in Medio Oriente. Dobbiamo legare il particolare contesto siriano con il più generale quadro internazionale che si caratterizza, da un lato, per le cosiddette “rivolte arabe” e per i loro discutibili esiti attuali [1] e, dall'altro, per la crisi economica di lunga durata del modo di produzione capitalistico, vera forza motrice di questi avvenimenti.

Download Antiper, Commento a Le radici economiche delle sollevazioni in Africa SettentrionalePDFMOBI

Download Francesco Macheda - Roberto Nadalini, Le radici economiche delle sollevazioni in Africa Settentrionale, 2011, PDF


Questo lavoro di Francesco Macheda e Roberto Nadalini è utile non solo perché è ricco di dati e correlato da un'ampia bibliografia, ma anche per l’approccio metodologico che possiamo considerare di impronta materialistica; gli autori, infatti, provano a collocare le rivolte in Nord Africa [2] dentro un quadro di lungo periodo che inizia negli anni '70; ironizzano sul ruolo della “chiamata via Internet” e considerano limitata la lettura delle rivolte come di semplici esplosioni anti-despota (Ben Alì, Mubarak). Secondo gli autori le rivolte vanno invece inserite in un ragionamento più complessivo ed articolato che richiama anche gli effetti della crisi alimentare che ha investito il Nord Africa, le sue cause strutturali e il ruolo svolto dai paesi imperialisti in quel contesto.


L’esito delle elezioni egiziane e la vittoria del candidato dei Fratelli Mussulmani (Mursi) contro Shafiq (l'ultimo Primo Ministro dell’era Mubarak), così come la vittoria elettorale della Fratellanza Mussulmana in Tunisia (e se vogliamo, anche il sempre maggiore protagonismo nelle recenti elezioni libiche e nella ribellione in Siria), prefigurano l'emergere di una nuova leadership politica regionale, religiosa ma non ostile agli USA; un “islam politico” ben diverso da quello contro cui l'”Amerika” aveva lanciato i suoi strali (lo “scontro di civiltà” di Huntington) e le sue bombe (la “guerra al terrorismo” di Bush). 

Un “islam politico” che non brucia le bandiere del “Satana yankee” e che vede gli Stati Uniti come alleato nel ridisegnare lo scenario del Grande Medio Oriente. D’altronde, lo stesso Obama, già nel 2009, nel suo discorso all’Università del Cairo rivendicava “Un nuovo inizio fra mussulmani ed USA che non devono essere in competizione” e auspicava“l’inaugurazione di una nuova era. Islam e USA hanno interessi comuni che possiamo realizzare solo insieme” [1]. Se questa nuova era è iniziata, le rivolte del 2011 ne sono state la levatrice.

IAT | L'economicizzazione del conflitto di classe

IAT | Althusser. Ideologia e apparati ideologici di Stato

IAT | Understanding media. Il mezzo è il messaggio

IAT - Dalla società dello spettacolo all'uomo-spettacolo

IAT | La giustizia di Trasimaco

IAT | Euro o non euro. Questo e il problema?

1917-2017 | 100 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre

1867-2017 | 150 anni dalla pubblicazione del primo libro del Capitale di Karl Marx

Finisca il tempo dei mezzi termini "politically correct"

 

 
«Mi piace molto il pubblico autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi. Il sistema delle reciproche concessioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il dovere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito, son cose finite»
 
Da Franz Mehring, Vita di Marx, L'esilio a Londra, Vita d'esule

Quattordici anni. Riletture della nostra storia

La crisi e l'euro. Incontro con Guglielmo Carchedi

Chi è online

Abbiamo 13 visitatori e nessun utente online

VCNT - Visitorcounter

258493 (61)

social

Feed RSS  Facebook  Twitter