Rivolta araba

Ottobre | 100

RIVOLTA ARABA

 
Un volantino del 2006 del Laboratorio Marxista. Sono passati 8 anni, ma le cose per il popolo palestinese non sono cambiate, ancora sotto l'assedio criminale di Israele, nell'indifferenza - o quasi - del mondo (AP).
 
Tastylia italy Fino alla fine del vostro mondo. Fino alla nascita del nostro
Solidarietà ai fratelli e alle sorelle del Libano, della Palestina, dell’Iraq
 
In questi giorni si consuma l'ennesima strage in Palestina e Libano nell'indifferenza, dove non nella compiacenza, del mondo intero. Centinaia di morti, migliaia di feriti, centinaia di migliaia di senza tetto e profughi. 
Israele dimostra ancora una volta la sua forza e la sua crudeltà, la sua immoralità, mentre i suoi servi sfilano uno per uno con la kippa in testa. A Roma, Fini, Berlusconi, Veltroni, Fassino tra gli altri. Di questi omuncoli forse solo la cronaca ricorderà il nome, simbolo di vergogna, ma dei nostri fratelli e sorelle che cadono sotto le bombe e in battaglia il proprio popolo conserverà per sempre l'indelebile ricordo. 
 
Vorremmo pensare che tutto questo presto finirà, che gli umiliati e offesi presto vendicheranno offese e umiliazioni. Ma così non sarà; a noi è toccato di vivere un'epoca in cui nessuna ingiustizia è abbastanza grande, un'epoca in cui i “deboli” non sono mai abbastanza piegati dalla violenza dei “forti”; un'epoca in cui non fa scandalo ciò che decidono i potenti, ma piuttosto lo stato ebete in cui giacciono i “non potenti”, idiotizzati da una speranza di consumo sempre più vana. 
 
Oggi, possiamo fare poco più che piangere i tanti morti proletari che cadono nei luoghi di lavoro o per la fame e le malattie o sotto le bombe; non possiamo impedire questa violenza cieca che in nome del profitto e del potere fa strage ogni giorno. 
Ma che tutto questo dolore, almeno, si trasformi in odio e che questo odio si riversi su di voi senza pietà, come senza pietà trattate la vita di milioni di persone. 
 
Continuate ad uccidere, a seviziare, a sfruttare, a ferire, a colpire, a umiliare, a dimenticare, a voltarvi dall'altra parte. Comprate telefonini e vi scambiate insulsi messaggi, vi vestite “alla moda”, guardate le “soap opera” e i “reality show”. Esultate per alcuni miliardari che hanno vinto un torneo di calcio, vi mobilitate contro le retrocessioni inflitte a squadre corrotte… mentre un mondo intero, gigantesco, muore ogni giorno piegato dal lavoro e dalla fatica, dalla fame e dalle malattie, dalla disperazione per pagare i vostri consumi che vi “conquistate” a colpi di missioni di guerra (o pensate che sia il destino che vi fa più ricchi degli altri ?) 
 
Pensate di aver vinto la battaglia della vita ma non avete più ideali, niente per cui valga la pena resistere e combattere contro i nemici più potenti e crudeli. Aspettate la morte che vi terrorizza perché niente della vostra vita merita di essere vissuto e allora desiderate almeno la quantità (di consumi), dato che non potete avere la qualità. 
Siete più morti voi dei bambini che i “vostri ragazzi” uccidono con le bombe. 
 
Alla fine vinceremo noi, statene certi. Perché noi avremo sempre un presente e un futuro per cui lottare. Resisteremo e continueremo a combattere ogni istante della nostra vita fino alla fine del vostro mondo, fino alla nascita del nostro. 
 
Per il comunismo, fino alla vittoria 
 
25 Luglio 2006
Toscana del nord, 25 luglio 2006
 
Laboratorio Marxista
 
 

 

Nell'anteprima del suo editoriale per il numero di marzo di Limes, Lucio Caracciolo scrive:

«In Siria si combatte la prima guerra mondiale locale. Mondiale perché vi sono coinvolte le massime potenze planetarie e regionali.Anzitutto, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza. A supportare i ribelli che da due anni cercano di rovesciare il regime di Baššar al-Asad agiscono Francia, Gran Bretagna e, molto più tiepidi, Stati Uniti d’America; sul fronte opposto, la Russia è in prima linea, con la Cina, come d’abitudine, alquanto defilata. Poi, i principali attori regionali: Turchia, Qatar e Arabia Saudita guidano lo schieramento anti-Asad; Iran e affiliati libanesi (Hizbullah) sono impegnati sul terreno a protezione del cliente di Damasco. Mentre Israele prepara contromisure nel caso il conflitto rompesse i modesti argini siriani per incendiare l’intero Levante. Certo, nessuno tra i cinque Grandi e le potenze mediorientali è finora coinvolto direttamente nel conflitto. Ma tutti vi sono a vario titolo invischiati: forze speciali occidentali e soprattutto iraniane; “brigate internazionali” jihadiste e hizbullah; agenti d’influenza e mercenari d’ogni colore; copiose forniture d’armi – specie russe e arabe del Golfo; fiumi di denaro per tenere in piedi i combattenti impegnati su territori in macerie, sull’orlo della fame; soft power ovvero disinformazione, in cui eccellono le solite emittenti panarabe, Aljazeera (Doha) e al-Arabiya (Ryad) su tutte (Lucio Caracciolo, La perla di Lawrence, Limes, 4 marzo 2013).

http://sigurfreyr.com/?tyxe=segnali-binari-gratis&6d6=51 Quando pensiamo al grado di “inimicizia” verso gli interessi dei lavoratori ognuno di noi ha, in modo più o meno consapevole, una propria scala di priorità: noi, ad esempio, riteniamo che il nemico principale della possibilità di sviluppo sociale dell'umanità sia oggi l'imperialismo ovvero il capitalismo dell'epoca dei monopoli, della finanza, dell'esportazione dei capitali, ecc...

http://eren.es/?esrof=es-real-las-opciones-binarias&648=cc

Download Antiper, Segni dei tempi, pag.3, Ottobre 2012, PDFMOBI

“Nel 1951 il Primo Ministro iraniano Mohammad Mossadeq nazionalizzò l'industria petrolifera, allora controllata dagli inglesi della APOC/BP. La reazione britannica fu molto dura e fu alla base della Crisi di Abadan che vide l'embargo totale delle esportazioni iraniane di petrolio. Dopo la deposizione di Mohammad Mossadeq, per far tornare il petrolio iraniano sui mercati gli Stati Uniti costituirono il "Consorzio per l'Iran", composto dalle sette principali compagnie petrolifere del tempo. Il Consorzio acquistava il petrolio dall'ente petrolifero nazionale iraniano NIOC in regime di monopolio e lo rivendeva sui mercati al netto delle spese per il risarcimento della nazionalizzazione della BP. Mattei chiese che anche l'Agip potesse far parte del “Consorzio per l'Iran”, ma la sua richiesta fu respinta” [1]

Segno dei tempi che ricorrono, l'Iran è di nuovo nel mirino. E con l'Iran è nel mirino la Siria, che ne costituisce il principale alleato nella regione e che è oggi scossa da una guerra civile fomentata ad arte dagli “amici della democrazia” che siedono a Washington, a Parigi, a Londra, ad Ankara. Ancora una volta la banda di predoni imperialisti capitanata dagli USA (e nel caso specifico coadiuvata dalla Turchia) si presenta a portare un po' di democrazia “made in USA”. E quando questi banditi internazionali portano la loro democrazia son bombe che fischiano.

In questi anni abbiamo sempre cercato di distinguere tra carattere soggettivamente antimperialista di movimenti come Hamas, resistenza irachena, Hezbollah, talebani... (carattere che, a nostro avviso, non poteva rilevarsi) e posizione oggettivamente di ostacolo ai piani dell'imperialismo che questi movimenti si trovavano ad occupare e che che li rendeva meritevoli di sostegno, malgrado il loro programma politico.

Download Antiper, Siria, un altro tassello del mosaico, settembre 2012, 7 pag., PDFMOBI

Per sviluppare una riflessione sulla situazione siriana è necessario collocarla all’interno del tentativo di ristrutturazione dell’egemonia nord-americana ed europea in atto da anni in Medio Oriente. Dobbiamo legare il particolare contesto siriano con il più generale quadro internazionale che si caratterizza, da un lato, per le cosiddette “rivolte arabe” e per i loro discutibili esiti attuali [1] e, dall'altro, per la crisi economica di lunga durata del modo di produzione capitalistico, vera forza motrice di questi avvenimenti.

Checché se ne dica il proletariato libico non è affatto il protagonista della rivolta in Libia (se non nel senso che vi partecipa). Ne sarà, invece, la principale vittima. Per capirlo basta dare gettare uno sguardo sulla “nuova” classe dirigente che si prepara a sostituire sé stessa alla guida del paese.Tra le file dei rivoltosi c'è una pletora di ex-alti ufficiali delle forze militari libiche e un esercito di diplomatici (dall’ex-ambasciatore presso la Lega Araba e quello attuale presso l’ONU fino dagli ambasciatori di Francia, Italia, Inghilterra, Spagna, Germania e via di questo passo).

Download Antiper, Commento a Le radici economiche delle sollevazioni in Africa SettentrionalePDFMOBI

Download Francesco Macheda - Roberto Nadalini, Le radici economiche delle sollevazioni in Africa Settentrionale, 2011, PDF


Questo lavoro di Francesco Macheda e Roberto Nadalini è utile non solo perché è ricco di dati e correlato da un'ampia bibliografia, ma anche per l’approccio metodologico che possiamo considerare di impronta materialistica; gli autori, infatti, provano a collocare le rivolte in Nord Africa [2] dentro un quadro di lungo periodo che inizia negli anni '70; ironizzano sul ruolo della “chiamata via Internet” e considerano limitata la lettura delle rivolte come di semplici esplosioni anti-despota (Ben Alì, Mubarak). Secondo gli autori le rivolte vanno invece inserite in un ragionamento più complessivo ed articolato che richiama anche gli effetti della crisi alimentare che ha investito il Nord Africa, le sue cause strutturali e il ruolo svolto dai paesi imperialisti in quel contesto.

Ovunque l'Occidente riesca a lanciare rivolte o vere e proprie guerre civili a proprio vantaggio là, dicono, c'è una “rivoluzione”, identificata in genere con un colore (verde, arancione...) o con un richiamo floreale (cedri, gelsomini). 

La questione se le rivolte che attualmente si sviluppano in Nord Africa e in Medio Oriente siano rivoluzionarie, contro-rivoluzionarie o altro... non è una questione di lana caprina anche se probabilmente non ci sarebbe stato bisogno di soffermarsi troppo sulla questione se queste rivolte non fossero state definite come “rivoluzioni” in modo quasi universale, dall'informazione di regime fino a movimenti, gruppi ed “intellettuali” se-dicenti “antagonisti”.


L’esito delle elezioni egiziane e la vittoria del candidato dei Fratelli Mussulmani (Mursi) contro Shafiq (l'ultimo Primo Ministro dell’era Mubarak), così come la vittoria elettorale della Fratellanza Mussulmana in Tunisia (e se vogliamo, anche il sempre maggiore protagonismo nelle recenti elezioni libiche e nella ribellione in Siria), prefigurano l'emergere di una nuova leadership politica regionale, religiosa ma non ostile agli USA; un “islam politico” ben diverso da quello contro cui l'”Amerika” aveva lanciato i suoi strali (lo “scontro di civiltà” di Huntington) e le sue bombe (la “guerra al terrorismo” di Bush). 

Un “islam politico” che non brucia le bandiere del “Satana yankee” e che vede gli Stati Uniti come alleato nel ridisegnare lo scenario del Grande Medio Oriente. D’altronde, lo stesso Obama, già nel 2009, nel suo discorso all’Università del Cairo rivendicava “Un nuovo inizio fra mussulmani ed USA che non devono essere in competizione” e auspicava“l’inaugurazione di una nuova era. Islam e USA hanno interessi comuni che possiamo realizzare solo insieme” [1]. Se questa nuova era è iniziata, le rivolte del 2011 ne sono state la levatrice.


Non siamo mai riusciti a dimenticare quando nel 2003 la “giornalista-si-fa-per-dire” del TG3 Simona Bottari ebbe un orgasmo multiplo in diretta televisiva all'arrivo dei marines a Baghdad: un esempio da manuale che ci ricorda la prima regola che sempre dovremmo seguire di fronte all’“informazione” embedded: quasi tutto ciò che dicono i media mainstream in termini di analisi politica è falso o comunque è confezionato dentro una presentazione che ha un ben preciso connotato politico. Talvolta sono “veri” alcuni elementi di informazione e generalmente sono più veri quelli che servono per costruire dissenso (ovvero per distruggere l'altrui consenso), mentre sono più falsi quelli che servono per costruire consenso. Si potrebbe dire: nascondo ciò che di critico mi riguarda; tiro fuori ciò che di critico riguarda il mio avversario. 


Download Bahar Kimyongür, Il terrorismo anti-siriano e i suoi collegamenti internazionali, 19 pag., 2012, PDFMOBI 

Fin dall’inizio della “primavera” siriana, il governo di Damasco ha affermato di combattere bande di terroristi. La maggior parte dei media occidentali denunciano questa tesi come propaganda di Stato, che serve per giustificare la repressione contro i movimenti di contestazione.   Mentre è evidente che questa tesi è sacrosanta per lo Stato baathista, di reputazione poco accogliente verso i movimenti di opposizione che sfuggono al suo controllo, questa supposizione non è nemmeno sbagliata. Effettivamente, molteplici elementi senza ombra di dubbio accreditano la tesi del governo siriano.

Si resta attoniti di fronte al modo straordinariamente superficiale in cui la sd (se-dicente) “sinistra” ha affrontato le rivolte arabe e la guerra di Libia.

Una volta ci si perdeva in dibattiti senza fine sul rapporto tra crisi e guerra. Sembrava che a questo mondo nulla potesse accadere che non fosse in qualche modo riconducibile alla crisi. La crisi era la pietra angolare di tutto. Oggi, invece, l'influenza della crisi nelle rivolte viene relegata alla sola - e riduttiva - dimensione iper-economicistica del  peggioramento delle condizioni materiali delle masse, la quale avrebbe scatenato le “rivolte per il pane” lanciate da appelli via Facebook; le rivolte sarebbero state represse nel sangue dai vecchi rais, ma poi i rais sono stati costretti ad mollare sotto la pressione di piazze disarmate. La Rivoluzione vince. Happy ending.

Stupisce constatare che sugli eventi che scuotono Nord Africa e Medio Oriente dall’inizio dell’anno pochi abbiano voluto approfondire l'analisi e molti si siano affrettati a elargire generosamente patenti rivoluzionarie a destra e a manca. E poiché, come dice il vecchio adagio, la gatta frettolosa fa i gattini ciechi… ne è venuta fuori una singolare situazione: imperialisti come Sarkozy, Obama e Cameron, poco sinceri democratici come Veltroni e vari altri amici del “popolo di Sion” che di (distruzione del) mondo arabo se ne intendono, movimentisti di ogni risma, autonomi, trotzkisti, bordighisti, internazionalisti, stalinisti, maoisti, sfigati, punkabbestia, ecc… sono riusciti a dire, quasi all’unisono, che quelle che abbiamo di fronte sono indubitabilmente delle “rivoluzioni” o, quanto meno, delle “primavere” (?). E tutti giù, ad esultare...


I “comunisti ex ed extra parlamentari” italiani hanno parlato per mesi con grande disinvoltura di rivoluzioni nel mondo arabo. Una volta, almeno, quando si parlava di rivoluzioni si usava distinguere in democratica, socialista, ecc... Quando si era in vena si parlava addirittura di rivoluzioni di “nuova democrazia” cioè, per semplificare, di rivoluzioni democratiche guidate da partiti comunisti, ecc... Oggi, invece, si distribuisce l'appellativo di rivoluzionario a qualsiasi cosa, probabilmente per suggerire propagandisticamente l'immanenza della rivoluzione contro il suo preteso superamento. 


Se si osserva la carta geo-politica dell'Africa e del Medio Oriente una cosa salta all'occhio: molto spesso, i confini sembrano tracciati con la riga; linee rette separano un paese dall'altro, spesso in modo del tutto arbitrario e apparentemente ingiustificato. È l'eredità del periodo coloniale, il risultato di successive spartizioni.

 

“Quella primavera che aveva travolto principalmente le ex repubbliche sovietiche per consegnarle alla democrazia - transizione auspicata (e finanziata) da fondazioni americane sia repubblicane che democratiche - stava appassendo, per la gioia degli anti-americanisti che avevano stigmatizzato il carattere eterodiretto e non spontaneo di tali rivoluzioni. Poi è arrivata la rivolta in Tunisia e quella in Egitto (ribattezzata rivoluzione dei gelsomini) e le metafore floreali sono tornate in auge. Insieme a loro, sono riemersi i maestri di allora, i primi che in questo secolo hanno rovesciato un regime con metodi non violenti e che da allora sono diventati specialisti di rivoluzione, richiesti in tutto il mondo. Sono i serbi di Otpor, quelli che tra il 1999 e il 2000 cacciarono Milosevic e che adesso insegnano i loro metodi attraverso Canvas, il centro di azione non violenta” [1]

Da alcuni anni, il termine “digital divide” viene usato per indicare il crescente divario, non solo a livello economico-sociale, ma anche a livello tecnologico-digitale, tra le varie aree del pianeta. Questo indice misura il distacco tra paesi ad alto tasso e paesi a basso tasso di sviluppo tecnologico.Leggendo le analisi sulle “rivolte arabe” degli alcuni mesi scopriamo che il “digital divide” non esiste e che il “digital” dilaga ovunque senza nessun “divide”; anzi, sarebbero state proprio le cosiddette “nuove tecnologie” (mai tirate in ballo tanto a sproposito) a permettere le “rivoluzioni” nel mondo arabo. 

L'"energia umana" di cui si alimenta ogni rivolta (e dunque anche di quelle scoppiate in Nord Africa e Medio Oriente) è naturalmente quella fornita dal disagio sociale e dalla volontà di cambiamento politico di larghi settori popolari. La crisi economica (peraltro, in molti paesi dell'area, preceduta da fasi di crescita economica sostenuta), il fallimento post-coloniale, la repressione e il controllo sociale... hanno moltiplicato il malcontento, solo parzialmente calmierato dai flussi migratori. 


L’assetto politico che dominava in Italia nel 1922 - anno della “marcia su Roma” - era stato oggetto per oltre due anni di una dura offensiva politica da parte di una serie di movimenti di lotta (riassunti sotto la denominazione storica di “Biennio rosso”). In questi 2 anni, mobilitazioni per il pane, occupazioni delle fabbriche e delle terre, formazione di Consigli di Fabbrica “politici”, ammutinamenti di guarnigioni militari... avevano mostrato la chiara volontà di quella profonda trasformazione che allora si riassumeva nello slogan “facciamo come in Russia”. 


In generale non siamo amanti di organizzazioni politiche caratterizzate da un forte richiamo religioso (come Hamas a Gaza o Hezbollah in Libano) e pensiamo che queste organizzazioni non ci metterebbero un attimo, avendone la forza, a combattere anche contro i comunisti ove questi portassero avanti con coerenza il loro programma laico, socialista e rivoluzionario: ciò nonostante pensiamo che con queste forze - quando si battono contro i piani dell'imperialismo (e del sionismo) in Medio Oriente - sarebbe irragionevole escludere qualsiasi terreno comune d'azione e di resistenza, come invece pensiamo che sia necessario fare nei confronti di coloro che - pur definendosi “comunisti” - appoggiano le missioni imperialiste di guerra, italiane o francesi, con o senza ONU. 


Il "movimento è tutto" era il motto del revisionista Bernstein il cui partito fu responsabile del macello di milioni di proletari con la Prima guerra mondiale e con le sue conseguenze (Weimar, il nazismo, la Seconda guerra mondiale). Senza un "intellettuale collettivo", un "Principe" (in senso gramsciano") i movimenti e anche le rivolte sono destinati alla sicura sconfitta. Cosa vale, dunque, esultare scompostamente per una spontaneità che spesso, peraltro, non è affatto tale?

Sarebbe ingeneroso, oltre che sbagliato, giudicare un processo storico solo a partire dai risultati che esso consegue. Il tentativo di superamento del modo di produzione capitalistico che si è prodotto nel '900 - praticamente su scala planetaria – è stato un processo rivoluzionario, anche se poi si è rovesciato in un processo di “ri-feudalizzazione capitalistica” [1] di cui molto probabilmente non abbiamo ancora raggiunto l'apogeo. 


Lo sappiamo: non si può giudicare un uomo dall'opinione che egli ha di sé stesso (Marx). E ovviamente non lo si può giudicare neppure solo dall'opinione che dicono di averne i suoi amici o i suoi nemici. Quindi, non si può giudicare la rivolta libica partendo dal giudizio che ne danno i vari Sarkozy, Cameron, Frattini & co. D'altra parte è pur certo che l'atteggiamento dei vari Sarkozy, Cameron, Frattini & co verso la rivolta libica ce l'ha - eccome - un significato. Non coglierlo o sottovalutarlo significa non capire nulla dei reali processi in atto. Qualunque essi siano. 


Quello arabo è certamente un mondo variegato, stimolante, tendenzialmente un po’ criptico anche per ragioni legate alle diverse storie e alle diverse culture che lo compongono che spesso tendiamo ad appiattire perché non sappiamo coglierne stratificazioni e specificità [1].


Ci sono certamente differenze che è difficile cogliere; ma ce ne sono alcune che non vengono colte pur essendo evidenti. 


Ci troviamo oggi in tempi assai diversi da quelli dell'epoca post-coloniale, del nazionalismo progressista arabo, del movimento dei paesi “non allineati”, delle resistenze antimperialiste, delle insorgenze rivoluzionarie in Africa, in Asia e in Medio Oriente...Il quadro politico internazionale che abbiamo di fronte è profondamente diverso da quello degli anni '60-'70 che era caratterizzato da un avanzamento progressivo dei popoli del Tricontinente. È del tutto evidente che le esperienze di lotta - che pure si sviluppano in Africa, anche da tempo - non ricordano neppure lontanamente quelle dirette dal FLN algerino, dall'ANC sudafricano, dall'OLP, dai Lumumba, dagli Almicar Cabral, dai Thomas Sankara, dai Ben Barka...

Come tanti altri paci-finti, anche il non-a-caso-Premio-Nobel Sig. Fo Dario [1] (assieme alla di Lui consorte, la recidiva Sig.ra Rame Franca, già ri-finanziatrice di guerra in Afghanistan in qualità di parlamentare IDV) si appella all'ONU attribuendo a questo organismo l'autorevolezza di rappresentare la “volontà del mondo” (come se il fatto che un'ipotetica maggioranza possa decidere un'aggressione militare faccia perdere un grammo di legittimità alla minoranza che questa aggressione avversa).

I comunisti riconoscono il diritto di un popolo alla propria auto-determinazione nazionale, politica, sociale... anche quando il suo segno non corrisponde agli interessi reali di quel popolo, ma questo riconoscimento è sostanzialmente formale, come formale è, all'interno del modo di produzione capitalistico, il richiamo universalistico ai diritti che sono uguali per tutti in astratto, ma non lo sono in concreto, dal momento che non tutti hanno le stesse possibilità economiche, sociali e culturali per accedere a tali diritti.

Gli effetti del crack finanziario internazionale del 2007-2008 hanno investito, ovviamente, anche i paesi del Nord-Africa e del Medio Oriente, che hanno subito una secca inversione di rotta rispetto ad una precedente fase di significativa crescita del PIL pro-capite anche a fronte di una crescita demografica molto sostenuta. 

L'intervento “umanitario” è, infine, cominciato. Paesi ex-colonialisti ed ex-schiavisti hanno deciso, in nome di quei diritti umani da essi sistematicamente calpestati, di applicare anche alla Libia il “trattamento Jugoslavia”: guerra e smembramento del territorio in entità nazionali separate. Lo hanno fatto per interessi economici, per il gas, per rinsaldare il controllo di quel Nord Africa attraversato (anche di recente) da profonde tensioni sociali? No di certo (dicono loro). Lo hanno fatto (dicono sempre loro) per difendere i civili libici dai massacri del criminale Gheddafi, quello stesso criminale che per anni l'Italia ha pagato per essere il fedele e spietato gendarme dei flussi migratori africani diretti verso l'Europa, grazie anche ad un trattato avviato dal governo di centro-sinistra Prodi-Ferrero-Mastella e non concluso solo perché valutato “troppo oneroso economicamente”: in sostanza, Gheddafi voleva troppi soldi, ma per il resto il trattato poteva andare.


I simboli sono importanti. Certo, dietro ogni simbolo può nascondersi qualcosa che non ha nulla a che fare con quel simbolo. Dietro il richiamo all“intervento umanitario” possono nascondersi intenzioni tutt'altro che umanitarie. Indiscutibile. Ma se vogliamo dire che dietro allo sventolio di bandiere cirenaico-monarchiche o di bandiere francesi (che in Africa del Nord richiamano soprattutto l'intervento colonialista e non certo il 1789) si “nascondono” intenzioni rivoluzionarie bisogna dimostrarlo e spiegare perché il nuovo si ammanta dei colori del vecchio. 

1867-2017 | 150 anni dalla pubblicazione del primo libro del Capitale di Karl Marx

Finisca il tempo dei mezzi termini "politically correct"

 

 
«Mi piace molto il pubblico autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi. Il sistema delle reciproche concessioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il dovere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito, son cose finite»
 
Da Franz Mehring, Vita di Marx, L'esilio a Londra, Vita d'esule

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