Pensieri

PENSIERI

Recensione a Terrorismo e modernità di Donatella Di Cesare pubblicata nel n.4 di Qui e ora

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Rispetto all’ormai sterminata bibliografia sull’argomento, il libro di Donatella Di Cesare merita di essere letto, studiato e discusso, soprattutto da chi nutre velleità rivoluzionarie. La tesi di fondo è la seguente: il terrorismo non è un “mostro”, un flagello che si abbatte dall’esterno sulla nostra società, ma parte integrante della storia del moderno Stato democratico. Il merito di questo libro è mettere allo scoperto il tabù che lo Stato moderno cela dentro di sé.

«Terrorismo» è un termine di cui lo Stato ha il monopolio, così come ha il monopolio della violenza. Scrive Di Cesare, «Solo lo Stato esercita il potere di qualificare, definire, nominare. Solo lo Stato può dire ad altri “terrorista” E, per converso, nessuno può applicare allo Stato questo nome, a meno di non dichiararne apertamente l’illegittimità e comprometterne la sovranità».

Nell’ottica statuale, il terrorismo verrebbe solo dal basso. Insomma, per lo Stato non ci sono dubbi: il terrorismo è quello di ribelli, anarchici, autonomi, brigatisti, e poi oggi quello di islamisti e jihadisti. D’altra parte, è pur vero che oggi nessun rivoluzionario si definirebbe mai “terrorista”. Non è un caso, quindi, che siano soprattutto gli Stati a usare il termine nella retorica del discorso pubblico, revisionando di continuo la definizione a seconda dei gruppi che intendono squalificare.

L’acribia con cui la razionalità politica statuale si dedica a rappresentare il terrorismo come forma assoluta del Male contemporaneo è, in realtà, indice del tentativo, mai del tutto riuscito, di occultare quel quantum di terrore che resta inscritto nel cuore dello Stato moderno. Ora, per chiunque volesse comprendere la relazione originaria che sussiste tra Stato e terrore, c’è un nome in cui ci si imbatte subito: è quello di Hobbes. Nel Leviatano, è la sequenza paura, sovranità, terrore a costituire la genesi dell’ordinamento politico.

Incontri di approfondimento teorico (IAT) | Audio Conferenza SKYPE
Domenica 30 aprile 2017 | ore 10.30
IAT | Sull'uso politico della paura. La paura come strumento di potere (a partire dalla riflessione di Danilo Zolo in «Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere»)

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Relazione introduttiva di Giulia | Commento di Tommaso al concetto di "paura liquida" in Zygmunt Bauman | Integrazione di Marco sul concetto di “istituzionalizzazione” in La realtà come costruzione sociale di Peter Berger e Thomas Luckmann.

IAT | Introduzione a Karl Marx, "Per la critica dell'economia politica"
Relazione introduttiva di Marco | 22 gennaio 2017 | Audio conferenza skype


Incontri di approfondimento teorico (IAT)
Domenica 30 aprile 2017 | ore 10.30

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Relazione introduttiva di Giulia | Commento di Tommaso al concetto di "paura liquida" in Zygmunt Bauman | Integrazione di Marco sul concetto di “istituzionalizzazione” in “La realtà come costruzione sociale” di Peter Berger e Thomas Luckmann.

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binary options ftse IAT | Sull'uso politico della paura. La paura come strumento di potere a partire dalla riflessione di Danilo Zolo in «Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere»

Qual'è il rapporto dell'uomo con l'ambiente che lo circonda? La parola chiave è forse «Gattungswesen», il termine con cui Marx designa, nei «Manoscritti del '44», il carattere «generico» della natura umana. L'uomo è un animale che non ha un proprio mondo specifico ma è in grado di adattarsi a molti mondi. Non avere un proprio "Umwelt" e possedere una dotazione istintuale limitata rende l'uomo certamente più vulnerabile anche se più flessibile all’evoluzione. La genesi della paura risiede dunque nella proiezione di un essere fragile e primitivo, anche se intelligente, in un ambiente pericoloso e violento? Gli uomini possiedono una naturale tendenza alla paura? Forse. Quello che è certo è che la paura viene spesso alimentata ad arte per trarne profitto in termini di potere; soffiare sul fuoco delle paure (della morte, delle malattie, della povertà, dell'ignoto, dell'altro...) sembra essere, da sempre, lo strumento principale del dominio di classe. Dal momento che la paura sembra essere la condizione esistenziale dell’umanità avviamo un percorso di riflessione su questo tema, cominciando da un testo di Danilo Zolo che pone certamente alcuni temi fondamentali.

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Danilo Zolo | Sulla paura (PDF)

Carlo Bordoni | Stato di paura

Corey Robin | Fear. The history of a political idea Oxford University Press, 2004

Zygmunt Bauman, Carlo Bordoni | State of Crisis

Serge Quadruppani | La politica della paura. Prefazione di Wu Ming 1 (2013)

Giacomo Pezzano | Ripensare (con) Marx: la natura umana tra filosofia, scienza e capitale (Ed. Petit Plaisance)


Del 2016 si è detto di tutto. Di come sia stato l’anno peggiore di sempre. Di come abbia infranto ogni record di disgrazie e lutti. Di come abbia messo a repentaglio la sicurezza nel nostro modo di vivere. E via a snocciolare dati, fatti e accadimenti senza precedenti: gli attacchi terroristici all’Europa, la crudeltà della guerra in Siria, la disoccupazione che non cala, la crisi politica nazionale e l’elezione di Donald Trump. Eppure, come se non bastasse, stiamo aspettando che accada qualcosa di ancor più grosso. Come se il 2016 non fosse stato altro che il preludio per un nuovo annus horribilis aperto dall’ennesima caccia all’uomo dopo la strage di Istanbul. Un panorama per cui è lecito chiedersi cosa stia succedendo. Siamo di fronte a un nuovo evento epocale? «No, non direi» è la risposta secca di Alain Badiou, filosofo francese che sulla categoria di “evento” ha costruito il proprio pensiero con opere come L’essere e l’evento e Logiques des mondes.
«Per come la vedo io, tutto ciò che è successo non è altro che il sintomo di un malessere più grave: un mondo dominato dal capitalismo globale», lo stesso a cui da sempre si oppone la riflessione marxista di cui Badiou, alla soglia degli 80 anni (li compirà il 17 gennaio), è l’epigono. A lui tocca portare avanti la fiaccola della filosofia francese che con Althusser, Foucault, Deleuze, Derrida e molti altri ha ripreso e riletto i concetti espressi dall’auotre de Il Capitale fino a farne la massima del proprio agire (Badiou è tra i fondatori del Partito Socialista Unificato francese e per molto tempo si è speso a favore dei sans papiers, gli immigrati senza permesso di soggiorno).

binÀre optionen signale verg Ma cosa resta del marxismo? È ancora uno strumento utile per criticare e analizzare la situazione socio-economica in cui ci troviamo?

Il marxismo non è solo “utile”, è il solo pensiero generale che possa illuminare il mondo contemporaneo ed essere alla base di una nuova politica. Tutti i concetti importanti di Marx sono molto più veri oggi che ai suoi tempi. Il mercato mondiale, per esempio, è molto più reale oggi che nel 1850. Per non parlare della creazione di una disoccupazione di massa: ci sono, nel mondo d’oggi, circa due miliardi di esseri umani che costituiscono ciò che si definisce il “surplus”. Persone che non sono né dei salariati, né dei proprietari, né dei consumatori. Insomma, non sono niente. Dall’altro lato, c’è la concentrazione del capitale: ad oggi, 264 persone possiedono l’eqiuivalente di quello che possiedono gli altri tre miliardi. Il mondo intero è sotto la legge, prevista da Marx, di un’oligarchia finanziaria estremamente meschina. Marx diceva anche che i governi erano «le fondamente del potere del Capitale» e oggi tutti possono rendersi conto più facilmente che non 150 anni fa. E poi, chi crede ancora che un voto possa cambiare le cose? Insomma, è dalla visione marxista che bisogna partire, applicando al nostro mondo ciò che Marx aveva anticipato – e che dimostra il suo genio.

In questo articolo, sinteticamente, emerge il problema principale dell'impostazione di Piketty: la pretesa che il funzionamento del modo di produzione capitalistico - la cosiddetta "economia" - possa essere sottomessa alla cosiddetta "politica" (come se fosse la sovrastruttura a governare la struttura e non il viceversa). Un approccio idealistico del tutto analogo a quello degli anti-neo-liberisti che tanta nefasta influenza hanno avuto negli ultimi 2 decenni e che Isaia, giustamente, stigmatizza:

"Paradossalmente – ma a ben considerare meno di quanto non sembri a prima vista –, solo gli antiliberisti ideologici hanno continuato a dar credito alle teorie dogmaticamente liberiste, attribuendo alla loro maligna influenza sui governi le magagne che minano la cosiddetta convivenza civile fondata sul Patto sociale. È ciò che succede quando si coltiva la bizzarra idea che sia la realtà ad adeguarsi alle teorie politiche ed economiche, e non viceversa"

Lo avevamo scritto anche in passato (cfr. Antiper, Liberismo e anti-neo-liberismo tra Stato e mercato"), ma le chiacchiere sul neo-liberismo continuano ad imperversare per la semplice ragione che aprono la strada ad una critica del tutto inconsistente del capitalismo "cattivo" e all'auspicio di un impossibile "ritorno" al "capitalismo buono" della belle epoque.

C’è ingegno in questa testa: 
se potesse uscire… (W. Shakespeare).

Scrive Thomas Piketty nel suo ormai celebre (e “monumentale”: 928 pagine nella sua versione italiana recentemente pubblicata da Bompiani) studio sul Capitale del XXI secolo iq option signals«La crescita moderna e la diffusione delle conoscenze hanno permesso di evitare l’apocalisse marxista, ma non hanno modificato le strutture profonde del capitalismo e delle disuguaglianze. […] Tuttavia, esistono strumenti in grado di far sì che la democrazia e l’interesse generale si riprendano il controllo del capitalismo e degli interessi privati, senza peraltro fare ricorso a misure protezionistiche e nazionalistiche» (1).

Sorvoliamo sull’«apocalisse marxista», suggestiva locuzione che allude a quell’ideologia crollista elaborata da non pochi zelanti epigoni che con il maestro di Treviri c’entrano assai poco (salvo che non si voglia inchiodare il poveretto a singole frasi di stampo “apocalittico”); chiediamoci piuttosto quando la democrazia e il cosiddetto «interesse generale» hanno avuto «il controllo del capitalismo e degli interessi privati». La mia risposta è: mai.

"Marx sviluppa, nel 'Capitale', tutta l'analisi delle strutture vieppiú complesse di una società mercantile e capitalistica, da quella della 'forma di valore semplice' a quella della 'forma relativa' (nella quale la struttura già si arricchisce in senso quantitativo e numerico, oltre che qualitativo) (50), a quella della 'forma equivalente' ed a quella della 'forma generale' (...) e poi, con un salto qualitativo (...), a quella del 'processo' di 'circolazione mercantile mediato dal denaro' (M-D-M), sino a quella del processo della 'circolazione del denaro stesso' (D-M-D), che apre finalmente la via alla 'genesi' (oltre che all'analisi, beninteso) delle strutture più propriamente esclusive della società 'capitalistica'.

Una tesi fondamentale per la teoria della storia e della rivoluzione di Marx è che “Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso” (Per la Critica dell’economia politica, prefazione). Ora, se il marxismo è una scienza, ciò deve essere verificato empiricamente. Ma questa verifica è importante anche per un altro motivo. Come dice Gramsci, “La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere”. (Quaderni del carcere , «Ondata di materialismo» e «crisi di autorità», volume I, quaderno 3, p. 311, scritto intorno al 1930). La verifica empirica ci permette anche di capire perché e soprattutto come il vecchio muore.

Nella fase storica attuale – e cioè dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi – il capitalismo incontra un limite sempre più insormontabile a causa della contraddizione tra la crescita della forza produttiva del lavoro da una parte e il rapporto di produzione, quello tra lavoro e capitale, dall’altra. Questa contraddizione si sta facendo sempre più dirompete e il capitalismo sta esaurendo le sue capacità di svilupparsi nel contesto di questa fase storica. La forma concreta presa da questa contraddizione, da questa sua crescente incapacità di svilupparsi, sono le crisi sempre più violente.


IAT | Audio della relazione introduttiva a Karl Marx. Introduzione del 1857 a "Per la critica dell'economia politica" (AUDIO)

Incontri di approfondimento teorico (IAT)
Domenica 22 gennaio 2017 | ore 10.30

Audio Conferenza SKYPE
Relazione introduttiva di Marco
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trading binarie migliori orari Marx | Introduzione del 1857 a Per la critica dell'economia politica

Per la critica dell’economia politica è un testo del 1859 che costituisce una sorta di «anello di congiunzione» tra gli studi preparatori del primo libro del Capitale (segnatamente quelli del biennio 1857-58) e la sua effettiva pubblicazione, che avverrà 8 anni dopo, nel 1867. Ciò nonostante, questo testo non ha conosciuto una così poi larga fortuna e forse non avrebbe neppure visto la luce se Marx non avesse dovuto ottemperare ad impegni per i quali era già stato pagato in anticipo. Più studiata della Kritik è stata probabilmente l’Introduzione che per essa Marx aveva scritto due anni prima, nel 1857. E se questo è avvenuto è stato probabilmente perché l’Introduzione contiene riflessioni «epistemologiche» importanti che chiariscono il modo in cui Marx affronta l’analisi e l’esposizione del proprio oggetto di studio nonché il proprio approccio «antropologico». In questo incontro analizzeremo l’Introduzione, avvalendoci criticamente anche del commento di alcuni studiosi; ma analizzeremo anche la Prefazione alla Kritik in cui è tracciato, sia pure in modo necessariamente sintetico, il percorso che aveva condotto Marx ed Engels a definire gli elementi fondamentali di quella che sarebbe stata chiamata la «concezione materialistica della storia».

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Karl Marx | Introduzione del 1857 a Per la critica dell'economia politica (Einaudi, 1975, Trad. Emma Cantimori Mezzomonti)

Karl Marx | Prefazione (1859) a Per la critica dell'economia politica (Einaudi, 1975, Trad. Emma Cantimori Mezzomonti)

Lettere a proposito di per la critica dell'economia politica

Karl Marx, Introduzione alla critica dell'economia politica, Commento storico critico di Marcello Musto, traduzione di Giorgio Backhaus, Macerata, Quodlibet, 2010, pp. 136

Emilio Sereni | Il metodo scientificamente corretto

Marcello Musto | History, production and methodin the 1857 ‘Introduction’

Karl Marx | Introduzione a Per la Critica dell'Economia Politica | Traduzione, introduzione e commento di Stefano Garroni


Antiper | I movimenti delle donne nel mondo contemporaneo. Dalla rivoluzione sessuale alla deriva post-moderna del femminismo

Coordinamenta femminista e lesbica | A proposito di femminismo. Una risposta ad Antiper

Care compagne

abbiamo letto le vostre osservazioni sui nostri appunti (che ci sono state segnalate da una compagna) e ci tenevamo a precisare alcune cose. Intanto, e sopra ogni cosa, che nel nostro riferimento al vostro nome non era assolutamente implicita alcuna critica del vostro lavoro di militanti femministe e che non abbiamo inteso criticare le vostre idee e i progetti che portate avanti. La nostra era una semplice osservazione sulla scelta del termine "coordinamenta" che ci sembrava utile per porre il problema del linguaggio sessuato.
Ci dispiace se avervi chiamato "attiviste" in luogo di "militanti" vi è parsa una critica politica; onestamente abbiamo usato i due termini come se fossero sinonimi. Non avevamo capito l'importanza che attribuite alla differenza tra "militare" in un collettivo ed "essere attive" al suo interno; di certo, nell'uso della parola "attiviste" non c'era alcuna intenzione di demonizzare il vostro impegno e la vostra militanza politica.

Detto questo, visto che ci siamo, cogliamo l'occasione per "spiegare alcune cose" come avrebbe detto il buon Pablo Neruda.

Ci rimproverate di non esprimere un progetto femminista completo, di non esplicitare il nostro punto di vista sul patriarcato, ecc..., ma la verità è che il nostro intervento non aveva alcuna velleità di proporre un progetto organico, sia perché non era questa l'occasione (quello che volevamo era solo darci alcune coordinate storiche e politiche), sia perché di certo non siamo noi a doverlo e poterlo fare.

E d'altra parte è anche vero che dalla critica di un determinato progetto possono delinearsi i lineamenti di un progetto alternativo; ad esempio, la critica (di Marx) dell'economia politica non era che l'affermazione di un'economia politica critica (del capitalismo). Noi, in effetti, volavamo molto più bassi di quanto potete aver supposto. Volendo approfondire la nostra conoscenza dei movimenti delle donne (e quindi ammettendo indirettamente la nostra ignoranza, che voi giustamente ci rimproverate) abbiamo deciso di scegliere alcuni elementi per sviluppare, in un ciclo in 3 tappe, una serie di riflessioni. Il contributo che avete visto riguardava la terza di queste tappe.

Il vostro articolo è pieno di citazioni e grandi affreschi.

http://www.sinistrainrete.info/societa/8594-i-movimenti-delle-donne-nel-mondo-contemporaneo.html Forse, se una critica si può fare, si potrebbe notare che pretendendo di mettere tanta diversa carne al fuoco l’articolo finisce per bruciare tutto e lasciare ben poco da mettere sotto i denti.

La critica rivolta al nostro gruppo femminista “coordinamenta femminista e lesbica” sembra un buon esempio di questi errori “di cottura”. La critica che ci rivolgete è di poco conto, ma la scelta di esercitarla in un paragrafo in cui si prende di mira (a ragione!) il femminismo della differenza finisce per farle assumere ben altra rilevanza.

Perché fare il nome di un gruppo politico femminista che si oppone, da ben prima di voi, al pensiero innatista che accomuna ormai il femminismo di regime e molte femministe compagne? Perché utilizzare la coordinamenta come esempio di cattiva declinazione del femminismo (addirittura come esempio di articolazione prettamente formale della lotta) quando siamo uno dei pochi collettivi di compagne (l’unico romano) che ha preso pubblicamente parola contro la giornata del 26, opponendosi con forza a questa meschina manovra che sta minando da dentro le fondamenta del femminismo rivoluzionario per consegnarlo, attraverso la sua riduzione a lotte categoriali perfettamente compatibili con il capitalismo, nelle mani, non della borghesia tout court, ma della borghesia neoliberista? Perché citare proprio noi che siamo tra le poche, da ormai troppo tempo, a scendere in piazza contro le guerre imperialiste e la strumentalizzazione dei diritti e delle rivendicazioni delle donne e della violenza da cui esse sono oppresse?

Marco Riformetti, Risposta alla risposta del Professor Umberto Galimberti, PDF

Umberto Galimberti ha risposto, dalle pagine della Repubblica delle Donne, ad una domanda sul suo appoggio all'appello per il sì al referendum costituzionale.
All'interno del file PDF, in appendice, ci sono la domanda e la risposta di Galimberti.
Il "botta e risposta" precede l'esito referendario che ha sancito la sconfitta del sì ma l'argomentazione di Galimberti merita di essere segnalata per la sua inconsistenza.


Antiper | Lenin, uomo del futuro | X. La socialdemocrazia europea contro la rivoluzione: il “rinnegato Kautsky”. Democrazia borghese e dittatura del proletariato. La mancata rivoluzione in Europa (Germania, Ungheria). La nascita dell’Internazionale Comunista | PDF


Incontri di approfondimento teorico (IAT)
Domenica 11 dicembre 2016 | ore 10.30
Audio Conferenza SKYPE
Relazione introduttiva di Fausto

forex sätta in pengar Lenin | La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky

Dopo l’Ottobre il dibattito sul rapporto tra Stato e socialismo cessa di essere un dibattito sostanzialmente teorico per farsi pienamente pratico. Per la prima volta nella storia un partito rivoluzionario si trova alla guida di un grande paese con l’obbiettivo ricostruirlo e favorire le condizioni per la transizione politica, sociale e culturale da un modo di produzione capitalistico ancora profondamente influenzato dall’eredità zarista ad un nuovo modo di produzione pre-socialista e, in prospettiva, pienamente socialista.
Immensi sono i problemi che si presentano di fronte alla Rivoluzione ed il primo di questi problemi riguarda il rapporto tra masse e potere ovvero il problema della democrazia socialista. Lo scontro tra le forze rivoluzionarie e quelle «socialiste a parole» si fa asprissimo e raggiunge il suo apice nella dura polemica tra Lenin e Kautsky. Molti elementi di quella polemica sono ancora oggi di grande insegnamento ed è per questo che li affrontiamo in questo incontro.

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Lenin | Indice de La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky: Prefazione | Come Kautsky trasformò Marx in un volgare liberale | Democrazia borghese e democrazia proletaria | Ci può essere uguaglianza tra sfruttatori e sfruttati? | I Soviet non devono trasformarsi in organizzazioni statali | L'Assemblea costituente e la Repubblica sovietica | La Costituzione sovietica | Che cos'è l'internazionalismo? | Servilismo verso la borghesia in veste di «analisi economica»

Lenin | Opere vol. 28 | (Editori Riuniti, 1958, IV edizione)

Etienne Balibar | On the dictatorship of the proletariat (brano in inglese)

Antiper | Lenin, uomo del futuro | X. La socialdemocrazia europea contro la rivoluzione: il “rinnegato Kautsky”. Democrazia borghese e dittatura del proletariato. La mancata rivoluzione in Europa. La nascita dell’Internazionale Comunista

IAT | Lenin | La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky (audio)


Quelli che seguono sono gli appunti per la relazione introduttiva su cui è stato realizzato il terzo incontro di approfondimento storico-politico (IASP) del Ciclo di incontri sui movimenti delle donne di domenica 13 novembre dal titolo I movimenti delle donne nel mondo contemporaneo. Dalla rivoluzione sessuale alla deriva post-moderna del femminismo introdotto da Giulia | A4, PDF, 17 pagine.

Il primo incontro si intitolava Le donne tra due rivoluzioni. Dalla Rivoluzione francese alla rivoluzione d'Ottobre. Siamo partiti dalla Rivoluzione francese perché prima di essa le donne erano apparse sempre e solo protagoniste passive degli eventi

“[…] la storia è stata solo storia al maschile e per lunghi secoli le donne non sono state raccontate; per meglio dire, non hanno potuto raccontarsi” [1]

Per la prima volta la Rivoluzione francese porta le donne alla ribalta sociale anche se le contraddizioni restano profondissime

“Nella Francia rivoluzionaria infatti andavano via via instaurandosi dei veri e propri Club femministi con posizioni anche molto differenti tra di loro […] L'impegno delle donne fu comunque vano in quanto esse non ottennero nessuno dei diritti rivendicati e fu persino negato loro il diritto di associazione: tutti i Club femminili furono sciolti.

La cosa che colpisce è che questa chiusura avviene proprio all'epoca della Convenzione guidata dai Giacobini, il che mostra la permanenza di grandi limiti sul tema delle donne anche nella borghesia rivoluzionaria” [2]

Con la Rivoluzione industriale di fine ‘700 - inizio ‘800 e la conseguente massiccia introduzione di macchine, donne e fanciulli cominciano a seguire gli uomini nelle fabbriche

“Questo potente surrogato del lavoro e degli operai si è così trasformato subito in un mezzo per aumentare il numero degli operai salariati irreggimentando sotto l'imperio immediato del capitale tutti i membri della famiglia operaia, senza differenza di sesso e di età” [3]

Non è dunque a caso che proprio con la Rivoluzione industriale nasca un femminismo socialista in contrapposizione al femminismo liberalex

“Il primo ha come obbiettivo la liberazione della donna attraverso la trasformazione della società mentre il secondo, in sostanza, chiede eguali diritti per uomini e donne ma nel quadro del mantenimento della società esistente” [4]

Il 25 novembre è la "Giornata mondiale contro la violenza sulle donne" ed è certamente un'occasione utile per denunciare una volta di più la violenza che viene perpretata contro le donne, sia essa fisica o socio-culturale, sia essa compiuta da singoli maschi o da interi sistemi politici e sociali. E per non correre il rischio che questo problema possa diventare una bandiera reazionaria grazie alla quale giustificare la "guerra di civilità" è bene occuparci soprattutto della violenza che viene esercitata sulle donne nel mondo in cui viviamo. E qual è il mondo in cui viviamo? E' una società capitalistica ovvero una società classista che è basata "per definizione", potremmo dire, sulla violenza: la stessa proprietà privata, il "pilastro" di questo mondo, è nata e si è conservata solo grazie alla violenza. Per non parlare delle guerre attraverso le quali difendiamo la nostra "way of life", il nostro stile di vita. A discapito di miliardi di persone? Sì, a discapito di miliardi di persone.

Il sistema economico-sociale in cui viviamo è intriso di violenza e questa violenza è quotidiana. Ogni giorno siamo bombardati da immagini di violenza e questo non può non influire anche sui nostri comportamenti. Il maschio, la violenza del maschio, sono un prodotto del mondo non un fattore antropologico. Di certo la violenza degli uomini sulle donne non è una novità. E sarebbe sbrigativo ricondurre questa violenza al "sistema" anche se certamente un "sistema" che fa della violenza, della competizione, dell'agonismo, del potere, della paura, dell'individualismo, dell'indifferenza per la vita degli altri... i suoi ingredienti fondamentali ha evidentemente enorme influenza nella crescita della violenza in tutte le dimensioni della relazione sociale (meno che in quella rivoluzionaria, che poi sarebbe l'unica accettabile).

Ma sarebbe del tutto illusorio pensare che i nostri comportamenti possano modificarsi solo grazie alla "sensibilizzazione al problema della violenza" (che pure va fatta). Un mondo non cambia le proprie concezioni e i propri comportamenti se non quando cambia ciò che determina tali concezioni e tali comportamenti. Se non c'è liberazione sociale non ci può essere neppure liberazione culturale. Dunque, possiamo parlare all'infinito di violenza sulle donne e la violenza sulle donne continuerà all'infinito, come continuerà la violenza sui minori, come continueranno la violenza di classe, la violenza imperialista, la violenza religiosa...

Contro la violenza sulle donne ci sono due strade, da percorrere entrambe: la prima è quella dell'auto-difesa delle donne (alleate, anzitutto, con i maschi della loro classe che sono stati capaci di cominciare ad allontanarsi concretamente da concezioni maschiliste). La seconda è quella di lottare per una società diversa dove la liberazione delle donne sia la condizione per la liberazione anche dei maschi da un mondo che ci inchioda tutti a ruoli sociali funzionali solo alla sua riproduzione.

Non raccogliamo dunque l'appello del femminismo borghese all'allenza interclassista delle donne contro gli uomini, ma quello del femminismo socialista, marxista, di classe... che unisce uomini e donne nel cambiamento rivoluzionario del mondo, sapendo che le donne hanno un motivo in più per "fare la rivoluzione".


Aleksandra Kollontaj

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Incontri di approfondimento storico-politico (IASP)

Ciclo di incontri sui movimenti delle donne. Terzo incontro
handla Sildenafil Citrate på nätet La rivoluzione delle donne | Dalla rivoluzione sessuale alla deriva del femminismo 
Relazione introduttiva di  binäre optionen lehrgang Giulia 

Con questo terzo incontro terminiamo la breve rassegna sugli elementi fondamentali che hanno caratterizzato lo sviluppo dei movimenti delle donne. Nei primi due incontri avevamo analizzato la fase che intercorre tra la Rivoluzione francese e quella socialista del 1917 e quella che intercorre tra la prima e la seconda guerra mondiale. In questo terzo incontro affronteremo la fase che inizia, grosso modo, con la cosiddetta «rivoluzione sessuale» e che arriva fino ai giorni nostri, passando attraverso la critica differenzialista dell’emancipazionismo e del femminismo socialista, per arrivare fino alla derivapost-moderna che domina la scena attuale.

Primo incontro | Le donne tra due rivoluzioni. Dalla Rivoluzione francese alla Rivoluzione d'ottobre

Secondo incontro | Le donne tra due guerre. Dalla prima alla seconda guerra mondiale. Le donne sotto il fascismo e nella resistenza

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Università di Roma | Il pensiero e la critica letteraria femminista

Monia Andrani (Università per stranieri di Perugia e Università di urbino) | Filosofia della differenza

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Presentazione di "I Grundrisse di Karl Marx. Linee fondamentali della critica dell’economia politica 150 anni dopo" a cura di Marcello Musto
Libreria Feltrinelli, Pisa, 27 ottobre 2016

Intervengono
Maurizio Iacono, Università di Pisa
Manlio Iofrida, Università di Bologna
Marcello Musto, York University (Toronto), curatore del volume

Durante l'incontro è stato presentato anche l'ultimo libro di Marcello Musto, L'ultimo Marx, 1881-1883, Saggio di biografia intellettuale

Antiper | Lenin, uomo del futuro | XII. Divergenze all’interno del partito e dell’Internazionale Comunista. Estremismo, malattia infantile del comunismo | PDF


Lenin
L'«ESTREMISMO» MALATTIA INFANTILE DEL COMUNISMO, 9

I. In che senso si può parlare del significato internazionale della rivoluzione russa?, 11 

II. Una delle condizioni fondamentali per la vittoria dei bolscevichi, 14

III. Le fasi principali della storia del bolscevismo, 17

IV. Lottando contro quali nemici in seno al movimento operaio è sorto, si è rafforzato e temprato il bolscevismo?, 22

V. Il comunismo «di sinistra» in Germania. I capi, il partito, la classe, le masse, 30 

VI. Devono i rivoluzionari lavorare nei sindacati reazionari?, 37

VII. Partecipare ai parlamenti borghesi?, 46 

VIII. Nessun compromesso?, 56 

IX. II comunismo «di sinistra» in Inghilterra, 67

X. Alcune conclusioni, 80

Appendice, 95 

I. La scissione dei comunisti tedeschi, 97 

II. I comunisti e gli «indipendenti» in Germania, 99 

III. Turati e soci in Italia, 102 

IV. False conclusioni da giuste premesse, 104 

V., 109


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Conferenza SKYPE

Confronto con Emilio Quadrelli su ESTREMISMO, MALATTIA INFANTILE DEL COMUNISMO di Lenin a partire dall'interpretazione del testo registrata da Emilio

Emilio introdurrà il confronto e potranno essergli poste domande sulla registrazione e sul testo.

Materiali

Lenin | Estremismo, malattia infantile del comunismo (Indice)

Lenin | Opere vol. 31 | (Editori Riuniti, 1958, IV edizione)

Antiper | Lenin, uomo del futuro | XII. Divergenze all’interno del partito e dell’Internazionale Comunista. Estremismo, malattia infantile del comunismo

Recensione della raccolta

di Carla Filosa

Il testo è una raccolta delle tematiche marxiane, provenienti dai vari testi in cui Marx stesso ne aveva diversamente articolato l’assetto teorico. È stato pubblicato alla fine dello scorso anno con un disegno in copertina di R. Magritte, Il sorriso del diavolo, a indicare le difficoltà dialettiche da superare, analoghe alla contraddittoria chiave interna alla serratura da aprire. Dopo una prima “Avvertenza” - in cui si dà conto del significato del titolo quale “concrezione a difesa da un corpo estraneo”, ma anche, e soprattutto “ornamento preziosissimo”, e si informa altresì essere questo il frutto di venti anni (1991-2011) di insegnamento universitario alla Sapienza di Roma -, il testo è espresso con le parole di Marx e di autori criticati da lui stesso o da altri scrittori ispirati a Marx. Il curatore, infatti, ha deliberatamente evitato lo stile interpretativo, causa spesso di fraintendimenti appositi e talvolta involontari, in modo da non ripetere i criteri medievali dei commentari aristotelici, a impedimento della lettura dell’originale.

«Liberi», soddisfatti, con molti amici (seppur virtuali)... Attivisti da poltrona, condividiamo distrattamente le tragedie del mondo, sazi di informazioni in cui non riusciamo ad orientarci, dispensiamo “mi piace” ed emozioni virtuali senza distinguere adeguatamente realtà e finzione, ci muoviamo dentro ad un gigantesco acquario in modo inconsapevole, seguendo percorsi tracciati da un “default power” che decide come e cosa ricavare dai profili che noi stessi abbiamo costruito per partecipare ad un mondo-spettacolo di cui crediamo illusoriamente di essere protagonisti. Nell’acquario di Facebook. La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo, scritto dal gruppo di mediattivisti Ippolita, offre uno sguardo disincantato sulla realtà delle nuove tecnologie, analizzando i «social» (Facebook, Google+, Twitter, Linkedin ecc.) e attingendo inevitabilmente da McLuhan e Debord.

“gli utenti comuni si espongono a ogni sorta di soprusi da parte della colpevolizzante profilazione: un account su Facebook, su Google+, su Twitter, non è proprietà dell’utente. È uno spazio messo gratuitamente a sua disposizione in cambio della sua disponibilità a farsi sezionare in porzioni merceologicamente interessanti” (Nell’acquario di FB).

Con la nostra diligente accettazione delle nuove tecnologie «social» finiamo per comportarci un po’ come Adolf Eichmann; eseguiamo ordini senza riflettere e adottiamo comportamenti fortemente caratterizzati da uno spirito gregario e dall’assenza di capacità critica

“L’individuo ideale in un sistema tecnocratico globale è supino, consenziente. Obbedisce alle regole imposte e forza con il proprio comportamento, entusiasta, passivo o rinunciatario, gli eventuali riottosi ad adeguarsi. Non è un leader carismatico né un individuo eccezionale, ma un adepto della banalità tecnologica, un piccolo Eichmann del totalitarismo tecnologico contemporaneo: In ogni paese ci sono ora innumerevoli Eichmann negli uffici amministrativi, nelle società commerciali, nelle università, nei laboratori, nelle forze armate: ordinati, persone obbedienti, pronte ad eseguire qualsiasi fantasia sancita ufficialmente, tuttavia disumanizzate e svilite” (Nell’acquario di FB).

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Ippolita | Nell'acquario di Facebook

Federico Sbandi | L’esperimento di Facebook: emozioni contagiose e utenti ingenui

AA.VV. | Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks


Intervento di Guglielmo Carchedi, dell’Università di Amsterdam, realizzato alla Tavola Rotonda su: “Natura imperialista dell’Unione Europea e forme della lotta di classe” organizzata, sabato 9 gennaio 2016, a Napoli dalla Rete dei Comunisti, dai compagni della Mensa Occupata - Noi Saremo Tutto e dai compagni del Laboratorio ISKRA di Bagnoli.

I. Con la disfatta storica del movimento operaio, la parola ‘imperialismo’ è scomparsa dal vocabolario della sinistra ed è stata rimpiazzata da ‘globalizzazione’. Tuttavia, se la parola è scomparsa, la realtà persiste.

Vediamo prima di tutto cosa non è l’imperialismo. Prendiamo ad esempio la nozione di Impero di Toni Negri. Ho scritto una lunga critica di Impero in un mio libro recente (Behind the Crisis). Qui posso solo menzionare telegraficamente alcuni dei punti chiave di Impero senza aver la pretesa di dare una valutazione anche minimamente completa .

Nell’Impero di Negri, mentre l’imperialismo era un’estensione della sovranità degli stati europei oltre i loro confini nazionali, ora l’Impero è un network globale di potere e contro potere senza un centro (p. 39). Quindi gli Stati Uniti non formano, e nessuno stato può formare, il centro di un progetto imperialista (p.173). Gli Stati Uniti intervengono militarmente nel nome della pace e dell’ordine (p.181).

Ma è ovvio

(1) che il ruolo degli stati non stia scomparendo, anche se come vedremo, alcuni sono inglobati in blocchi imperialisti

(2) che la nozione di potere e contropotere ignora che il potere delle nazioni dominanti non è lo stesso potere delle nazioni dominate

(3) che l’imperialismo, lungi dallo scomparire si sta trasformando pur rimanendo essenzialmente lo stesso

(4) che poi gli USA intervengano militarmente per mantenere la pace, è un’affermazione che glorifica e giustifica quell’imperialismo di cui Negri nega l’esistenza.

Domenica 3 luglio 2016 | ore 10.30
Audio conferenza Skype

Questo settimo incontro è dedicato ai capitoli che formano la VII sezione.
 
Settima sezione | Il processo di accumulazione del capitale
Capitolo 21 - Riproduzione semplice
Capitolo 22 - Trasformazione del plusvalore in capitale
Capitolo 23 - La legge generale dell'accumulazione capitalistica
Capitolo 24 - La cosiddetta accumulazione originaria
 

 

Incontro a partire da Hannah Arendt (La banalità del male) con alcune considerazioni da Gunther Anders

Domenica 19 giugno 2016 | ore 10.30
Conferenza SKYPE

«Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata a un'incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano»
Hannah Arendt, La banalità del male

Il male non è necessariamente eroico. Anche lo sterminio sistematico di milioni di persone può essere un atto svolto burocraticamente, senza grandi passioni. Crimini come l’Olocausto o la decisione di annichilire Hiroshima e Nagasaki o anche la stessa quotidiana e invisibile strage per fame, guerre e malattie di centinaia di migliaia di esseri umani... sono stati (e sono) attuati senza alcun coinvolgimento emotivo o senso di colpa, in nome di «necessità» che vengono presentate come inderogabili. Ma queste «necessità» sono davvero tali? Davvero l’uomo non può nulla contro di esse?

Materiali

Hannah Arendt | La banalità del male

Günther Anders | La coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude Eatherley e di Günther Anders

Umberto Galimberti | Perché siamo tutti figli di Eichmann

Simona Forti | Banalità del male (in I concetti del male a cura di Pier Paolo Portinaro)

Donatella Di Cesare | Ipotesi sulla assenza di ogni ideologia dietro l'eccidio ebraico (Alias - Il Manifesto, 30 giugno 2013)

 

Lenin
STATO E RIVOLUZIONE, 361
 
Prefazione alla prima edizione, p. 363 
Prefazione alla seconda edizione, p. 364., 365
 
Capitolo I, La società classista e lo Stato, 365
1. Lo Stato, prodotto dell'antagonismo inconciliabile tra le classi, p. 365 - 2. Distaccamenti speciali di uomini armati, prigioni, ecc., p. 368 - 3. Lo Stato, strumento di sfruttamento della classe oppressa, p. 371 - 4. L'» estinzione» dello Stato e la rivoluzione violenta, p. 373.
 
Capitolo II, Lo Stato e la rivoluzione. L'esperienza, del 1848-1851, 379
1. La vigilia della rivoluzione, p. 379 - 2. I1 bilancio di una rivoluzione, p. 383 - 3. Come Marx poneva la questione nel 1852, p. 388.
 
Capitolo III, Lo Stato e la rivoluzione. L'esperienza della Comune di Parigi (1871). L'analisi di Marx, 390
1. In che cosa consiste l'eroismo del tentativo dei comunardi?, p. 390 - 2. Con che cosa sostituire la macchina statale spezzata?, p. 394 - 3. La soppressione del parlamentarismo, p. 398 - 4. L'organizzazione dell'unità nazionale, p. 403 - 5. La distruzione dello Stato parassita, p. 406.
 
Capitolo IV, Seguito. Spiegazioni complementari di Engels, 407
1. «La questione delle abitazioni», p. 408 - 2. La polemica con gli anarchici, p. 410 - 3. Una lettera a Bebel, p. 413 - 4. Critica del progetto del programma di Erfurt, p. 416 - 5. La prefazione del 1891 alla «Guerra civile» di Marx, p. 422 - 6. Engels sul superamento della democrazia, p. 427.
 
Capitolo V, Le basi economiche dell'estinzione dello Stato, 429
1. L'impostazione della questione in Marx, p. 429 - 2. La transizione dal capitalismo al comunismo, p. 431 - 3. La prima fase della società comunista, p. 436 - 4. La fase superiore della società comunista, p. 439.
 
Capitolo VI, La degradazione del marxismo negli opportunisti, 446
I. La polemica di Plekhanov con gli anarchici, p. 446 - 2. La polemica di Kautsky con gli opportunisti, p. 447 - 3. La polemica di Kautsky con Pannekoek, p. 454.
 
Poscritto alla prima edizione, 463 
 

Domenica 12 giugno 2016 | ore 17
Conferenza SKYPE

Confronto con Emilio Quadrelli su STATO E RIVOLUZIONE di Lenin a partire dall'interpretazione del testo leniniano registrata da Emilio

Emilio introdurrà il confronto e potranno essergli poste domande sulla registrazione e sul testo.

Materiali

Lenin | Stato e rivoluzione (Indice)
Lenin | Opere vol. 25 | (Editori Riuniti, 1958, IV edizione)
 


Non senza qualche perplessità Hannah Arendt aveva accettato di seguire, come inviata del «New Yorker», il processo contro l’ex tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann. Nel maggio del 1963 uscì il suo libro Eichmann a Gerusalemme. Il sottotitolo A Report on the Banality of Evil era destinato a suscitare accese polemiche. Perché parlare di «banalità del male»? Non si rischiava così di banalizzare persino la Shoah? E, soprattutto, non si finiva per togliere ogni responsabilità ai criminali nazisti? Oggi, a cinquant’anni di distanza, la controversia non è conclusa. Il libro che la casa editrice Giuntina ha appena pubblicato Eichmann o la banalità del male Intervista, lettere, documenti (traduzione di Corrado Badocco, pp. 214, € 14,00) è perciò uno strumento indispensabile per orientarsi: non solo offre un quadro complessivo di quelle polemiche, ma permette anche di risalire alla Germania del primo dopoguerra, poco propensa a parlare di quel che era accaduto, e restia a seguire Hannah Arendt che, a proposito della «soluzione finale», non si stancava di ripetere: «io devo comprendere». Apre la raccolta una intervista, mandata in onda il 9 novembre 1964, e recuperata solo di recente, in cui la filosofa risponde alle domande di Joachim Fest, giornalista e storico che l’anno prima aveva pubblicato Il volto del Terzo Reich, una sorta di ritratto dei capi nazisti, da Hitler a Göring, da Ribbentrop a Hess. Il dialogo tra Arendt e Fest si protrae poi nella corrispondenza, interrotta nel 1973.


1. Più dirompente di mille “terremoti di Lisbona”, la spirale pianificata di orrori, che nel cuore della civilissima Europa e in pieno XX secolo produce milioni di cadaveri, viene recepita “filosoficamente” come la confutazione definitiva di ogni possibile teodicea. Il male non è redimibile, nessun disegno salvifico, teologico o secolarizzato che sia, potrà mai più trasformarlo in bene, nessuna chirurgia storica saprà asportare quello che rimarrà in eterno «un tumore della memoria» [LEVINAS 1976]. “Male assoluto”, “male indicibile”, “male diabolico”, “male estremo”, “male radicale”: ognuna delle locuzioni mobilitate dalla filosofia novecentesca di fronte al totalitarismo esprime la determinazione di non giustificare ciò che è accaduto, la volontà di vigilare affinché nessun agguato dialettico riesca a convertire, ancora una volta, il negativo in condizione tragicamente necessaria del positivo.
A poco più di dieci anni dalla pubblicazione dell’opera che eleva il campo di sterminio a nuovo canone del “male radicale” [ARENDT 1951] assumendolo come quell’evento-limite che ha varcato la soglia del nichilismo, Hannah Arendt sembra profanare la sacrale unicità di Auschwitz. Intitolando il suo reportage sul processo Eichmann La banalità del male, con una mossa che pare contraddire le conclusioni della grande opera sulle origini del totalitarismo, riesce a suscitare l’indignazione dei suoi nemici e lo sconcerto dei suoi amici. Come è possibile dare voce e dignità teorica a un tale ossimoro ? Accostare cioè banalità e male in riferimento all’evento che probabilmente ha lacerato per sempre l’autopercezione dell’umanità occidentale ? Come accettare questa provocatoria mancanza di gravitas attribuendo al male, a quel male, una dimensione normale, comune, ordinaria, appunto “banale” ?
Non vi è dubbio che un paradosso presiede alla locuzione arendtiana: la “prosaicizzazione retorica” [BERNSTEIN 1996] applicata a un evento che ha superato anche le possibilità della più fervida immaginazione. Ma proprio qui si colloca la plausibilità della formula arendtiana. Non è infatti possibile credere che un disastro di proporzioni così sterminate sia stato progettato, sostenuto e realizzato dalla sola opera di “attori malvagi”. Poiché una “repubblica di diavoli” non esiste, bisognerà allora supporre la collaborazione di una consistente “zona grigia” fatta di “uomini comuni” [BROWNING1992], le cui nature e personalità non rappresentano delle eccezioni e non presentano particolari patologie. Resta ferma, tuttavia, come ammette lo stesso Jaspers, “l’indelicatezza” di un’espressione che probabilmente per la sua stessa forza iconoclastica è riuscita a imporsi al lessico comune. La locuzione coniata da Hannah Arendt in occasione del processo Eichmann è entrata infatti nel gergo politico e giornalistico e designa, per lo più, la sproporzione tra le motivazioni di un’azione e i suoi effetti potenzialmente o effettivamente devastanti.
“La banalità del male” ovviamente veicola assai più di questa constatazione. A dispetto di quanto la sua ideatrice dichiara in apertura della sua ultima opera - «Tale espressione non implicava allora nessuna tesi o dottrina» - la locuzione è in realtà riuscita ad andare in direzione opposta «a quanto asserito dalla nostra tradizione di pensiero [...] intorno al fenomeno del male» [ARENDT 1978, trad. it. p. 83]. Sebbene non portata a termine, la tematizzazione arendtiana ha aperto una costellazione teorica che è riuscita a revocare in dubbio le prospettive tradizionali della riflessione sul male: da quella teologica a quella letteraria, da quella politica a quella antropologica, da quella etica a quella ontologica. Paiono convergere nella stessa direzione le riflessioni di diversi pensatori, da Bauman a Levi, da Foucault ai filosofi del dissenso dell’Est europeo. Si tratterà allora di delineare la possibile fisionomia di un concetto che sembra riuscire a concepire il male in un’epoca in cui le definizioni e le distinzioni consuete hanno ormai esaurito il loro potere normativo.

Contributo di Antiper e di Alessandro Simoncini all'Incontro di Approfondimento Teorico (IAT) del 19 aprile 2015 "La politica come continuazione della guerra con altri mezzi. Foucault, Von Clausewitz, Marx" a partire dalla lettura di Bisogna difendere la società di Michel Foucault.



Antiper | A qualcuno sembrava Stalingrado. Invece era Caporetto. Note a freddo sul risultato referendario del 17 aprile, maggio 2016, 4 pagine

Sono ormai molti anni che l'asin/istra (extra o ex parlamentare) passa agilmente di sconfitta in sconfitta. Niente di male: in fondo - come si dice? - chi non lotta ha già perso. Quello che però non si era ancora visto - o che almeno non si era ancora visto con la chiarezza con cui lo si è visto domenica 17 aprile - è che l'asin/istra è ormai in grado di perdere, oltre le sue, anche le battaglie non sue.

 
Che con le trivelle, il referendum “contro le trivelle”, non avesse in realtà molto a che fare ad un certo punto era diventato chiaro anche ai sassi i quali avevano ben capito che il referendum aveva a che fare con altro: sul piano tecnico, con la durata delle concessioni e, sul piano politico, con lo scontro all'interno del PD e con quello dell'opposizione con il Governo.
 
Per fare un esempio del “corto circuito” propagandistico che si è presentato agli italiani basti fare un solo esempio. Renzi ha impostato buona parte della campagna per il no (e il suo stesso discorso auto-celebrativo nella “conferenza stampa della vittoria”) sul fatto che se avesse vinto il sì migliaia di lavoratori avrebbero perso il loro posto di lavoro. Si trattava evidentemente di una colossale menzogna, di quelle menzogne che, se mentire fosse un reato, costerebbero la sedia elettrica a chi le dice. E come menzogna è stata giustamente denunciata da tutti i sostenitori del si. Ma la verità del fatto che, se avesse vinto il sì, nessuno avrebbe perso il lavoro ha anche una lettura rovesciata: se avesse vinto il sì nessuno avrebbe perso il lavoro perché tutto sarebbe proseguito come prima. Era dunque da sedia elettrica anche la menzogna che in ballo, il 17 aprile, ci fossero il mare, i pesci, l'ambiente, le vacanze, la vita sulla terra… e così via.
 
Sul piano tecnico il referendum mirava solo ad abrogare la scelta del governo Renzi di estendere la durata della concessione vita natural durante (del giacimento) per far risparmiare qualche decina di milioni di euro ai petrolieri. Del resto cosa ci si poteva aspettare da un Governo che si è presentato subito e sempre come il più zelante interprete di ogni interesse padronale? Dove sta lo scandalo? Forse che il Jobs Act non è essa stessa una gigantesca regalia ai cosiddetti “datori” di lavoro che si pappano le de-contribuzioni e gli effetti di contenimento salariale derivanti dai loro ricatti ormai impuniti? Cosa hanno fatto contro il Jobs Act i presidenti di regione del PD che hanno promosso il referendum? Non hanno fatto molto, così come non ha fatto molto l'asin/istra in genere (di cui oggi appare ancor più la nullità ove messa a confronto con il movimento Nuit Debut che pure non è quel chissà che).
 

IAT | Sull'uso politico della paura

IAT | Introduzione del 1859 a "Per la critica dell'economia politica"

Antiper | La rivoluzione delle donne. Ciclo di incontri sui movimenti delle donne

IAT | La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky

IAT | Nell'acquario di Facebook

IAT | La tecnica del male

IAT | Incontri con Lenin

IAT | Foucault, Von Clausewitz, Marx. La politica come continuazione della guerra con altri mezzi

IAT | Il "doppio movimento" e la costruzione statale del libero mercato in Karl Polanyi

IAT | Violenza e non violenza nell'era atomica. Legittima difesa e stato di necessità in G. Anders

IAT | Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi - 3

 

IAT | Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi - 2

IAT | Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi - 1

IAT | L'uomo dalla Caverna al non ancora esistente

IAT | Rileggere il Capitale

Cicolo di incontri | Rileggere 'Il capitale'

1917-2017 | 100 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre

1867-2017 | 150 anni dalla pubblicazione del primo libro del Capitale di Karl Marx

Le parole del rivoluzionario più grande, le parole più rivoluzionarie

Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento, ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte e preferito la via della lotta alla via della conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono a gridare: "Andiamo nel pantano!". E, se si incomincia a confonderli, ribattono: "Che gente arretrata siete! Non vi vergognate di negarci la libertà d’invitarvi a seguire una via migliore?". Oh, sí, signori, voi siete liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi stessi dove volete, anche nel pantano; del resto pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande parola della libertà, perché anche noi siamo "liberi" di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso... (Lenin, Che fare)

Antiper | Chiedo castigo. Incontro con Pablo Neruda

 

Finisca il tempo dei mezzi termini "politically correct"

 

 
«Mi piace molto il pubblico autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi. Il sistema delle reciproche concessioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il dovere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito, son cose finite»
 
Da Franz Mehring, Vita di Marx, L'esilio a Londra, Vita d'esule

Giornata Internazionale della donna 2015

 

Echi dalla caverna

Platone

Dialettica dell'illuminismo

Max Horkheimer e Theodor W. Adorno

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