La distruzione della ragione

Distruzione della ragione

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simulazioni opzioni binarie forex bank t centralen öppettider Incontro a partire da Hannah Arendt (La banalità del male) con alcune considerazioni da Gunther Anders

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essay harry potter chamber secrets «Quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua incapacità di esprimersi era strettamente legata a un'incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano»
Hannah Arendt, La banalità del male

strategie in opzioni binarie Il male non è necessariamente eroico. Anche lo sterminio sistematico di milioni di persone può essere un atto svolto burocraticamente, senza grandi passioni. Crimini come l’Olocausto o la decisione di annichilire Hiroshima e Nagasaki o anche la stessa quotidiana e invisibile strage per fame, guerre e malattie di centinaia di migliaia di esseri umani... sono stati (e sono) attuati senza alcun coinvolgimento emotivo o senso di colpa, in nome di «necessità» che vengono presentate come inderogabili. Ma queste «necessità» sono davvero tali? Davvero l’uomo non può nulla contro di esse?

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binaire opties winnen Hannah Arendt | La banalità del male

iqoption bonus 200 Günther Anders | La coscienza al bando. Il carteggio del pilota di Hiroshima Claude Eatherley e di Günther Anders

option trader Umberto Galimberti | Perché siamo tutti figli di Eichmann

auto opzioni binarie opzioni Simona Forti | Banalità del male (in I concetti del male a cura di Pier Paolo Portinaro)

binary options demo game Donatella Di Cesare | Ipotesi sulla assenza di ogni ideologia dietro l'eccidio ebraico (Alias - Il Manifesto, 30 giugno 2013)

 


Non senza qualche perplessità Hannah Arendt aveva accettato di seguire, come inviata del «New Yorker», il processo contro l’ex tenente colonnello delle SS Adolf Eichmann. Nel maggio del 1963 uscì il suo libro Eichmann a Gerusalemme. Il sottotitolo A Report on the Banality of Evil era destinato a suscitare accese polemiche. Perché parlare di «banalità del male»? Non si rischiava così di banalizzare persino la Shoah? E, soprattutto, non si finiva per togliere ogni responsabilità ai criminali nazisti? Oggi, a cinquant’anni di distanza, la controversia non è conclusa. Il libro che la casa editrice Giuntina ha appena pubblicato Eichmann o la banalità del male Intervista, lettere, documenti (traduzione di Corrado Badocco, pp. 214, € 14,00) è perciò uno strumento indispensabile per orientarsi: non solo offre un quadro complessivo di quelle polemiche, ma permette anche di risalire alla Germania del primo dopoguerra, poco propensa a parlare di quel che era accaduto, e restia a seguire Hannah Arendt che, a proposito della «soluzione finale», non si stancava di ripetere: «io devo comprendere». Apre la raccolta una intervista, mandata in onda il 9 novembre 1964, e recuperata solo di recente, in cui la filosofa risponde alle domande di Joachim Fest, giornalista e storico che l’anno prima aveva pubblicato Il volto del Terzo Reich, una sorta di ritratto dei capi nazisti, da Hitler a Göring, da Ribbentrop a Hess. Il dialogo tra Arendt e Fest si protrae poi nella corrispondenza, interrotta nel 1973.


1. Più dirompente di mille “terremoti di Lisbona”, la spirale pianificata di orrori, che nel cuore della civilissima Europa e in pieno XX secolo produce milioni di cadaveri, viene recepita “filosoficamente” come la confutazione definitiva di ogni possibile teodicea. Il male non è redimibile, nessun disegno salvifico, teologico o secolarizzato che sia, potrà mai più trasformarlo in bene, nessuna chirurgia storica saprà asportare quello che rimarrà in eterno «un tumore della memoria» [LEVINAS 1976]. “Male assoluto”, “male indicibile”, “male diabolico”, “male estremo”, “male radicale”: ognuna delle locuzioni mobilitate dalla filosofia novecentesca di fronte al totalitarismo esprime la determinazione di non giustificare ciò che è accaduto, la volontà di vigilare affinché nessun agguato dialettico riesca a convertire, ancora una volta, il negativo in condizione tragicamente necessaria del positivo.
A poco più di dieci anni dalla pubblicazione dell’opera che eleva il campo di sterminio a nuovo canone del “male radicale” [ARENDT 1951] assumendolo come quell’evento-limite che ha varcato la soglia del nichilismo, Hannah Arendt sembra profanare la sacrale unicità di Auschwitz. Intitolando il suo reportage sul processo Eichmann La banalità del male, con una mossa che pare contraddire le conclusioni della grande opera sulle origini del totalitarismo, riesce a suscitare l’indignazione dei suoi nemici e lo sconcerto dei suoi amici. Come è possibile dare voce e dignità teorica a un tale ossimoro ? Accostare cioè banalità e male in riferimento all’evento che probabilmente ha lacerato per sempre l’autopercezione dell’umanità occidentale ? Come accettare questa provocatoria mancanza di gravitas attribuendo al male, a quel male, una dimensione normale, comune, ordinaria, appunto “banale” ?
Non vi è dubbio che un paradosso presiede alla locuzione arendtiana: la “prosaicizzazione retorica” [BERNSTEIN 1996] applicata a un evento che ha superato anche le possibilità della più fervida immaginazione. Ma proprio qui si colloca la plausibilità della formula arendtiana. Non è infatti possibile credere che un disastro di proporzioni così sterminate sia stato progettato, sostenuto e realizzato dalla sola opera di “attori malvagi”. Poiché una “repubblica di diavoli” non esiste, bisognerà allora supporre la collaborazione di una consistente “zona grigia” fatta di “uomini comuni” [BROWNING1992], le cui nature e personalità non rappresentano delle eccezioni e non presentano particolari patologie. Resta ferma, tuttavia, come ammette lo stesso Jaspers, “l’indelicatezza” di un’espressione che probabilmente per la sua stessa forza iconoclastica è riuscita a imporsi al lessico comune. La locuzione coniata da Hannah Arendt in occasione del processo Eichmann è entrata infatti nel gergo politico e giornalistico e designa, per lo più, la sproporzione tra le motivazioni di un’azione e i suoi effetti potenzialmente o effettivamente devastanti.
“La banalità del male” ovviamente veicola assai più di questa constatazione. A dispetto di quanto la sua ideatrice dichiara in apertura della sua ultima opera - «Tale espressione non implicava allora nessuna tesi o dottrina» - la locuzione è in realtà riuscita ad andare in direzione opposta «a quanto asserito dalla nostra tradizione di pensiero [...] intorno al fenomeno del male» [ARENDT 1978, trad. it. p. 83]. Sebbene non portata a termine, la tematizzazione arendtiana ha aperto una costellazione teorica che è riuscita a revocare in dubbio le prospettive tradizionali della riflessione sul male: da quella teologica a quella letteraria, da quella politica a quella antropologica, da quella etica a quella ontologica. Paiono convergere nella stessa direzione le riflessioni di diversi pensatori, da Bauman a Levi, da Foucault ai filosofi del dissenso dell’Est europeo. Si tratterà allora di delineare la possibile fisionomia di un concetto che sembra riuscire a concepire il male in un’epoca in cui le definizioni e le distinzioni consuete hanno ormai esaurito il loro potere normativo.

 
Scriveva Heidegger: «Bisognerebbe chiedersi su cosa sia fondata la particolare predestinazione della comunità giudaica per la criminalità planetaria» (1). È tutto qui: il complotto mondiale e anche cosmico, l'individuazione di una comunità criminale della quale si pretende «lo sterminio totale», nove anni prima della conferenza di Wannsee. Dieudonné è stato accusato d'incitamento all'odio razziale per molto meno; ma chiunque se la prendesse per la pubblicazione di queste scempiaggini heideggeriane verrebbe subito accusato di voler censurare il grande Pensatore.
 
Peter Trawny, curatore dei Quaderni neri, cita ora quella frase nel suo libro Heidegger et l'antisémitisme (2), che non figura appunto nell'edizione delle Opere Complete che abbiamo citato, pubblicata nel 1998. È stata espunta, come dicevamo prima, il che la dice lunga sulle manipolazioni editoriali di queste Opere. Trawny precisa in effetti che: «i curatori scientifici e gli aventi diritto hanno deciso allora di non pubblicare la frase»; ma il curatore scientifico altri non è che Trawny stesso, che riscopre oggi una frase che volutamente aveva omesso quindici anni fa.
 

 
Titolo originale: Gewalt-ja oder nein. Eine notwendige Diskussion;
Knaur Verlag, Mϋnchen, 1987
 
Motto
 
Noi siamo condannati a tutto ciò che è stato inventato una volta per tutte. E questo per il semplice fatto che possiamo sempre riprodurlo; e non solo possiamo, ma in quanto produttori di massa ci sentiamo in dovere di produrre di ogni modello il maggior numero possibile di esemplari; e non solo ci sentiamo in dovere di farlo, ma effettivamente siamo incapaci, d’improvviso, di non essere tali: ossia non saper più fare d’un tratto ciò che sappiamo fare.
Sicuramente Platone non avrebbe mai potuto immaginare che un giorno si sarebbe venuto a creare un tale funesto intreccio di idea e maledizione.
 
1. L’odierno problema industriale: How to get rid of [13]
 
Quand’anche contro le odierne armi di sterminio potessimo disporre di macchine della medesima potenza, e quindi onnipotenti, ugualmente queste contro-macchine non basterebbero. Perché annientare un potenziale di distruzione come quello delle riserve atomiche, è tecnicamente e politicamente più difficile (ammesso che sia possibile, cosa che è improbabile) di quanto non sia il produrlo; oltretutto tale distruzione del potenziale di distruzione è estremamente rischiosa. Nulla richiede una competenza tecnica e politica tanto grande, quanto lo smantellamento e il disinnescamento di materiali e strumenti di morte. Già gli antichi greci sapevano che per ogni testa che veniva tagliata all’Idra, ne sarebbero ricresciute due.

In questo articolo, Donatella Di Cesare - che è dirigente della "Fondazione Martin Heidegger" - parla di ciò che viene fuori dai "Quaderni Neri" del filosofo tedesco.
Che Heidegger fosse stato nazista ed entusiasta di Hitler di sapeva. Ma per decenni si è tentato disperatamente di evitare che fosse considerato anche antisemita (come se nella Germania degli anni '30 si potesse essere nazisti, ma non antisemiti). 
L'articolo è un po' all'acqua di rose, ma c'è un punto interessante: con la tesi dell'"auto-annientamento degli ebrei" il filosofo più gonfiato del '900 sostiene che sia stato l'"ebraico" (con le virgolette) ad aver annientato l'ebreo. Cos'è l'"ebraico", infatti, se non il dominio della Tecnica, della Modernità, che distrugge la Tradizione cristiana occidentale di cui la Germania doveva farsi paladina? E cosa sono i "campi di concentramento" se non centri tecnicamente specializzati per la produzione industriale e di massa di cadaveri?
In sostanza, abbiamo una Germania dominata dall'"ebraico" che ad un certo punto si mette ad annientare l'ebreo. Sono dunque i nazisti vittime degli ebrei? I nazisti come incapaci di intendere e di volere? E' questa è la grande filosofia del '900? 
Interessante anche il passo della Di Cesare a proposito di quello che viene considerato uno dei maggiori filosofi italiani, Emanuele Severino, un heideggeriano, che propone di non tenere conto del contenuto dei Quaderni ovvero di occultarlo. E pensare che la concezione della verità di Heidegger consiste nella famosa verità come disvelamento, come opposto del nascondimento. (Antiper)
 
 
 
Corriere della sera, La Lettura, 8 febbraio 2015
 
La quarta parte dei Quaderni neri di Martin Heidegger (1889-1976), di cui Donatella Di Cesare anticipa i contenuti più scottanti in questo articolo, comprende le note scritte dal filosofo nel periodo dal 1942 al 1948. Sta per pubblicare questo materiale, a cura di Peter Trawny, l’editore tedesco Klostermann, come volume 97 delle Opere complete (Gesamtausgabe) di Heidegger.
 
La Shoah è «l’autoannientamento degli ebrei». Questa tesi di Heidegger affiora nel nuovo volume dei Quaderni neri, curato da Peter Trawny, che sta per essere pubblicato in Germania dall’editore Klostermann (Gesamtausgabe 97, Anmerkungen I-V). Si tratta delle Note risalenti al periodo cruciale che va dal 1942 al 1948. Fa parte del volume, di 560 pagine, anche il quaderno del 1945/46, che sembrava fosse andato perduto e che è stato recuperato la scorsa primavera. 
 
Gli ultimi anni del conflitto planetario, la sconfitta della Germania, la presenza delle forze alleate sul suolo tedesco sono gli eventi che fanno da sfondo a quella che, anche altrove, Heidegger chiama «storia dell’Essere», il cammino della filosofia in grado di aprire un varco per la salvezza dell’Occidente. Dopo il 1945 il cammino non si interrompe, ma si ripiega su di sé, fra tornanti e vie traverse. Heidegger non smette di cercare l’«altro inizio», l’alba dell’Europa, sebbene orientarsi sia divenuto quasi impossibile. Le macerie della Germania attestano, senza equivoci, il fallimento della missione affidata al popolo tedesco. Insieme a questo naufragio epocale Heidegger vive anche il proprio tracollo accademico: l’ex rettore di Friburgo nel 1946 viene interdetto dall’insegnamento. 
 
Il volume 97 dei Quaderni neri offre, dunque, una prospettiva inedita sul pensiero di Heidegger. Tanto più che, come quelli già pubblicati, coniuga riflessione filosofica e analisi puntuale degli avvenimenti storici. 


E se avesse ragione Erich Priebke quando, alla sbarra, utilizza quel fastidioso argomento che suona pressappoco così: "Se almeno sapessi cosa volete da me! Io mi sono semplicemente attenuto agli ordini. Allora ero pure in regola e quindi, se volete, 'morale' in fin dei conti non ho colpa se quell'ente di gestione con cui ho collaborato oggi è sostituito da un altro. Oggi è 'morale' collaborare con questo, allora era 'morale' collaborare con quello"?
Per confutare questo argomento, ripetuto da tutti i criminali di guerra fino alla noia, ogni anno celebriamo il 25 aprile perché "non bisogna dimenticare perché ogni amnesia è una sorta di amnistia". Giusto principio, ma non all'altezza dell'evento. E tutte le persuasioni, le convinzioni, i ragionamenti che non sono all'altezza dell'evento sono già essi stessi macchine d'oblio destinate a naufragare in quella forma di indifferenza che sempre accompagnano le retoriche che perdono di vista la vera natura dei problemi.


 
Bissinger: Dopo la supercatastrofe di Chernobyl il mondo è tornato di nuovo all’ordine del giorno, e in esso l’atomo sta ancora al primo punto. Di presa di distanza parlano e pensano ancora soltanto gli oppositori, quelli che ormai da sempre l’hanno fatto. Lei, Gϋnther Anders, è senza dubbio uno dei loro padri spirituali. Si aspettava qualcosa di più dallo choc di Chernobyl? 
 
Anders: È nostro compito – e io ho cercato di adempiere a tale compito – è necessario dare a questo choc una “nota d’eternità”. Non dobbiamo stancarci di dire alla gente: badate, qualcosa del genere può sempre accadere di nuovo. E ciò, non solo perché la tecnica russa sia inferiore a quella dell’Europa occidentale o a quella americana. Anche in Occidente sono già andate storte molte cose, e ciò può ripetersi in qualsiasi momento, e specialmente in Francia, che è disseminata delle più svariate installazioni nucleari. Io sono dell’avviso di fare di Chernobyl – benché ciò possa suonare alquanto cinico – un simbolo, allo stesso modo di Hiroshima, come io per lo meno ho cercato di fare. Era assolutamente fondato il fatto che, a mia insaputa, dal mio slogan “Hiroshima è dappertutto” [1] sia stata coniata la frase “Chernobyl è dappertutto” Questa seconda frase ha perfino un senso più forte della prima. “Hiroshima è dappertutto” voleva dire: “quel che è successo a Hiroshima, può succedere anche in qualsiasi altro luogo del globo”. “Chernobyl è dappertutto” vuol dire invece: se in un singolo luogo come Chernobyl accade una disgrazia, allora questa può co-accadere dappertutto, cioè può raggiungere tutti i punti della Terra. Quindi in un certo qual modo si trasforma in una “epidemia”.

 
Il tuo primo pensiero dopo il risveglio sia: "Atomo".
 
Poiché non devi cominciare un solo giorno nell'illusione che quello che ti circonda sia un mondo stabile. Quello che ti circonda è qualcosa che domani potrebbe essere già semplicemente "stato"; e noi, tu e io e tutti i nostri contemporanei, siamo piú "caduchi" di tutti quelli che finora sono stati considerati tali. Poiché la nostra caducità non significa solo il nostro essere "mortali"; e neppure che ciascuno di noi può essere ucciso. Questo era vero anche in passato. Ma significa che possiamo essere uccisi in blocco, che possiamo essere uccisi come "umanità". Dove "umanità" non è solo l'umanità attuale, quella che si estende e si distribuisce attraverso le regioni terrestri; ma è anche quella che si estende attraverso le regioni del tempo: poiché, se l'umanità attuale sarà uccisa, si estinguerà con lei anche l'umanità passata, e anche quella futura.
 

Claude Eatherly fece parte come ricognitore dell'equipaggio che gestì lo sganciamento della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Questa partecipazione gli provocò rimorsi e problemi psicologici. Gunther Anders gli scrisse, ci fu uno scambio epistolaree e definì Eatherly un precursore del tipo d'uomo - "incolpevole colpevole" - che tutti saremmo diventati.  

L'intero carteggio tra Gunther Anders e Claude Eatherly e contenuto in Burning Conscience. The Case of the Hiroshima Pilot

Cfr. anche Gunther Anders, Il codice morale dell'era atomica

Lettera 1

Gunther Anders al signor Claude R. Eatherly ex maggiore della A. F. Veterans Administration Hospital Waco, Texas
3 giugno 1959
 
Caro signor Eatherly,
Lei non conosce chi scrive queste righe. Mentre Lei è noto a noi, ai miei amici e a me. Il modo in cui Lei verrà (o non verrà) a capo della Sua sventura, è seguito da tutti noi (che si viva a New York, a Tokio o a Vienna) col cuore in sospeso. E non per curiosità, o perché il Suo caso ci interessi dal punto di vista medico o psicologico. Non siamo medici né psicologi. Ma perché ci sforziamo, con ansia e sollecitudine, di venire a capo dei problemi morali che, oggi, si pongono di fronte a tutti noi. La tecnicizzazione dell'esistenza: il fatto che, indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare ‑ questo fatto ha trasformato la situazione morale di tutti noi. La tecnica ha fatto sì che si possa diventare “incolpevolmente colpevoli”, in un modo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri.
Lei capisce il suo rapporto con tutto questo: poiché Lei è uno dei primi che si è invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui potrebbe incorrere ‑ oggi o domani ciascuno di noi. A Lei è capitato ciò che potrebbe capitare domani a noi tutti. E per questo che Lei ha per noi la funzione di un esempio tipico: la funzione di un precursore.


È un uomo chi, a un certo punto della propria vita, sa dire di no, e tale no è irremovibile. 
Piero Martinetti 
 
Correndo il rischio di scandalizzare bisogna dire così: la gioventù è impazzita nella violenza perché non ne poteva più della sua pace; perché la pace in cui viveva era chiaramente una pace marcia. C’è infatti pace e pace, come c’è violenza e violenza. Ci sono paci morte e paci vive, ci sono violenze stupide e ripugnanti e ci sono violenze meravigliose e creatrici. L’uomo non può vivere senza violenza e così pure la pace delle società. L’importante è scegliere bene l’oggetto per cui si entra in uno stato di collera. Quando l’uomo si sente vivo e non viene invitato ad abbandonarsi a violenze creatrici, ma solo a «stare calmo» e ad «esseresaggio, è la vita stessa a fargli perdere la testa. 
Abbé Pierre, Lettere all’Umanità. Maggio 

1. Un filosofo in armi: Ludovico Geymonat 
 
Si fa molta fatica a immaginare il filosofo della scienza Ludovico Geymonat, appostato dietro un sasso di montagna, con un fucile in mano, mentre cerca di far rallentare una colonna di soldati tedeschi a caccia di partigiani. 
Eppure, il filosofo, matematico ed epistemologo italiano, i cui sette volumi della monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico non possono mancare nella biblioteca di ogni uomo di cultura, non solo è stato un partigiano ma è stato anche – a nostro avviso – uno dei più lucidi interpreti del fenomeno della Resistenza e delle cause della sua sconfitta. 

operazioni binarie borsa truffe o realta Herbert Marcuse a Martin Heidegger, 28 agosto 1947
4609 Chevy Chase Blvd., Washington 15, D.C.

Caro Signor Heidegger,

ho a lungo riflettuto su ciò che Lei mi ha detto nel corso della mia visita a Todtnauberg (1), e su ciò desidero risponderLe apertamente.

Lei mi ha detto di essersi pienamente dissociato dal regime nazista dal 1934, di aver fatto nel corso delle sue lezioni osservazioni oltremodo critiche e di essere stato anche sorvegliato dalla Gestapo. Io non voglio dubitare delle Sue parole. Ma rimane comunque consistente il fatto che Lei nel 1933-34 (2) si è così fortemente identificato col regime, al punto da apparirne a tutt'oggi agli occhi di molti come uno dei più assoluti sostenitori spirituali. I Suoi discorsi, scritti ed azioni di tale periodo, ne sono la prova. Lei non li ha mai ritrattati pubblicamente, nemmeno dopo il 1945 (3). Nè ha mai dichiarato pubblicamente di essere giunto a conclusioni diverse da quelle da Lei espresse nel 1933-34 e realizzate mediante le Sue azioni. Lei è rimasto in Germania anche dopo il 1934, nonostante avesse la possibilità di trovare ovunque all'estero un luogo che l'accogliesse. Lei non ha mai pubblicamente denunciato nessuna delle azioni e delle ideologie del regime. In tali circostanze, Lei viene ancor oggi identificato col regime nazista.



Il carattere nazista della filosofia heideggeriana è stato oggetto di numerose analisi, nelle quali si è voluto vedere altrettanti affaires speciosi e diffamatori. Con la pubblicazione dei Quaderni Neri (Schwartzen Hefte), quelle analisi cominciano a ricevere dallo stesso Maestro conferme postume ma irrefutabili, che hanno messo in grande agitazione i suoi discepoli (cfr. GA, tomi 93 e 94, che vedranno la luce nel marzo 2014).

Non c’è dubbio che Heidegger, dopo la guerra, avesse riscritto i suoi testi meno equivoci ammantandosi in un peculiare ermetismo. La sua famiglia e i suoi editori, per di più, hanno proibito sino ad oggi di accedere ai suoi archivi. Heidegger stesso, tuttavia, aveva pianificato già prima di morire la pubblicazione delle sue opere complete predisponendone l’uscita secondo un processo di radicalizzazione progressiva: così se nel 2001 fu pubblicato un testo nel quale si esortava a portare a compimento lo «sterminio totale» del nemico interno oggi si annuncia, per completare quel ciclo, la pubblicazione di nuovi volumi che riuniscono i Quaderni Neri. Gli estratti resi pubblici dal dicembre 2013, riprendono negli stessi termini le identiche tesi di Hitler e Rosenberg riguardo al «dominio mondiale giudaico».

IAT | La tecnica del male

IAT | Violenza e non violenza nell'era atomica. Legittima difesa e stato di necessità in G. Anders

1917-2017 | 100 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre

1867-2017 | 150 anni dalla pubblicazione del primo libro del Capitale di Karl Marx

Finisca il tempo dei mezzi termini "politically correct"

 

 
«Mi piace molto il pubblico autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi. Il sistema delle reciproche concessioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il dovere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito, son cose finite»
 
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