C'è grossa crisi

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“Questo periodico riproporsi di espansioni finanziarie nel sistema capitalistico mondiale, fin dalla sue prime origini nelle città-stato dell'Italia rinascimentale, fu notato per la prima volta da Fernand Braudel, che sottolineò le loro condizioni dal lato dell'offerta. Tutte le volte che i profitti del commercio e della produzione hanno prodotto

'un'accumulazione di capitali superiore alle normali occasioni di investimento, [...] il capitalismo finanziario [...] ha saputo [...] conquistare la piazza e dominare - per un certo periodo - l'insieme del mondo degli affari' [2].

In questa evoluzione

'lo stato del rigoglio finanziario [...] sembr[a] annunciare [...] una sorta di maturità' [3]

Le espansioni finanziarie

'sono il segnale dell'autunno' [4] ” [5]

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wie verkauft man bei bdswiss Guglielmo Carchedi ha criticato da un punto di vista “aritmetico” l'ipotesi sotto-consumista. Afferma in sostanza Carchedi: dal momento che, secondo i sotto-consumisti, la crisi sarebbe generata dai bassi salari, per uscire dalla crisi bisognerebbe aumentare i salari. Ma questo non è vero e si può dimostrare, ad esempio, analizzando come si ripercuote un aumento dei salari sul saggio di profitto (che è il principale indicatore su cui si basa un capitalista per decidere se, dove e quanto investire)

Download Antiper, Critica aritmetica del sotto-consumismo, A4, 4 PaginePDF

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Download  Antiper, Il luogo più comune dell'economia politica, PDF, A4, 5 Pag.

L'economia politica è piena di affermazioni che a forza di essere ripetute come mantra finiscono per diventare “luoghi comuni”. Si tratta di affermazioni spesso contraddittorie (“la capacità di auto-regolazione del mercato”, “il necessario ruolo regolatore dello Stato”) che essendo generalmente considerate vere non vengono quasi mai verificate.

Uno dei più comuni tra i luoghi comuni dell'economia politica è certamente quello secondo cui il cosiddetto New Deal degli anni '30-'40 avrebbe permesso agli USA e all'economia mondiale di uscire dalla crisi in cui erano precipitati dopo il crack del 1929 e la conseguente Grande Depressione. 

Ma le cose sono andate proprio così?

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“Poiché, come già rilevato, nessuna trasformazione socio-produttiva dell’importanza di quelle di fine ‘800 (e primissimo ‘900) si era verificata, il “keynesiano” s’immagina che il merito spetti all’aver supplito, mediante spesa pubblica, alla carenza della domanda complessiva “privata” in paesi “opulenti” (ad alto sviluppo capitalistico e con elevata propensione, marginale, al risparmio). Un cervello “più fino” si rende però conto che, non essendo usciti dalla crisi nel 1933, il vero merito dello “scossone” positivo subito dall’economia capitalistica va ascritto non tanto al New Deal (semplice “pannicello caldo” utilizzato dal ’33 al ‘37) quanto alla seconda guerra mondiale (così come il merito dell’analogo superamento dell’altra “grande depressione” del 1907 era spettato alla prima guerra mondiale; questo è un “piccolo fatto” sempre messo tra parentesi dagli economisti). Ovviamente, il suddetto “scossone” positivo avviene subito negli Usa (che non sono teatro della guerra) e, dopo aver assorbito e risanato le devastazioni della stessa, nel resto del mondo capitalistico” [2].

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Sostenere che i bassi salari costituiscono la causa della crisi [2] contrasta con l'evidenza empirica dal momento che all'inizio di ogni crisi i salari sono sempre più alti di quanto non siano alla fine. Addirittura, questo fatto ha dato origine ad una teoria (sulla crisi) chiamata “profit squeeze” [3]. 
 
Una banale spiegazione della tendenza dei salari a decrescere durante le fasi di crisi è costituita dal fatto che la crisi porta con sé un aumento della disoccupazione e questo aumento della disoccupazione porta con sé, a sua volta, un aumento della tendenza dei lavoratori ad accettare condizioni salariali e sindacali peggiorative in cambio del mantenimento del posto di lavoro [4]. 
 
Naturalmente, il fatto che i salari all'inizio della crisi siano più alti non significa che essi siano alti,; ovvero, è possibile che i salari siano già bassi all'inizio e che si riducano ulteriormente durante. Questo, tuttavia, impedisce che l'aumento dei salari possa costituire la soluzione della crisi dal momento che le crisi “finiscono” (se così si può dire) con un abbassamento dei salari (e in parte si dovrebbe anzi dire grazie a tale abbassamento).
 

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Nelle teorie economiche che condividono l'approccio “sotto-consumista” è il livello della domanda (di merci) che regola il livello dell'offerta (detto in modo diverso: è la scala del consumo che regola la scala della produzione); per i sotto-consumisti, dunque, le crisi capitalistiche sono sempre figlie, in un modo o nell'altro, di un difetto di domanda. Ne consegue che la ricetta anti-crisi dei sotto-consumisti è sempre, in un modo o nell'altro, quella di aumentare la domanda mediante un innalzamento dei redditi.
 
Naturalmente, ci sono sempre due modi per fare le cose. E difatti “aumentare il reddito” può voler dire aumentare il reddito (e il consumo) dei ricchi oppure aumentare il reddito (e il consumo) dei poveri. Non a caso, i sotto-consumisti si dividono in due grandi “scuole”: diciamo, una “scuola sotto-consumista di destra” (in cui vengono in genere annoverati esponenti come Thomas Malthus o John Hobson) e una “scuola sotto-consumista di sinistra” (in cui vengono annoverati, tra i moltissimi altri, autori come Sismonde De Sismondi, Rosa Luxemburg, Paul Sweezy... nonché più o meno tutte le espressioni sindacali esistite ed esistenti, di regime e “di base”).
 

 
Tutte le “varianti” sotto-consumiste attribuiscono ai bassi salari e alla conseguente caduta della domanda aggregata la causa fondamentale delle crisi. Ma cos'è la “domanda aggregata”? E' la
 
“...Somma delle richieste di beni e servizi nazionali. Essa è data dalla somma di consumi (C), investimenti (I), spesa pubblica (G) e dal saldo tra esportazioni ed importazioni (E – M). Nell'analisi keynesiana il ruolo che riveste la domanda aggregata è fondamentale nel determinare il livello di equilibrio del reddito nazionale; quest'ultimo, infatti, è dato dall'intersezione tra la curva della domanda aggregata e quella dell'offerta aggregata [2]. Per Keynes è quest'ultima che si adegua alla domanda aggregata, ragion per cui se le autorità di governo desiderano promuovere politiche di piena occupazione, sviluppo economico e riequilibrio della bilancia dei pagamenti devono necessariamente intervenire sulle componenti della domanda aggregata (ed in particolare sulla spesa pubblica) attraverso adeguate manovre di politica fiscale e politica monetaria” [3].

 
“Non ti ho tradito, dico sul serio, ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c'è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, non è stata colpa mia, lo giuro su Dio…” [2]
 
The Blues Brothers. Siamo alla sera del concerto. Jake viene raggiunto dalla ex-fidanzata che lo vuole ammazzare perché lui non si è presentato all'altare (dove lei lo aspettava in “trepida” e “virginale” attesa). Jake sfodera una serie di spiegazioni, una più improbabile dell'altra. Lei si fa abbindolare. 
 
Un analista ha usato questa allegoria - definendola “effetto John Belushi” - per descrivere come ci è stata raccontata l'esplosione della “crisi finanziaria” del 2008: una serie di spiegazioni, una più improbabile dell'altra. Certo, alcune di queste spiegazioni descrivono effettivamente particolari fenomeni connessi alla crisi, ma nessuna di esse è capace di coglierne le cause profonde.
 

 
Una variante di tesi sotto-consumista è quella secondo cui la crisi in atto deriverebbe dai bassi salari solo indirettamente. In questa versione si ipotizza che siano diminuiti i salari, ma che non siano diminuiti i consumi e che questo avrebbe condotto alla “bolla del credito” (che nel 2008 è parzialmente esplosa nella variante dei cosiddetti “mutui subprime”).
 
Si sostiene che la riduzione salariale che è avvenuta negli ultimi decenni (soprattutto negli USA) avrebbe già da tempo provocato un crollo dei consumi - e, “per conseguenza”, dei profitti - se in questi anni non si fosse avviata una fase di “credito facile” [2] capace di permettere ai consumi di restare alti nonostante la caduta dei redditi reali
 
“Se una simile caduta dei salari ha rialzato le sorti del profitto (e questo è stato o.k. per i capitalisti), essa ha però provocato un vuoto di domanda aggregata, dato che con quelle retribuzioni non potevano che corrispondere consumi al ribasso (e questo non è più o.k.)" [3]

 
Ogni lampo è certamente diverso da ogni altro lampo eppure il fenomeno che genera i lampi è sempre lo stesso. Allo stesso modo, sebbene non esistano due crisi capitalistiche identiche, le leggi che le governano sono sempre sostanzialmente le stesse (dato che sempre lo stesso è il modo di produzione in cui si manifestano). E di queste leggi, grazie soprattutto al contributo teorico di Karl Marx (ma non solo del suo, naturalmente) conosciamo le caratteristiche fondamentali. Dunque, il primo errore che non dovremmo mai compiere è quello di pensare ogni crisi come se fosse la prima
 
“Ci sembra che il difetto essenziale, non solo del recente rapporto parlamentare, ma anche del “Rapporto sulla crisi commerciale del 1847” e di tutti gli altri simili che li hanno preceduti, sia questo: che trattano ogni nuova crisi come fosse un fenomeno a sé stante, che compare per la prima volta sull'orizzonte sociale, e che dev'essere perciò spiegato con avvenimenti, moventi e agenti del tutto particolari, o presunti tali, propri del periodo intercorso fra l'ultimo sconvolgimento e il precedente. Se i filosofi della natura avessero proceduto con lo stesso metodo puerile, il mondo sarebbe colto di sorpresa dal semplice riapparire di una cometa” [2] 
 
Le leggi che governano il funzionamento del modo di produzione capitalistico non sono leggi puramente economiche. L'idea stessa di una “Tecnica” economica che sovrasta l'umanità con sue proprie Leggi insindacabili non è che un'invenzione di quella che Marx chiamava ideologia delle classi dominanti le quali, ovviamente, ha tutto l'interesse a dipingere le proprie scelte come inevitabili [3] e a presentare sé stesse come esito al tempo stesso inevitabile e invalicabile dello sviluppo umano.
 

Download Antiper, La crisi e le mele, PDF

 

“Te come la vedi?” “
Eh... la vedo che te c'ha na gross cris” (Quelo
“Rivolgersi ai lavoratori senza possedere idee rigorosamente scientifiche e teorie ben concrete significa giocare in modo vuoto e incosciente con la propaganda, creando una situazione in cui da un lato un apostolo predica, dall’altro un gregge di somari lo sta a sentire a bocca aperta”. (Karl Marx, Lettera a Annenkov, 1846)

 

Da tre anni, uno degli argomenti “clou” del dibattito internazionale è quello della crisi. 
Ieri il crollo di Wall Street, oggi il debito italiano e il destino dell'euro. Ad osservare la sequenza temporale verrebbe da pensare che gli USA siano riusciti a risolvere i loro problemi semplicemente scaricandoli sull'Europa. E in effetti qualcuno [2] pensa proprio questo: pensa, cioè, che le banche di investimento americane, spalleggiate dalle agenzie di rating (sempre americane) e dal proprio governo (ovviamente, americano), dopo essere state graziate dal piano di salvataggio del 2008-2009 abbiano riversato i propri appetiti speculativi sull'Europa, attaccandone un paese alla volta (prima la Grecia, ora l'Italia) e determinandone la crisi attuale. 

IAT | Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi - 3

 

IAT | Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi - 2

IAT | Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi - 1

1917-2017 | 100 anni dalla Rivoluzione d'Ottobre

1867-2017 | 150 anni dalla pubblicazione del primo libro del Capitale di Karl Marx

Antiper | Slides per lo IAT "Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi"

 

Finisca il tempo dei mezzi termini "politically correct"

 

 
«Mi piace molto il pubblico autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi. Il sistema delle reciproche concessioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il dovere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito, son cose finite»
 
Da Franz Mehring, Vita di Marx, L'esilio a Londra, Vita d'esule

Antiper | La grossa crisi

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