Lenin, uomo del futuro

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go Affrontare Lenin in quanto filosofo, significa discutere lo statuto del materialismo e la sfida politica in ciò insita. A tal proposito, Materialismo ed empiriocriticismo è un’opera fondamentale del suo pensiero filosofico. Scritto nel 1908 e pubblicato nel 1909, questo lavoro tratta in particolare la teoria della conoscenza dal punto di vista del materialismo. Avremo modo di vedere, tra l’altro, come proprio qui si trovi il nocciolo del materialismo di Lenin. Innanzitutto, è doveroso sottolineare che, agli occhi del rivoluzionario russo, la sfida consistente nella difesa del materialismo non ha origine in una semplice questione filosofica o epistemologica: si tratta anche di una questione politica. In effetti, secondo Lenin, conoscere il mondo circostante «obiettivamente» è condizione necessaria per trasformarlo efficacemente, in modo tale che le cause reali dei fenomeni e delle forze operanti nella natura, e nella società, non risultino dissimulate dietro la facciata, indefinitamente rimaneggiata, di convenzioni sociali e ideologie dominanti.

swing trade system Prima di entrare nel vivo della materia, vorrei fornire una rassegna delle numerose idee preconcette riguardanti il contesto in cui è stato redatto Materialismo ed empiriocriticismo. Infatti, benché false, queste ultime continuano, nonostante tutto, a trovare spazio nei vari commenti sull’opera in questione. È anche il caso dei migliori studiosi della vita e dell’opera di Lenin, come lo storico Lars Lih. Nel suo volume biografico Lenin, pubblicato nel 2011, egli afferma che Materialismo ed empiriocriticsmo era frutto di «appunti diligenti» circa soggetti con i quali il rivoluzionario russo aveva scarsa familiarità. Ora, un semplice vaglio del numero di libri e articoli – oltre duecento, tra filosofia, epistemologia, fisica e biologia, in molteplici lingue e citati o riassunti con spirito di sintesi- dimostra l’esatto contrario di quanto sostenuto da Lih. In effetti, Lenin aveva studiato in maniera approfondita la questione. Prendiamo come esempio Diderot e i riferimenti ai testi del filosofo francese. Non solo il rivoluzionario russo cita la Lettre sur les aveugles e L’entretien de D’Alembert avec Diderot da un edizione francese delle opere complete di Diderot, pubblicate in origine nel 1857, ma non si inganna neanche nella scelta delle citazioni appropriate. Dunque, un lettore intelligente nel suo individuare i passi rilevanti del dialogo immaginario con Berkley proposto dal filosofo francese. Una padronanza, quella di Lenin, acquisita in anni di studio da autodidatta della filosofia, studio iniziato in particolare nel 1898, allorquando emersero le polemiche, in seno al movimento socialista internazionale, tra Kautsky e Bernstein, nel contesto di quella che diverrà nota come prima crisi del marxismo. In tale frangente, Lenin aveva letto specialmente Kant e i materialisti francesi dell’età dei lumi, come il barone d’Holbach, Helvetius e, per l’appunto, Diderot.

click Altro preconcetto, quello secondo il quale esisterebbe una rottura epistemologica all’interno degli stessi scritti di Lenin, ovvero tra, da una parte, le tesi difese in Materialismo ed empiriocriticismo e, dall’altra, quelle avanzate nei Quaderni filosofici, risalenti in buona sostanza al biennio 1914-1915. Una tesi, questa della rottura, sostenuta negli anni Sessanta sopratutto da Louis Althusser; eppure esiste un punto di vista analogo meno noto, ossia, quello del marxista tedesco Karl Korsch. Quest’ultimo affermava che, nel momento in cui Lenin esponeva le proprie teorie sul materialismo, nel 1909, ciò avveniva in totale contraddizione con quanto detto, dallo stesso Lenin, nel 1894. In seguito spiegherò perché le dichiarazioni di Althusser e Korsch siano da ritenersi fallaci. Anziché una rottura, dunque, è doveroso sottolineare una continuità sostanziale tra l’opera del 1909 e il resto della battaglia filosofica di Lenin. Così, quando critica l’idealismo degli empiriocriticisti russi, secondo i quali l’essere sociale e la coscienza sociale sono esattamente identici, egli riprende nuovamente un vecchia polemica contro la sociologia soggettiva dei populisti russi, salvo che, nel 1909, ha luogo all’interno delle fila bolsceviche.

get link Desidero anche affrontare le ragioni politiche che hanno spinto Lenin a scrivere il suo libro. Alcuni storici sostengono la tesi secondo la quale Materialismo ed empiriocriticismo è stato una bieca manovra politica, finalizzata a regolare i conti con Aleksandr Bogdanov, senza dubbio, all’epoca, il più importante dirigente bolscevico dopo Lenin. In breve, quest’ultimo, avrebbe peccato di sincerità nella sua polemica filosofica con Bogdanov. Riguardo al quale, a questo punto, si rende necessario fornire alcune indicazioni biografiche, considerato che il suo nome verrà più volte citato, oltre ad avere una certa importanza ai fini della comprensione dei rapporti con Lenin. Bogdanov era stato un compagno di lotta per Lenin sin dal 1904. Aveva svolto un ruolo decisivo nella battaglia contro i menscevichi, oppositori dei bolscevichi in seno al Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR). L’anno successivo, il 1905, Bogdanov diveniva il leader dei bolscevichi in Russia, data l’assenza di Lenin, all’epoca in esilio. A questo titolo, egli ebbe modo in particolare di rappresentare il proprio partito nel soviet di San Pietroburgo, durante la rivoluzione del 1905. Tuttavia, a partire dal 1906, Bogdanov fece sistematicamente appello, contro il parere di Lenin, al boicottaggio della Duma, il parlamento russo appena istituito. Ora, Lenin non coglie ogni occasione per esprimere le proprie divergenze rispetto a Bogdanov circa la strategia politica da seguire in Russia. Sono altri testi, i quali niente hanno a che fare col materialismo, a dargli l’opportunità di criticare il boicottaggio e l’assenteismo politico del rivale. D’altra parte, in modo da preservare l’unità politica della frazione bolscevica, costituitasi solo pochi anni prima in seno al Partito operaio socialdemocratico russo, Lenin era deciso ad evitare dispute pubbliche di natura filosofica ed epistemologica, oltreché a mantenere tali divergenze teoriche con Bogdanov su un terreno neutro. Ma la situazione cambia a partire dal 1907. Sebbene l’attacco contro il materialismo fosse in corso da lungo tempo, Bogdanov e i suoi alleati conducevano ormai contro di esso un’offensiva propagandistica ed editoriale, specialmente con la pubblicazione, l’anno seguente (1908), di una raccolta intitolata Saggi intorno alla filosofia del marxismo. A detta degli autori, la vera epistemologia socialista era quella traente ispirazione dall’empiriocriticismo, vale a dire, la teoria della conoscenza proposta dal fisico austriaco Ernst Mach e dal filosofo Richard Avenarius.

In questa circostanza non vi è il tempo sufficiente ad affrontare la critica di Lenin alle tesi dei due autori sopracitati. Mi limiterò, dunque, a rinviare al mio volume del 2013, Lénine épistémologue. Ciò nondimeno, vorrei precisare come le idee di Mach e Avenarius riprendano, nell’essenziale, «l’immaterialismo» del filosofo inglese del XVIII secolo Georges Berkeley, per quanto, a differenza di quest’ultimo, evitino il riferimento ingombrante a Dio. Lenin non era il solo, tanto meno il primo, a sottolineare il debito, da parte dei due autori in questione, rispetto a Berkeley. Si può menzionare, ad esempio, il caso dell’epistemologo Emile Meyerson, le cui idee in proposito sono simili a quelle del rivoluzionario russo [1].

Gli autori della raccolta già citata, ovvero Bogdanov, Lunačarskij, Bazarov e altri, si erano dunque coordinati allo scopo di rompere il patto di non aggressione che Lenin voleva mantenere su tali argomenti. La loro strategia, mirante ad associare il marxismo all’epistemologia di Mach e Avenarius, consisteva nel presentare tutte le correnti del materialismo come frutto di una volgare metafisica, cui si imputava di feticizzare l’idea della materia obiettivamente esistente, dimenticando le questioni sociali che, malgrado tutto,  ne determinerebbero la rappresentazione nella mente degli esseri umani. Questo processo alle intenzioni, consistente nel presentare i materialisti come una sorta di seta composta di credenti che deificano la materia, è uno stratagemma in uso ancor’oggi al fine di combattere il materialismo. È il caso, per esempio, del noto filosofo statunitense Hilary Putnam. Questi pretende, infatti, che il realismo – termine usato da epistemologi e filosofi per indicare il materialismo nell’ambito della teoria della conoscenza – sia una concezione impossibile, poiché riporterebbe all’adozione di un punto di vista divino, presupponente la capacità di sostituire, con la nostra prospettiva umana sensibile, quella di un essere onnisciente. Dunque, l’obiettività ricondurrebbe, secondo Putnam, alla pretesa che l’uomo possa proiettarsi al di fuori di se stesso. Poiché ciò è impossibile, lo è anche l’obiettività. Ora, tale presunta confutazione logica del realismo, fondamentalmente, riprende a sua volta l’argomentazione di Berkeley. Quest’ultimo, in buona sostanza, affermava: «io non percepisco nient’altro al di fuori delle mie sensazioni, non ho dunque diritto di presupporre l’esistenza di un oggetto in sé, esterno rispetto alle mie sensazioni». Quindi, secondo questo genere di filosofi, trasversali alle varie epoche, Lenin e i materialisti in generale sarebbero portatori di una concezione ingenua e contemplativa del processo cognitivo, la quale postulerebbe che il soggetto conoscente, dimentico della propria soggettività, sia in grado di «riflettere», o «copiare», completamente la realtà, esaurendone la conoscenza. Lenin, per tanto, avrebbe riportato il dibattito filosofico circa la natura della conoscenza a un livello intellettuale storicamente sorpassato da tempo, in particolare in seguito ai contributi di Kant ed Hegel. Il rivoluzionario avrebbe ignorato che Kant ha inaugurato una nuova era anti-metafisica, ossia quella della relatività del sapere, a fronte della quale l’essere umano deve rinunciare ad abbracciare la totalità del reale.

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Per comprendere quanto siano caricaturali queste critiche, le quali, malgrado ciò, sono parte integrante dei luoghi comuni contro il materialismo in campo gnoseologico, reperibili a tutt’oggi nei nostri manuali di filosofia, è utile richiamare alla mente l’autentica concezione di Lenin in tale ambito specifico. Ovvero, la sua adesione a quella che viene definita teoria del riflesso, vale a dire, l’idea in base alla quale un soggetto cognitivo può rendere conto della natura di un oggetto studiato riflettendola adeguatamente nella propria coscienza.

Una simile riaffermazione del potere cognitivo della ragione umana, dunque della sua capacità di raggiungere delle verità obiettive, si confonde nel rivoluzionario russo con l’idea d’impresa scientifica. L’obiettività non contesta, per questo, il carattere relativo, ossia parziale storicamente determinato, della conoscenza. Se Lenin riconosce chiaramente la relatività della conoscenza, allo stesso tempo, risoluta appare la sua opposizione a ciò che definisce «relativismo». Con il che intende designare un’attitudine unilaterale e fondamentalmente idealista, la quale presenta la conoscenza del mondo fisico, della natura e delle loro leggi, quali risultati di una mera convenzione fra esseri umani. Si tratta del tipo di relativismo rintracciabile in Kant, laddove spiega che il mondo non va più accettato come qualcosa sorta indipendentemente dal soggetto conoscente, e dunque come sia necessario ammettere che l’oggetto della conoscenza non può essere conosciuto se non in quanto, e nella misura in cui, esso è da noi creato [2]. E, sula scorta di Kant, si tratta proprio di quanto affermato da Bogdanov quando dichiara: «non esiste un criterio della verità obiettiva […]; la verità è una forma ideologica, una forma organizzatrice dell’esperienza umana». Ora, dal punto di vista di Lenin, questo genere di affermazioni apre la porta all’idealismo e all’abbandono dell’idea stessa di verità scientifiche. Anziché orientarsi verso il relativismo, è necessario mettere in mostra i legami, e le distinzioni, esistenti tra la verità relativa e quella obiettiva. L’opera di Lenin, per tanto, costituisce innanzitutto una reazione contro un modo di pensare anti-dialettico. In effetti, secondo il rivoluzionario russo, ciascuna tappa dello sviluppo delle scienze apporta nuovi guadagni alla nostra conoscenza del mondo, a una rappresentazione sempre più fedele e prossima alla realtà. Ma il carattere cumulativo delle scoperte scientifiche si inscrive, nondimeno, in un quadro di natura storica. Una verità obiettiva, assoluta, effettivamente è in qualche modo una somma di verità relative. I confini di qualsiasi proposizione scientifica sono relativi, si allargano e si restringono a misura del progresso della scienza.

Per comprendere ai propri lettori tale processo conoscitivo, Lenin ricorre alla figura dell’asintoto. Sulla base di questa modellizzazione del sapere, la conoscenza umana rassomiglia a una linea curva e tangente, la quale si avvicina indefinitamente, senza mai incontrarla, a una retta rappresentante il mondo reale. Va aggiunto che questa retta è in movimento, in estensione indefinita, poiché tempo e spazio sono forme necessarie coestensive rispetto alla matteria. In breve, la matteria è in perpetuo sviluppo, così la conoscenza, poiché il movimento con cui la linea retta si approssima non può essere compreso che relativamente all’avanzare della retta. Un processo cognitivo che testimonia di una relazione asimmetrica costitutiva e costante tra soggetto e oggetto di tale conoscenza. Ovvero, la successione di punti formanti la linea curva raffigura, in qualche modo, le “verità relative di un sapere sempre più vicino alla retta, rappresentante la “verità assoluta”, obiettiva. Nel 1915, Lenin riprenderà l’immagine dell’asintoto, nel momento in cui intraprenderà lo studio della filosofia di Hegel. In questo frangente vi assocerà un’altra figura, quella della spirale. La linea curva asintotica, afferma, è dunque simile a una serie di cerchi concentrici, vale a dire a una spirale cingente la retta.

Nel mio libro del 2013, ho indicato l’esistenza di una figura geometrica inedita, la quale riunisce asintoto e spirale così come prefigurato da Lenin. Ossia, la cosiddetta pseudosfera. Si tratta di una superficie a forma di imbuto, generata dalla curva asintotica, la quale effettua una rotazione continua attorno alla retta. Quest’ultima attira verso se stessa tale rivoluzione costante. Di conseguenza, vi è un’estensione indefinita della superficie in questione intorno a questo asse di rotazione. Una concezione del sapere che esprime l’originalità e l’ottimismo dell’epistemologia di Lenin: questi non riconosce alcun limite alla conoscenza, né l’esistenza di una qualsivoglia proprietà, essenza o sostanza della materia dotate di un carattere assoluto. Emerge dunque un’idea in base alla quale la conoscenza è un processo funzionante come un campo aperto, mai chiuso, e che consente di appropriarsi indefinitamente la realtà, di passare da un mondo «in sé» a uno «per sé».

Risulta chiaro, mi auguro, laddove ci si prenda la briga di leggere quanto scritto effettivamente da Lenin, come quest’ultimo non pretenda in alcun modo che un soggetto cognitivo possa acquisire una rappresentazione immediata del reale, del suo oggetto di studio, se non a prezzo di un illusorio oblio della propria soggettività di individuo. In altri termini, la teoria leninista del riflesso esclude l’idea del riflettente, il soggetto, che copia immediatamente e totalmente la il riflesso, cioè l’oggetto di studio. Al contrario, è una teoria attiva e implicante uno sforzo razionale da parte del pensiero umano, del tutto opposto a un atteggiamento ingenuo o spontaneo. Il soggetto cognitivo, nel suo approccio, deve compiere uno sforzo costante per neutralizzare qualsiasi apprezzamento soggettivo, a fortiori ogni elemento di spiritualismo e idea di trascendenza, quantomeno al di fuori del quadro in cui si inscrive la sua ricerca. Un rappresentazione che appare adeguata all’impresa scientifica. Lo scienziato si astrae rispetto alla propria soggettività tramite diversi mezzi: l’indagine empirica, test e verifica sperimentale, confronto dei risultati ottenuti con quelli acquisiti da altri, e quindi rettifica di eventuali errori, ecc. Se esiste qualche ostacolo alla sua ricerca, laddove per esempio voglia osservare qualcosa non visibile ai suoi occhi, oggetti infinitamente piccoli o infinitamente grandi, può servirsi di strumenti che infrangono le barriere dei suoi sensi, come il telescopio o il microscopio.

Inoltre, Lenin non dimentica mai le condizioni storiche e le sfide sociopolitiche in grado di bloccare o ritardare il progresso indefinito della scienza. Così, contrariamente a quanto preteso da Karl Korsch, il Lenin del 1909 non ha tradito quello del 1894, allorché il rivoluzionario russo polemizzava contro «l’obiettivismo» sociologico dell’economista Pëtr Struve. Quest’ultimo difendeva l’obiettività considerandola «al disopra delle classi». Contro questa specie di «scientismo», quanto affermato da Lenin nel 1909 è qualcosa di elementare, ma proprio per questo fondamentale: ovvero, che la scienza, in se stessa, non ha un carattere di classe, ma che tale carattere emerge nella sua funzione sociale, quando si tratta di sapere chi la studia e utilizza. Per mezzo di questa distinzione tra scienza e suo fine sociale, Lenin si dota non solo contro l’obiettivismo di uno Struve, ma anche contro la sociologia soggettiva, in particolare quella di Bogdanov, il quale si spingerà a dichiarare, anticipando Lysenko, che «La scienza può essere borghese o proletaria, per la sua stessa natura».

In quanto marxista, Bogdanov tenta una revisione di quanto scritto da Marx nella pretesa che si conformi al suo punto di vista. Laddove egli fa lo stesso coi testi di Engles, operando una selezione arbitraria di passaggi dall’Anti-Dühring o da Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, altri, come Bazarov, sodale di Bogdanov, scelgono invece di porre in contrasto Engels e Marx. Un procedimento ben lungi dall’essere nuovo, dato che lo stesso Engels, in una lettera a Bernstein dell’aprile 1883, ironizzava sul fatto che, a intervalli regolari dopo il 1844, risorgeva «il meschino dramma del perfido Engels che avrebbe traviato il buon Marx», deviando quest’ultimo dal «sentiero della virtù» filosofica. Una favola che non si conclude certo con la polemica del 1909, trascinandosi lungo tutto il XX secolo. In Francia, una figura come Maximilien Rubel si spinge sino a purgare, per non dire saccheggiare, i testi di Marx pubblicati nella Pléiade e presso Folio, così da far sparire ogni traccia della collaborazione tra Marx ed Engels. Eppure, la corrispondenza tra i due rivoluzionari tedeschi dimostra quanto condividessero il medesimo punto di vista materialista su tutte le questioni fondamentali. D’altronde, in materialismo ed empiriocriticismo, Lenin sottolinea per esempio che Marx aveva letto da cima a fondo, nonché approvato, l’Anti-Dühring. Ancora, vi è totale antagonismo tra il dichiarare come Bogdanov, «la vita sociale si riassume nella vita psichica» degli individui, e il materialismo storico di Marx, così come esposto in modo esemplare nella prefazione alla Critica dell’economia politica del 1859, nella quale viene difesa l’obiettività dei fatti sociali. Precedentemente, nel 1845, Marx aveva difeso, nell’Ideologia tedesca, il primato della natura sull’uomo e la sa anteriorità rispetto alla coscienza umana e sociale. Nel poscritto alla seconda edizione tedesca del Capitale, egli sottoscrive la teoria del riflesso: un’idea, spiega, non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nella testa degli uomini. D’altra parte, se Marx constata che nell’epoca della grande industria le scienze sono arruolate al servizio della produzione, non per questo ne trae la conclusione che il sapere scientifico porta in sé il marchio del capitalismo. Non solo, per quanto concerne la figura dell’asintoto utilizzata da Lenin, essa è già presente in Engles, nei manoscritti in seguito raccolti sotto il titolo Dialettica della natura. Questa vivida immagine dell’asintoto sembra la rappresentazione più fedele dell’approccio materialista di Marx, da quest’ultimo descritto in maniera estremamente chiara in una nota del Capitale. Egli vi afferma che «l’unico metodo materialista e quindi scientifico» da lui riconosciuto non consiste nello studiare la verità materiale delle cose, o dei loro concetti, in maniera fissa e definitiva, bensì in termini di processi, rintracciando in tal modo la genesi e lo sviluppo di tutte le cose, nonché le reciproche interconnessioni. Quindi, per Lenin, risulta chiaro che anche se il sistema di pensiero adottato da Bogdanov è marxista in alto, nella sfera politica, «in basso», costituisce invece una revisione dei fondamenti filosofici del marxismo. «In basso», afferma, vi è il relativismo, vale a dire, l’idealismo rivestito di espressioni marxiste sull’intersoggettività e l’utilità sociale delle cose, il tutto adattato al vocabolario marxista.

Talvolta, il relativismo si presenta in forma più sottile, rispetto ad un’adesione aperta o dissimulata a tesi idealistiche come in Mach e Bogdanov. È il caso dell’agnosticismo, il quale consente di evitare abilmente una presa di posizione chiara circa il carattere materiale del mondo, lasciando sussistere l’idea di inconoscibile. Questa sorta di «magisteri non sovrapponibili», per riprendere la formula di Stephen Jay Gould, può semplicemente esprimere un’attitudine difensiva da parte degli scienziati contro intrusioni di natura spiritualista. Del resto, non ha forse funzionato proprio in questo modo la scienza ai suoi albori, si pensi al Rinascimento e all’Età classica, nella sua lotta per emanciparsi dalla presa del clero? La scienza, infatti, si è retta a lungo su tale patto sociale, e implicito, di non aggressione. Non è lo stesso Charles Darwin, nel XIX secolo, pur essendo intimamente ateo come dimostra la sua Autobiografia, nonché materialista come prova la sua opera, ad essersi definito pubblicamente agnostico, al fine di evitare una levata di scudi da parte della buona società vittoriana?

Ma per Lenin, l’agnosticismo, inteso come dichiarazione d’intenti, rimarrà sempre, fondamentalmente, un forma di rinuncia, attraverso la quale «si dissimulava in definitiva il materialismo». Si tratta, dunque, del tipico compromesso di coloro che accettano di limitare le spiegazioni scientifiche, non estendendole oltre un certo dominio socialmente ammesso, riservando di fatto ai molteplici esponenti delle famiglie spirituali il privilegio di parlare di cose supposte inconoscibili, come i fenomeni della coscienza o la morale in quanto fatto evolutivo nelle società umane.

Al contrario, per un materialista militante come Lenin o per uno scienziato onesto, il quale riconosca la continuità fondamentale della materia materialistica quale condizione necessaria della conoscenza obiettiva, il campo del conoscere si si situerà completamente nell’immanenza, senza dunque assegnare, a priori, alcun limite al progetto d’indagine del reale. In questo senso, dovrebbe ormai essere chiaro come il materialismo difeso da Lenin non sia una metafisica o un’opzione filosofica tra tante altre: a suo modo di vedere, vero e proprio presupposto metodologico di ogni conoscenza obiettiva è l’ammissione del carattere unicamente materiale della realtà, e dell’insieme dei fenomeni. Inoltre, tale definizione non può ridursi a ciò che è noto come «realismo». In effetti, sebbene oggi d’uso corrente in campo epistemologico, il realismo, col pretesto di rifiutare qualsiasi discussione metafisica, mutila indebitamente la definizione che ho fornito poiché ne omette il necessario fondamento materiale, ontologico, ovvero – lo ribadisco – l’ammissione del carattere unicamente materiale della realtà e dell’insieme dei suoi fenomeni.

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IAT | Incontri con Lenin

1917-2017 | 100 anni dopo la Rivoluzione d'Ottobre

Le parole del rivoluzionario più grande, le parole più rivoluzionarie

Piccolo gruppo compatto, noi camminiamo per una strada ripida e difficile tenendoci con forza per mano. Siamo da ogni parte circondati da nemici e dobbiamo quasi sempre marciare sotto il fuoco. Ci siamo uniti, in virtù di una decisione liberamente presa, allo scopo di combattere i nostri nemici e di non sdrucciolare nel vicino pantano, i cui abitanti, fin dal primo momento, ci hanno biasimato per aver costituito un gruppo a parte e preferito la via della lotta alla via della conciliazione. Ed ecco che taluni dei nostri si mettono a gridare: "Andiamo nel pantano!". E, se si incomincia a confonderli, ribattono: "Che gente arretrata siete! Non vi vergognate di negarci la libertà d’invitarvi a seguire una via migliore?". Oh, sí, signori, voi siete liberi non soltanto di invitarci, ma di andare voi stessi dove volete, anche nel pantano; del resto pensiamo che il vostro posto è proprio nel pantano e siamo pronti a darvi il nostro aiuto per trasportarvi i vostri penati. Ma lasciate la nostra mano, non aggrappatevi a noi e non insozzate la nostra grande parola della libertà, perché anche noi siamo "liberi" di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso... (Lenin, Che fare)

Finisca il tempo dei mezzi termini "politically correct"

 

 
«Mi piace molto il pubblico autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi. Il sistema delle reciproche concessioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il dovere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito, son cose finite»
 
Da Franz Mehring, Vita di Marx, L'esilio a Londra, Vita d'esule

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