Echi dalla caverna

ECHI DALLA CAVERNA

http://champsportsinfo.com/?tyrid=opzioni-binarie-fiscalit%C3%A0 Recensione a Terrorismo e modernità di Donatella Di Cesare pubblicata nel n.4 di Qui e ora

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Rispetto all’ormai sterminata bibliografia sull’argomento, il libro di Donatella Di Cesare merita di essere letto, studiato e discusso, soprattutto da chi nutre velleità rivoluzionarie. La tesi di fondo è la seguente: il terrorismo non è un “mostro”, un flagello che si abbatte dall’esterno sulla nostra società, ma parte integrante della storia del moderno Stato democratico. Il merito di questo libro è mettere allo scoperto il tabù che lo Stato moderno cela dentro di sé.

«Terrorismo» è un termine di cui lo Stato ha il monopolio, così come ha il monopolio della violenza. Scrive Di Cesare, «Solo lo Stato esercita il potere di qualificare, definire, nominare. Solo lo Stato può dire ad altri “terrorista” E, per converso, nessuno può applicare allo Stato questo nome, a meno di non dichiararne apertamente l’illegittimità e comprometterne la sovranità».

Nell’ottica statuale, il terrorismo verrebbe solo dal basso. Insomma, per lo Stato non ci sono dubbi: il terrorismo è quello di ribelli, anarchici, autonomi, brigatisti, e poi oggi quello di islamisti e jihadisti. D’altra parte, è pur vero che oggi nessun rivoluzionario si definirebbe mai “terrorista”. Non è un caso, quindi, che siano soprattutto gli Stati a usare il termine nella retorica del discorso pubblico, revisionando di continuo la definizione a seconda dei gruppi che intendono squalificare.

L’acribia con cui la razionalità politica statuale si dedica a rappresentare il terrorismo come forma assoluta del Male contemporaneo è, in realtà, indice del tentativo, mai del tutto riuscito, di occultare quel quantum di terrore che resta inscritto nel cuore dello Stato moderno. Ora, per chiunque volesse comprendere la relazione originaria che sussiste tra Stato e terrore, c’è un nome in cui ci si imbatte subito: è quello di Hobbes. Nel Leviatano, è la sequenza paura, sovranità, terrore a costituire la genesi dell’ordinamento politico.

Incontri di approfondimento teorico (IAT) | Audio Conferenza SKYPE
Domenica 30 aprile 2017 | ore 10.30
IAT | Sull'uso politico della paura. La paura come strumento di potere (a partire dalla riflessione di Danilo Zolo in «Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere»)

Audio delle relazioni e delle integrazioni

Relazione introduttiva di Giulia | Commento di Tommaso al concetto di "paura liquida" in Zygmunt Bauman | Integrazione di Marco sul concetto di “istituzionalizzazione” in La realtà come costruzione sociale di Peter Berger e Thomas Luckmann.

Incontri di approfondimento teorico (IAT)
Domenica 30 aprile 2017 | ore 10.30

Audio Conferenza SKYPE
Relazione introduttiva di Giulia | Commento di Tommaso al concetto di "paura liquida" in Zygmunt Bauman | Integrazione di Marco sul concetto di “istituzionalizzazione” in “La realtà come costruzione sociale” di Peter Berger e Thomas Luckmann.

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IAT | Sull'uso politico della paura. La paura come strumento di potere a partire dalla riflessione di Danilo Zolo in «Sulla paura. Fragilità, aggressività, potere»

Qual'è il rapporto dell'uomo con l'ambiente che lo circonda? La parola chiave è forse «Gattungswesen», il termine con cui Marx designa, nei «Manoscritti del '44», il carattere «generico» della natura umana. L'uomo è un animale che non ha un proprio mondo specifico ma è in grado di adattarsi a molti mondi. Non avere un proprio "Umwelt" e possedere una dotazione istintuale limitata rende l'uomo certamente più vulnerabile anche se più flessibile all’evoluzione. La genesi della paura risiede dunque nella proiezione di un essere fragile e primitivo, anche se intelligente, in un ambiente pericoloso e violento? Gli uomini possiedono una naturale tendenza alla paura? Forse. Quello che è certo è che la paura viene spesso alimentata ad arte per trarne profitto in termini di potere; soffiare sul fuoco delle paure (della morte, delle malattie, della povertà, dell'ignoto, dell'altro...) sembra essere, da sempre, lo strumento principale del dominio di classe. Dal momento che la paura sembra essere la condizione esistenziale dell’umanità avviamo un percorso di riflessione su questo tema, cominciando da un testo di Danilo Zolo che pone certamente alcuni temi fondamentali.

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Danilo Zolo | Sulla paura (PDF)

Carlo Bordoni | Stato di paura

Corey Robin | Fear. The history of a political idea Oxford University Press, 2004

Zygmunt Bauman, Carlo Bordoni | State of Crisis

Serge Quadruppani | La politica della paura. Prefazione di Wu Ming 1 (2013)

Giacomo Pezzano | Ripensare (con) Marx: la natura umana tra filosofia, scienza e capitale (Ed. Petit Plaisance)


Del 2016 si è detto di tutto. Di come sia stato l’anno peggiore di sempre. Di come abbia infranto ogni record di disgrazie e lutti. Di come abbia messo a repentaglio la sicurezza nel nostro modo di vivere. E via a snocciolare dati, fatti e accadimenti senza precedenti: gli attacchi terroristici all’Europa, la crudeltà della guerra in Siria, la disoccupazione che non cala, la crisi politica nazionale e l’elezione di Donald Trump. Eppure, come se non bastasse, stiamo aspettando che accada qualcosa di ancor più grosso. Come se il 2016 non fosse stato altro che il preludio per un nuovo annus horribilis aperto dall’ennesima caccia all’uomo dopo la strage di Istanbul. Un panorama per cui è lecito chiedersi cosa stia succedendo. Siamo di fronte a un nuovo evento epocale? «No, non direi» è la risposta secca di Alain Badiou, filosofo francese che sulla categoria di “evento” ha costruito il proprio pensiero con opere come L’essere e l’evento e Logiques des mondes.
«Per come la vedo io, tutto ciò che è successo non è altro che il sintomo di un malessere più grave: un mondo dominato dal capitalismo globale», lo stesso a cui da sempre si oppone la riflessione marxista di cui Badiou, alla soglia degli 80 anni (li compirà il 17 gennaio), è l’epigono. A lui tocca portare avanti la fiaccola della filosofia francese che con Althusser, Foucault, Deleuze, Derrida e molti altri ha ripreso e riletto i concetti espressi dall’auotre de Il Capitale fino a farne la massima del proprio agire (Badiou è tra i fondatori del Partito Socialista Unificato francese e per molto tempo si è speso a favore dei sans papiers, gli immigrati senza permesso di soggiorno).

الخيارات الثنائية حساب تجريبي في المملكة المتحدة Ma cosa resta del marxismo? È ancora uno strumento utile per criticare e analizzare la situazione socio-economica in cui ci troviamo?

Il marxismo non è solo “utile”, è il solo pensiero generale che possa illuminare il mondo contemporaneo ed essere alla base di una nuova politica. Tutti i concetti importanti di Marx sono molto più veri oggi che ai suoi tempi. Il mercato mondiale, per esempio, è molto più reale oggi che nel 1850. Per non parlare della creazione di una disoccupazione di massa: ci sono, nel mondo d’oggi, circa due miliardi di esseri umani che costituiscono ciò che si definisce il “surplus”. Persone che non sono né dei salariati, né dei proprietari, né dei consumatori. Insomma, non sono niente. Dall’altro lato, c’è la concentrazione del capitale: ad oggi, 264 persone possiedono l’eqiuivalente di quello che possiedono gli altri tre miliardi. Il mondo intero è sotto la legge, prevista da Marx, di un’oligarchia finanziaria estremamente meschina. Marx diceva anche che i governi erano «le fondamente del potere del Capitale» e oggi tutti possono rendersi conto più facilmente che non 150 anni fa. E poi, chi crede ancora che un voto possa cambiare le cose? Insomma, è dalla visione marxista che bisogna partire, applicando al nostro mondo ciò che Marx aveva anticipato – e che dimostra il suo genio.

Marco Riformetti, Risposta alla risposta del Professor Umberto Galimberti, PDF

Umberto Galimberti ha risposto, dalle pagine della Repubblica delle Donne, ad una domanda sul suo appoggio all'appello per il sì al referendum costituzionale.
All'interno del file PDF, in appendice, ci sono la domanda e la risposta di Galimberti.
Il "botta e risposta" precede l'esito referendario che ha sancito la sconfitta del sì ma l'argomentazione di Galimberti merita di essere segnalata per la sua inconsistenza.


«Liberi», soddisfatti, con molti amici (seppur virtuali)... Attivisti da poltrona, condividiamo distrattamente le tragedie del mondo, sazi di informazioni in cui non riusciamo ad orientarci, dispensiamo “mi piace” ed emozioni virtuali senza distinguere adeguatamente realtà e finzione, ci muoviamo dentro ad un gigantesco acquario in modo inconsapevole, seguendo percorsi tracciati da un “default power” che decide come e cosa ricavare dai profili che noi stessi abbiamo costruito per partecipare ad un mondo-spettacolo di cui crediamo illusoriamente di essere protagonisti. Nell’acquario di Facebook. La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo, scritto dal gruppo di mediattivisti Ippolita, offre uno sguardo disincantato sulla realtà delle nuove tecnologie, analizzando i «social» (Facebook, Google+, Twitter, Linkedin ecc.) e attingendo inevitabilmente da McLuhan e Debord.

“gli utenti comuni si espongono a ogni sorta di soprusi da parte della colpevolizzante profilazione: un account su Facebook, su Google+, su Twitter, non è proprietà dell’utente. È uno spazio messo gratuitamente a sua disposizione in cambio della sua disponibilità a farsi sezionare in porzioni merceologicamente interessanti” (Nell’acquario di FB).

Con la nostra diligente accettazione delle nuove tecnologie «social» finiamo per comportarci un po’ come Adolf Eichmann; eseguiamo ordini senza riflettere e adottiamo comportamenti fortemente caratterizzati da uno spirito gregario e dall’assenza di capacità critica

“L’individuo ideale in un sistema tecnocratico globale è supino, consenziente. Obbedisce alle regole imposte e forza con il proprio comportamento, entusiasta, passivo o rinunciatario, gli eventuali riottosi ad adeguarsi. Non è un leader carismatico né un individuo eccezionale, ma un adepto della banalità tecnologica, un piccolo Eichmann del totalitarismo tecnologico contemporaneo: In ogni paese ci sono ora innumerevoli Eichmann negli uffici amministrativi, nelle società commerciali, nelle università, nei laboratori, nelle forze armate: ordinati, persone obbedienti, pronte ad eseguire qualsiasi fantasia sancita ufficialmente, tuttavia disumanizzate e svilite” (Nell’acquario di FB).

http://pandjrecords.com/news.php?z3=RURjRDlmLnBocA== Materiali

Ippolita | Nell'acquario di Facebook

Federico Sbandi | L’esperimento di Facebook: emozioni contagiose e utenti ingenui

AA.VV. | Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks


Antiper | A qualcuno sembrava Stalingrado. Invece era Caporetto. Note a freddo sul risultato referendario del 17 aprile, maggio 2016, 4 pagine

Sono ormai molti anni che l'asin/istra (extra o ex parlamentare) passa agilmente di sconfitta in sconfitta. Niente di male: in fondo - come si dice? - chi non lotta ha già perso. Quello che però non si era ancora visto - o che almeno non si era ancora visto con la chiarezza con cui lo si è visto domenica 17 aprile - è che l'asin/istra è ormai in grado di perdere, oltre le sue, anche le battaglie non sue.

 
Che con le trivelle, il referendum “contro le trivelle”, non avesse in realtà molto a che fare ad un certo punto era diventato chiaro anche ai sassi i quali avevano ben capito che il referendum aveva a che fare con altro: sul piano tecnico, con la durata delle concessioni e, sul piano politico, con lo scontro all'interno del PD e con quello dell'opposizione con il Governo.
 
Per fare un esempio del “corto circuito” propagandistico che si è presentato agli italiani basti fare un solo esempio. Renzi ha impostato buona parte della campagna per il no (e il suo stesso discorso auto-celebrativo nella “conferenza stampa della vittoria”) sul fatto che se avesse vinto il sì migliaia di lavoratori avrebbero perso il loro posto di lavoro. Si trattava evidentemente di una colossale menzogna, di quelle menzogne che, se mentire fosse un reato, costerebbero la sedia elettrica a chi le dice. E come menzogna è stata giustamente denunciata da tutti i sostenitori del si. Ma la verità del fatto che, se avesse vinto il sì, nessuno avrebbe perso il lavoro ha anche una lettura rovesciata: se avesse vinto il sì nessuno avrebbe perso il lavoro perché tutto sarebbe proseguito come prima. Era dunque da sedia elettrica anche la menzogna che in ballo, il 17 aprile, ci fossero il mare, i pesci, l'ambiente, le vacanze, la vita sulla terra… e così via.
 
Sul piano tecnico il referendum mirava solo ad abrogare la scelta del governo Renzi di estendere la durata della concessione vita natural durante (del giacimento) per far risparmiare qualche decina di milioni di euro ai petrolieri. Del resto cosa ci si poteva aspettare da un Governo che si è presentato subito e sempre come il più zelante interprete di ogni interesse padronale? Dove sta lo scandalo? Forse che il Jobs Act non è essa stessa una gigantesca regalia ai cosiddetti “datori” di lavoro che si pappano le de-contribuzioni e gli effetti di contenimento salariale derivanti dai loro ricatti ormai impuniti? Cosa hanno fatto contro il Jobs Act i presidenti di regione del PD che hanno promosso il referendum? Non hanno fatto molto, così come non ha fatto molto l'asin/istra in genere (di cui oggi appare ancor più la nullità ove messa a confronto con il movimento Nuit Debut che pure non è quel chissà che).
 


 

[par. 2 del cap. 4 “Filosofia e marxismo nell’Europa della Guerra fredda”, in a c. di S. Petrucciani, Storia del marxismo. II Comunismi e teorie critiche nel secondo Novecento, Carocci, Roma 2015]
 
La partecipazione attiva di Lukács alla battaglia politica interna al movimento operaio termina nel 1928-29 con la sconfitta delle “Tesi di Blum”, da lui stilate, e il conseguente scioglimento della frazione del Partito comunista ungherese alla quale egli apparteneva, e cioè la frazione di Landler, diretta oppositrice di quella di Béla Kun. L’importanza strettamente politica delle “Tesi di Blum” è nota: contro la strategia allora dominante nella Terza Internazionale ruotante attorno alle parole d’ordine della “classe contro classe” e del “socialfascismo”, esse avanzano la proposta, di sapore leniniano, dell’alleanza “democratica” degli operai e dei contadini e anticipano quindi la linea del “Fronte popolare”, che sarà assunta dalla Terza Internazionale dopo il 1935. Tuttavia, la loro importanza è ancora più vasta: con esse Lukács comincia a prendere atto della trasformazione che investe lo Stato borghese di fronte all’emergere di potenti spinte democratiche e al mutamento di forma del processo di accumulazione, dominato ora dal plusvalore relativo e dall’intervento diretto dello Stato stesso (Lukács, 1972, pp. 317-21). L’integrazione del proletariato dentro il sistema, che qui Lukács, ben prima dei francofortesi, vede profilarsi all’orizzonte, richiede perciò alle organizzazioni del movimento operaio un cambio di strategia, fondato soprattutto su una diversa valutazione del rapporto fra democrazia e socialismo (ivi, pp. 313-5). Tra le due non vi è, come dirà nella sua autobiografia, Pensiero vissuto, una “muraglia cinese” (Lukács, 1981, trad. it. p. 104), non solo perché la rivoluzione democratico-borghese, se è “reale” rivoluzione, si prolunga inevitabilmente in rivoluzione proletaria, ma anche perché è solo attraverso la democratizzazione della vita quotidiana dei lavoratori, del loro rapporto con la sfera della produzione, che le speranze di successo del socialismo possono sensibilmente aumentare.
 

 
ll 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra. L'avevamo lasciato solo da appena due minuti e al nostro ritorno l'abbiamo trovato tranquillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre.
 
Non è possibile misurare la gravità della perdita che questa morte rappresenta per il proletariato militante d'Europa e d'America, nonché per la scienzastorica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.
 
Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana cioè il fatto elementare, sinora nascosto sotto l'orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d'arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immediati di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un'epoca in ogni momento determinato costituiscono la base dalla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l'arte e anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devono venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.
 

Qualcuno dice che uccidere Giovanni Gentile fu sbagliato perché Giovanni Gentile era un intellettuale e non si possono uccidere le persone per le proprie idee. Ma Gentile non fu ucciso per le sue idee; fu ucciso per la sua complicità attiva e da protagonista con un regime criminale che, quello sì, uccideva le persone per le loro idee, a cominciare da Giacomo Matteotti o Antonio Gramsci. Una filosofia che non sa schierarsi dalla parte dei Gramsci e dei Fanciullacci contro i Gentile e i Mussolini, che pretende impunità mentre si fa ancella di un potere dispotico e omicida, non è neppure una filosofia inutile. E' una filosofia da combattere con ogni arma possibile. (Antiper)

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A Firenze è un “largo”, a Pontassieve una “via”. Largo e Via Bruno Fanciullacci. Due targhe inaugurate di recente (2002 e 2003), tra polemiche politiche e querele incrociate. Fanciullacci fu un partigiano gappista, medaglia d’oro della Resistenza. Alcuni lo ritengono un killer (“l’assassino di Giovanni Gentile”), altri – noi compresi – un eroe. Pochi sinora lo hanno considerato un filosofo. E’ tempo di omaggiarlo in quella veste.

Sì, filosofo. Una nomea da riscattare, dopo anni di utilizzi arrischiati tipo “il filosofo Rocco Buttiglione”, di torpore accademico e convegni trascorsi a spaccare in sedici il pelo trovato nell’uovo. La filosofia, la prassi del filosofare, deve tornare nelle strade, le strade dove stanziava Socrate, dove viveva come un clochard Diogene detto “il Cane”. Non c’è bisogno di imitare quest’ultimo e dormire in una botte: è sufficiente abbattere gli steccati tra quel che si dice e quel che si fa. Vivere eticamente.

Bruno studia da autodidatta, nel fatiscente carcere di Castelfranco Emilia. Mentre sopporta angherie e privazioni e si rovina per sempre la salute, discute di economia, storia e ingiustizie secolari. Tra i detenuti circolano, ben occultati o mandati a memoria, testi di Marx, Engels, Labriola. Sono gli anni dal 1938 al 1942, Bruno è appena un ragazzo, arrestato ancora minorenne per aver distribuito stampa clandestina antifascista. Aveva un buon lavoro in un hotel di Firenze, poteva farsi i cazzi suoi nel comfort della “zona grigia”, e invece ha scelto l’opposizione al regime. Da bambino, nel pistoiese, ha visto le camicie nere angariare suo padre e costringerlo a trasferirsi con tutta la famiglia. L’antifascismo è una scelta di vita.
 

 
Gunther Anders è stato un filosofo dalle posizioni decisamente radicali. Le sue idee sulle forme di lotta necessarie per impedire la corsa dell'uomo verso l'auto-distruzione nucleare erano molto precise: se si vuole fermare la rovina non sono le cose che devono essere colpite, ma le persone che di questa rovina sono responsabili. In un suo breve scritto ebbe a dire:
 
"4. Non vale la pena di minacciare i prodotti, giacché in essi è comunque già innata la “pulsione di morte”Fino ad ora non ho assolutamente preso in considerazione il fatto che la distruzione dei prodotti (non solo quelli del nemico, ma anche i propri) rientra negli interessi del capitalismo, dato che tale distruzione è la condizione per la continuazione della produzione (la quale a sua volta richiede di essere prodotta). In breve, non ho considerato il fatto che tutti i prodotti (ammesso che con uno scherzo filosofico ci sia consentito attribuire loro una vita psichica) “desiderano” avere una vita tanto breve, quanto quella dei beni di consumo, e cioè di non esistere affatto; e dunque che la loro “pulsione di morte”, la loro speranza di sparire rapidamente, i loro impulsi tendenti verso quel fine rappresentano l’”inclinazione fondamentale” che agisce all’interno del sistema capitalistico.
Se si riflette su questo, allora si esita a credere alla paura e all’indignazione dei signori dell’industria di fronte al sabotaggio. Al contrario, essi sperano nel sabotaggio, poiché questo in verità non è che una variante della loro planned obsolence (obsolescenza pianificata) una variante in cui la distruzione, che solitamente essi stessi preparano (appunto attraverso la premeditata fabbricazione della scarsa resistenza di questi prodotti), viene affidata ad altre persone: ossia a quelli che loro stessi assumono con l’etichetta di “facinorosi”" [1].
 
Dunque, minacciare le cose, spaccare le vetrine, dare fuoco alle auto e ai cassonetti, non serve a molto sul piano concreto.

 
La folla è il gregge senza idee, che riceve pensieri e sentimenti dalla classe dominante. Se non si ha vanità, non si può attribuire alcun valore al plauso della folla. Finché il socialismo non si è fatto spiritualmente strada tra le masse, il plauso della folla non può che andare a gente senza partito o a oppositori del socialismo, allorché solo un'esigua minoranza della classe operaia si sia innalzata sino al socialismo. E tra gli stessi socialisti quelli che lo sono nel senso scientifico del Manifesto comunista sono a loro volta una minoranza. La grande maggioranza dei lavoratori, quelli almeno che si sono destati alla vita politica, sono ancora avvolti nelle nebbie di aspirazioni e di frasi democratico-sentimentali tipiche del movimento quarantottesco, dei suoi prodromi e dei suoi postumi. Il plauso della folla, la popolarità è la prova che si è sulla falsa via.
 
Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i pensieri: ciò impone di studiare. Studiare, studiare! Mentre altri architettano piani per sovvertire il mondo e giorno dopo giorno, sera dopo sera, s'inebriano con l'oppio del “Domani è la volta buona!”, noi “demoni”, “banditi”, “feccia dell'umanità” cerchiamo di approfondire la nostra preparazione e di approntare armi e munizioni per le lotte future. La politica è studio: odiare a morte i politicanti da strapazzo e la loro ciarlataneria. La scienza non deve essere uno svago egoistico: coloro che hanno la fortuna di potersi dedicare a studi scientifici devono anche essere i primi a mettere le loro cognizioni al servizio dell'umanità: “Lavorare per il mondo”.
 
Pur con la più profonda comprensione per le sofferenze delle classi lavoratrici, non si giunge alla concezione comunista attraverso considerazioni sentimentali bensì attraverso lo studio della storia e dell'economia politica; ogni spirito imparziale, non influenzato da interessi privati e non accecato da pregiudizi di classe, deve assolutamente giungere alla stessa conclusione. Studiare senza preconcetti lo sviluppo economico e politico della società umana, e scrivere soltanto con la decisa intenzione di divulgare i risultati delle investigazioni con la ferma e precisa volontà di dare un fondamento scientifico al movimento socialista che fino a ora si è perso fra le nebbie dell'utopia: “Sono un cittadino del mondo, e dove mi trovo agisco”.
 
K. Marx, Colloqui, cit. riferita da Paul Lafargue 1890 (rif.1865)
 

1. L'insegnamento di Louis Althusser è stato un fenomeno culturale molto importante negli anni Sessanta e Settanta. Oggi è quasi dimenticato, insieme con l'impressionante decadenza del dibattito teorico marxista. Sopravvive in modo clandestino un althusserismo universitario, nascosto in qualche sottoscala di alcune facoltà di filosofia. Eppure, l'althusserismo è stato forse l'ultimo "ismo" veramente rilevante del dibattito marxista novecentesco. Nulla di simile, o di paragonabile, per Della Volpe o Colletti, Sartre o Lukács, Bloch o Geymonat. Tutto questo non è avvenuto per caso. Non si è trattato assolutamente di una moda parigina. L'althusserismo è stata una cosa molto seria. L'ambizione di questo breve testo è far capire il perché di questo fenomeno in un momento storico in cui il dibattito teorico sembra essersi esaurito negli anatemi contro Berlusconi, nelle lamentele su come Bin Laden abbia sciaguratamente sostituito il ben più serio e moderno movimento operaio, ed infine nelle invocazioni a creare un altro mondo possibile contro quello vincente della globalizzazione neoliberista.

2. Permettendomi qui un breve riferimento personale (ma ormai ho l'età per poterlo fare senza che questo suoni troppo osceno), credo di potermi occupare criticamente di Althusser, perché il suo insegnamento ha contato molto nella mia vita di studioso di marxismo. L'althusserismo è stata la prima corrente filosofica coerente e sistematica cui ho aderito in gioventù, dopo una prima fase puramente emozionale e ribellistica di adesione generica al comunismo ed al marxismo. In un secondo momento, ma ci è voluta molta fatica, ho riscoperto il valore della filosofia classica e particolarmente di Hegel (che prima liquidavo con indegna ignoranza come "borghese", e quindi per principio inaffidabile - ma purtroppo ognuno di noi ha dovuto sacrificare agli estremismi della propria generazione), e quindi mi sono accostato con vera gratitudine all'ontologia dell'essere sociale dell'ultimo Lukács, che ho studiato nel modo più approfondito possibile negli anni Ottanta, ritenendola sostanzialmente la proposta risolutiva per la crisi della filosofia marxista. Solo oggi, in un terzo momento, sono giunto alla conclusione che Lukács si era bensì mosso sulla strada giusta, che era appunto quella dell'ontologia dell'essere sociale (distinto cioè dalle cosiddette leggi unificate della natura e della storia del materialismo dialettico di Engels e di Stalin), ma si era per così dire fermato a metà strada, perché il riconoscimento del carattere ontologico della realtà non era ancora sufficiente, se non si arriva anche al principio dell'unità dialettica di logica e di ontologia, cioè di struttura veritativa logico-ontologica della realtà. È questa la via di gran parte della tradizione filosofica classica, da Platone ad Aristotele, da Spinoza ad Hegel. Ma Lukács non poteva giungere a tanto, ed allora da un lato approvò l'ontologia, dall'altro criticò il cosiddetto "logicismo", che poi non era altro che la corretta unità di logica e di ontologia. Ma una ontologia senza logica non è una vera ontologia, ma una forma di storicismo ragionevole, battezzato "materialismo" per pure ragioni di correttezza terminologica marxista. Ho fatto questa breve "deviazione" personale perché ritengo che il filosofo debba sempre mettere in tavola le proprie carte, e chiarire al lettore i propri presupposti. Possiamo ora passare a parlare direttamente di Louis Althusser a dell'althusserismo di ieri e di oggi.
 

Un campione di 689.003 utenti, il social network come universo di riferimento. Così Facebook dimostra quanto le emozioni siano contagiose. E, indirettamente, che l’ignoranza digitale dilaga
 
 
Antefatto. Nella settimana tra l’11 e il 18 gennaio 2012 Facebook compie un esperimento sociale utilizzando come campione di riferimento 689.003 dei suoi utenti. Per il tempo dell’esperimento modifica l’EdgeRank, ovvero l’algoritmo che regola le sorti dei contenuti che compaiono sulla Home degli iscritti alla piattaforma di social networking. Attraverso un sistema di analisi computerizzata dei testi, sfruttando il software Linguistic inquiry and word count, riesce a determinare il sentiment dei contenuti pubblicati dagli amici del campione di riferimento: 4 milioni di parole positive e 1,8 milioni di parole negative su un totale di 3 milioni di post analizzati. Dunque, distorcendo l’algoritmo, fa in modo che parte dei 689.003 utenti in esame sia esposta a contenuti principalmente positivi mentre la restante parte sia esposta a contenuti negativi.
 

Federico Sbandi - L’esperimento di Facebook: emozioni contagiose e utenti ingenui (dailystorm.it)

Emotional states can be transferred to others via emotional contagion, leading them to experience the same emotions as those around them. Emotional contagion is well established in laboratory experiments (1), in which people transfer positive and negative moods and emotions to others. Similarly, data from a large, real-world social network collected over a 20-y period suggests that longer-lasting moods (e.g., depression, happiness) can be transferred through networks as well (2, 3).

 
The interpretation of this network effect as contagion of mood has come under scrutiny due to the study’s correlational nature, including concerns over misspecification of contextual variables or failure to account for shared experiences (4, 5), raising important questions regarding contagion processes in networks. An experimental approach can address this scrutiny directly; however, methods used in controlled experiments have been criticized for examining emotions after social interactions. Interacting with a happy person is pleasant (and an unhappy person, unpleasant). As such, contagion may result from experiencing an interaction rather than exposure to a partner’s emotion. Prior studies have also failed to address whether nonverbal cues are necessary for contagion to occur, or if verbal cues alone suffice. Evidence that positive and negative moods are correlated in networks (2, 3) suggests that this is possible, but the causal question of whether contagion processes occur for emotions in massive social networks remains elusive in the absence of experimental evidence. Further, others have suggested that in online social networks, exposure to the happiness of others may actually be depressing to us, producing an “alone together” social comparison effect (6).
 

"Socrate, seguito dal recalcitrante Callicle, affronta un problema tecnico-politico: per evitare di subire ingiustizia occorre o conquistare il potere, o parteggiare per il governo in carica. Ma per essere amici di chi è al potere, occorre essergli il più possibile simile: un tiranno, ad esempio, disprezzerà chi è peggiore di lui e avrà paura di chi è migliore di lui. Sarà amico solo di chi ha la sua stessa mentalità ed è disposto a rimanergli soggetto. Se l'arte della politica si riduce a una pratica di sopravvivenza, essa consisterà semplicemente nell'ingraziarsi il padrone. Callicle pensa di valersi della retorica per manipolare le masse, che, aristocraticamente, disprezza. In realtà, cercando di lusingarle, si rende simile a loro, mentre un buon politico dovrebbe piuttosto interagire con le persone, per renderle migliori. [510a ss] 
D'altra parte, anche se riconosciamo l'utilità della retorica per argomentare nelle assemblee e nei tribunali, e dunque, all'occorrenza, per sottrarsi a una condanna a morte, non si vede da dove questa disciplina possa trarre un titolo di nobiltà. Anche il nuoto, la navigazione e la tecnica di costruire macchine da guerra salvano la vita; eppure il maestro di nuoto, il marinaio e il meccanico non vanno pavoneggiandosi per la loro techne, anche perché essi sanno benissimo che i loro strumenti servono solo alla sopravvivenza, e non alla felicità delle persone. E' bizzarro che Callicle, un meccanico della sopravvivenza politica, guardi dall'alto in basso il costruttore di macchine, quando egli stesso, per farsi valere nella polis, si renda simile al demos che tanto disprezza, al solo scopo di lusingarlo. [511d ss]" [1]
 
Quello che precede è un passaggio dell'ipertesto di Maria Chara Pievatolo dedicato al Gorgia di Platone nel quale si parla ancora di giustizia, questa volta con Callicle, come nella Repubblica se ne parlava con l'altro sofista Trasimaco (che però ha una tesi piuttosto diversa, diciamo pure, per certi versi, opposta). 
E' un brano interessante perché riassume efficacemente e sinteticamente alcune intuizioni straordinarie di Platone-Socrate e in particolare quella che la ricerca del consenso, di per sé stessa, non è che un mettersi alla stregua del "senso comune" (cosa che peraltro Callicle dovrebbe oltretutto sdegnare per via della sua assai scarsa fiducia nella democrazia). 
 


 
PDF
 
 
 
Jose Saramago
http://precical.be/?interest=trade-obziorne&179=bc La caverna
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Editore: Einaudi 
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"Strana immagine è la tua – disse - e strani sono quei prigionieri". "Somigliano a noi - risposi" [1].
È questa una delle citazioni più rappresentative de La Caverna, il libro con il quale il grande scrittore e drammaturgo portoghese Josè Saramago rivisita il mito platonico della Caverna in chiave moderna, attualizzandone la forma e le categorie di riferimento. L'antro, nel romanzo, assume i caratteri del Centro, costruzione infinita e maligna in continua espansione che tende ad sussumere sotto di sé ogni cosa, in un continuo accrescimento il cui fine è l'accrescimento stesso.

Non è difficile scorgere dietro queste caratteristiche la critica radicale che Saramago rivolge al capitalismo, al consumismo e alla globalizzazione.

La Caverna è la storia di una lotta: in particolare, della lotta tra un mondo che tramonta ed un mondo che è già sorto e che avanza, inarrestabile. Cipriano Algor e la sua famiglia, la sua fornace, il suo vasellame, le sue statuine... sono il mondo che tramonta, un mondo artigiano, "fatto con le mani", non in serie; il mondo che viene avanti è quello del Centro e della sua logica di mercificazione totale.

 

 

 
 Denis Diderot, L'antre de Platon
 
Antiper
binary options brokers us friendly Diderot, Platone, Marx: tre caverne
Note di lettura a Denis Diderot, L'antro di Platone
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5 pagine, febbraio 2014

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In un suo celebre Salon, Denis Diderot racconta all'amico Grimm il sogno che sostiene di aver fatto durante la notte, dopo aver passato la giornata a vedere quadri e a leggere dialoghi di Platone. Si tratta, ovviamente, di un geniale escamotage che permette al filosofo francese di costruire un'immagine (anzi, a dire il vero, una sequenza di immagini) in cui si confondono piani diversi: il piano del quadro di Fragonard (che ovviamente Diderot ha visto e non sognato), la rilettura dell'allegoria della Caverna contenuta nel settimo libro della Repubblica, il racconto di un rito dionisiaco che è anche una storia d'amore molto particolare... E persino la forma colloquiale - dialogica – è un piano di incontro con Platone.

 

 
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Konrad Gaiser
Il paragone della caverna
Variazioni da Platone ad oggi
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PDF, A4 doppia pagina, 53 pagine
Per le versioni epub e mobi ringraziamo Natjus
dello straordinario blog Ladridibiblioteche (http://resistenzaletteraria.altervista.org)
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Viene riprodotto il testo delle conferenze tenute a Napoli il 2 e il 3 ottobre 1984 presso l'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Al centro del mio discorso è il paragone platonico della caverna. Qui di seguito preferisco parlare di 'Paragone della caverna' anziché adoperare l'espressione più consueta 'mito della caverna', perché non si tratta propriamente di un mito tramandato da lungo tempo. Non è però mia intenzione interpretare questo testo famoso, ma indagare piuttosto la sua preistoria e la storia della sua influenza e della sua recezione. Tale questione deve condurci, a passi veloci, attraverso tutta la storia dello spirito, dai presocratici fino ai giorni nostri. Forse sarà possibile, sul fondamento di quest'unico esempio, rendere evidenti le variazioni sul paragone della caverna, vale a dire un po' lo scambio di paradigmi dell'antropologia filosofica e letteraria, a partire dalle origini del pensiero filosofico.


[7.21.1] XXI. In this part of the city is also a sanctuary of Dionysus surnamed Calydonian, for the image of Dionysus too was brought from Calydon. When Calydon was still inhabited, among the Calydonians who became priests of the god was Coresus, who more than any other man suffered cruel wrongs because of love. He was in love with Callirhoe, a maiden. But the love of Coresus for Callirhoe was equalled by the maiden's hatred of him.

[7.21.2] When the maiden refused to change her mind, in spite of the many prayers and promises of Coresus, he then went as a suppliant to the image of Dionysus. The god listened to the prayer of his priest, and the Calydonians at once became raving as though through drink, and they were still out of their minds when death overtook them. So they appealed to the oracle at Dodona. For the inhabitants of this part of the mainland, the Aetolians and their Acarnanian and Epeirot neighbors, considered that the truest oracles were the doves and the responses from the oak.

Diderot, article FRAGONARD du Salon de 1765

Il m’est impossible, mon ami, de vous entretenir de ce tableau; vous savez qu’il n’était plus au Salon, lorsque la sensation générale qu’il fit, m’y appela. C’est votre affaire d’en rendre compte; nous en causerons ensemble; cela sera d’autant mieux que peut-être découvrirons-nous pourquoi après un premier tribut d’éloges payé à l’artiste, après les premières exclamations le public a semblé se refroidir. Toute composition dont le succès ne se soutient pas manque d’un vrai mérite. Mais pour remplir cet article Fragonard, je vais vous faire part d’une vision assez étrange dont je fus tourmenté la nuit qui suivit un jour dont j’avais passé la matinée à voir des tableaux et la soirée à lire quelques Dialogues de Platon.

– Perché no? Immaginate un’enorme sala cinematografica.
Davanti, lo schermo, che arriva fino al soffitto, ma è talmente alto da perdersi nell’oscurità, blocca la visuale di qualunque altra cosa che non sia questo. La sala è piena. Gli spettatori sono, da quando esistono, imprigionati sulla loro poltroncina, con gli occhi fissi sullo schermo e la testa stretta dentro cuffie rigide che coprono le orecchie. Dietro a queste decine di migliaia di persone inchiodate alla poltrona, c’è ad altezza d’uomo, una grande passerella di legno, parallela allo schermo in tutta la sua lunghezza. Ancora dietro, enormi proiettori inondano lo schermo di una luce bianca quasi insopportabile.
– Strano posto! – dice Glaucone.
– Non più della nostra Terra… Sulla passerella circolano automi di ogni sorta, bambole, sagome di cartone, marionette, sorretti e animati da invisibili manovratori o guidati da telecomandi. Passano e ripassano animali, barellieri, equilibristi, automobili, cicogne, gente qualunque, militari in armi, bande di ragazzi di periferia, tortore, animatori culturali, donne nude… Alcuni gridano, altri parlano, alcuni suonano il corno o la fisarmonica, altri si affrettano in silenzio. Sullo schermo si vedono le ombre che di questo carnevale incerto ritagliano i proiettori. E dentro le cuffie il pubblico immobile sente rumori e parole.

IAT | L'uomo dalla Caverna al non ancora esistente

1867-2017 | 150 anni dalla pubblicazione del primo libro del Capitale di Karl Marx

Finisca il tempo dei mezzi termini "politically correct"

 

 
«Mi piace molto il pubblico autentico isolamento in cui ci troviamo ora noi due, tu ed io. Corrisponde del tutto alla nostra posizione e ai nostri principi. Il sistema delle reciproche concessioni, dei mezzi termini tollerati per correttezza, e il dovere di assumersi davanti al pubblico la propria parte di ridicolaggine insieme con tutti questi somari del partito, son cose finite»
 
Da Franz Mehring, Vita di Marx, L'esilio a Londra, Vita d'esule

Echi dalla caverna

Platone

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