Laboratorio Marxista | ANSWER is not the answer (terza parte)
Laboratorio Marxista, ANSWER is not the answer. Riflessioni su pacifismo, antimperialismo e guerra alla vigilia dell’aggressione all’Iraq, 60 pag., Autoproduzioni, 2003-2014, Prima edizione: gennaio 2003, ristampato nel luglio 2014 per la raccolta Quattordici anni, EBOOK A5, COPERTINA

Rassegnarsi al fatto che la guerra ci sarà e che il suo esito militare, almeno nel breve-medio termine, sarà favorevole agli USA e ai suoi alleati non significa rassegnarsi ad osservare passivamente l’evoluzione della guerra.
Anzi. La capacità di individuare forme incisive e non testimoniali di opposizione e di mobilitazione sta proprio nella capacità di non farsi eccessive illusioni sull’esito dello scontro e sull’impatto delle grandi manifestazioni rituali.
Riteniamo improbabile che l’avanzata delle truppe USA possa essere ostacolata in maniera significativa dall’esercito irakeno e non crediamo che possa farlo, almeno nell’immediato, neppure la resistenza popolare.
Auspichiamo un nuovo Vietnam, ma l’Iraq non è il Vietnam e l’oggi non sono gli anni ‘60-‘70.
In un paese come l’Iraq, la resistenza non può avvenire che all’interno delle città, attraverso la guerriglia urbana. Questo, però, lo sanno anche gli imperialisti [1] i quali hanno anche la necessità di trovare interlocutori interni cui affidare, nella “seconda fase”, la direzione politica del paese.
Già nel 1991, nell’ambito dell’attacco imperialista all’Iraq, alcune città e regioni (sia nel sud del paese, a prevalenza religiosa sciita, sia nel nord, a prevalenza etnica curda – ma a direzione politica PUK e PDK, non PKK -) si svilupparono vere e proprie rivolte che in alcuni casi furono represse da Saddam Hussein d’intesa con gli americani e non contro di loro (come dimostra proprio il risultato di queste “insurrezioni”, e cioè la permanenza al potere della classe politica baathista).
In quella fase agli USA non interessava detronizzare Saddam Hussein (con il rischio di ritrovarsi ad alimentare “dissidenze interne” formalmente amiche, ma concretamente incontrollabili); interessava piuttosto depotenziare il più possibile l’apparato militare irakeno, sviluppatosi fortemente – grazie alle forniture americane, inglesi, italiane, tedesche, francesi… – durante la decennale “guerra del golfo” condotta contro l’Iran per conto di Washinton e Tel Aviv.
Le “no fly zones” furono create soprattutto per impedire all’Iraq di poter disporre dei pozzi petroliferi presenti in quelle aree.
Oggi sembra che l’intenzione degli USA sia quella di occupare militarmente e stabilmente il paese per una fase non breve (alcuni giornali hanno parlato di 18 mesi di “protettorato”) e questo perché, al momento, non si intravede alcuna affidabile leadership interna capace di dirigere il paese per conto degli USA.
In precedenza abbiamo ripetuto più volte che la guerra non può essere fermata: da questa assunzione discende che è un errore agitare la parola d’ordine del “fermare la guerra” e che è un errore promuovere o sostenere coalizioni che si pongono come obbiettivo “strategico” quello di “fermare la guerra”.
Se produciamo facili illusioni prepariamo solo nuove e più profonde disillusioni. Anche per questa ragione riteniamo che l’opzione del pacifismo e della “nonviolenza a tutti i costi” sia velleitaria e pericolosa.
Velleitaria, in quanto impossibile da realizzare negli obbiettivi (fermare la guerra, costruire la pace con la nonviolenza…); pericolosa, in quanto tale velleitarismo in genere si traduce rapidamente in senso di impotenza e, spesso, in passività.
Il fatto che, per cause di forza maggiore (o per meglio dire di mancanza di “maggiore forza”) finiamo tutti – pacifisti e non – per essere molto “pacifici” verso il potere e il suo evidente disprezzo per la vita di milioni di essere umani non significa, in ogni caso, che quelle del pacifismo e della nonviolenza siano opzioni strategiche efficaci.
Quella del “porgere l’altra guancia” è una politica che piace agli oppressori, un po’ meno agli oppressi. Cercare di fermare loro la mano quando inizia la ribellione è una forma di boicottaggio e di tradimento del loro legittimo diritto alla liberazione.
Crediamo che gli antimperialisti debbano avere ben chiaro che è strutturalmente impossibile costruire una opposizione efficace se non si affronta alla radice il problema della situazione politica ed economica internazionale con l’obbiettivo principale – in questa fase – dell’accumulo di forze rivoluzionarie preparate a pensare e ad agire in conseguenza della ormai accertata indisponibilità del potere ad accettare qualunque volontà popolare che, per un verso o per un altro, ne ostacoli i piani.
Questo è, a nostro avviso, il punto centrale. Accumulo di forze rivoluzionarie come obbiettivo concreto, praticabile e prioritario per l’intervento degli antimperialisti nel movimento contro la guerra.
Tornando ad ANSWER, che si tratti di una coalizione pacifista e non antimperialista risulta evidente dalla semplice lettura dei volantini [2] e dalla stessa simbologia usata (da Martin Luther King, “testimonial” di alcune campagne – tra cui quella del 18 gennaio – fino al simbolo pacifista usato per il manifesto “War is not the A.N.S.W.E.R.” (“la guerra non è la risposta”).
Il gioco di parole (ANSWER = coalizione contro la guerra e answer = risposta, in inglese) può essere anche simpatico e suggestivo, ma nasconde un errore politico fondamentale.
In realtà la guerra è la soluzione, è anzi l’unica soluzione transitoria possibile – ammesso che una soluzione effettivamente esista [3] – alle crisi strutturali del modo di produzione capitalistico.
È la soluzione reazionaria, la soluzione capitalistica, la soluzione che garantisce la continuità del potere.
Se ANSWER non fosse una coalizione pacifista converrebbe che esiste una sola altra risposta alla crisi dell’imperialismo e cioè la risposta rivoluzionaria, la guerra di classe (e allora continuando con un altro “gioco di parole” diremmo class war is the answer cioè la guerra di classe è la risposta rimettendo a positivo la questione delle “risposte”).
Per noi, dunque, non esistono solo guerre ingiuste. Esistono anche guerre giuste (o meglio, necessarie): le guerre di liberazione nazionale dei popoli, le guerre rivoluzionarie.
Questo è un elemento che un antimperialista non può non avere e che invece un pacifista non può che non avere.
Non si tratta di riconoscere semplicemente il diritto alla difesa da una aggressione. Si tratta bensì di riconoscere il diritto alla liberazione (dall’oppressione coloniale, dall’oppressione militare, dall’oppressione di classe).
Chi è convinto che a Firenze, alla manifestazione organizzata per il Forum Sociale Europeo (FSE) il 9 novembre 2001, abbiano sfilato 1 milione di “antimperialisti” non può che considerare “antimperialista” anche la coalizione ANSWER. Noi pensiamo che sia lecito dubitare sia che a Firenze abbiano manifestato un milione di antimperialisti, sia che ANSWER sia una coalizione antimperialista.
Questo non per criticare ANSWER o il FSE, ma semplicemente per rimettere a posto le questioni e stabilire come i vari livelli di unità di lotta possono essere realizzati (nell’area comunista, nell’area antimperialista, nell’area del movimento…).
Se qualcuno non si definisce antimperialista è probabilmente perché non lo è, non perché non ha ancora capito di esserlo. Di certo ci sono sedicenti “antimperialisti” che ancora non hanno capito di non esserlo, ma questo è un altro discorso.
In generale crediamo che sia un errore assegnare ad una persona o ad un insieme di persone definizioni a cui essi stessi non sono interessati ad essere associati (e alle quali magari preferiscono non essere per niente associati).
Crediamo che sia un errore “patentare” di antimperialismo Saddam Hussein o chiunque altro si trovi ad essere colpito da alcuni settori dell’imperialismo senza preoccuparsi della sua soggettiva attitudine.
Il punto, comunque, non è questo [4].
Malgrado il nostro giudizio sulla figura di Saddam Hussein riteniamo che si debba combattere con forza la tendenza all’equidistanza soprattutto perché, in definitiva, sono i popoli a pagare il prezzo delle aggressioni militari e non si può essere equidistanti tra un settore di borghesia imperialista (che tra l’altroaggredisce) e un settore di proletariato (che tra l’altro viene aggredito).
A nostro avviso gli antimperialisti dovrebbero essere meno interessati alla sorte dei vari Saddam Hussein o Slobodan Milosevic ed essere più interessati alla sorte del popolo irakeno o jugoslavo. E che le due sorti – in termini storico-politici – debbano necessariamente coincidere è tutto da dimostrare.
Chi dice, ad esempio, che di fronte ad un attacco imperialista il compito delle forze rivoluzionarie sia quello di indicare la strada della difesa nazionale? Un conto è partecipare ad un movimento di liberazione nazionale, armarsi e organizzarsi nell’ottica della trasformazione della lotta di liberazione in lotta rivoluzionaria; ben altra cosa è l’appoggio gratuito alle borghesie nazionali “contro l’invasore” e per la “difesa della patria”.
In altro contesto storico si sarebbe detto – efficacemente – “trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria” [5].
Naturalmente questa parola d’ordine sarebbe possibile se in Iraq e nei paesi imperialisti il proletariato fosse nelle condizioni politiche e pratiche di esprimere effettivamente un suo potenziale rivoluzionario, cosa della quale non siamo a conoscenza. Per questo una parola d’ordine più cauta può essere “contro la guerra imperialista dalla parte dei popoli”.
Dobbiamo sempre, infatti, fare i conti con la realtà, “fare l’analisi concreta della situazione concreta”: se non ci sono neppure le condizioni minime per poter lanciare la guerra di classe, la guerra di classe non può essere lanciata (è tautologico).
Ma a quel punto, che i proletari debbano farsi macellare stoicamente dagli imperialisti per difendere un’astratta sovranità nazionale, uno Stato non loro, magari sotto il tallone di un qualche rais locale, è cosa che ci pare davvero improponibile (e che possono proporre solo quei “terzomondisti” incalliti che scambiando la solidarietà internazionale – cioè l’appoggio alle lotte negli altri paesi – con l’internazionalismo – cioè il legame tra lotta interna e lotte “esterne” – si fanno propaganda e si appuntano medaglie con le lotte, la morte e la prigionia dei rivoluzionari degli altri paesi).
A questi “internazionalisti”, dediti più al turismo “rivoluzionario” che non alla lotta di classe (e che per questa ragione possono permettersi di cambiare posizione politica a seconda di come tira il vento), vorremmo ricordare che nella lotta antimperialista il primo imperialismo che dobbiamo combattere è sempre quello del proprio paese e che diamo respiro e aiuto concreto alle lotte nei paesi dominati solo se incriniamo il sistema di potere imperialista nei paesi dominanti.
Il modo di produzione capitalistico tende costantemente ad esportare i propri modelli culturali, economici e politici. È quella che alcuni definiscono “globalizzazione” (a cui, eventualmente, bisognerebbe aggiungere capitalistica). Questa “globalizzazione” (Marx avrebbe parlato di sottomissione al modo di produzione capitalistico di ogni altro modo di produzione) è un fenomeno in atto da oltre un secolo che tende inevitabilmente a trascendere dal livello del modo di produzione a quello della formazione economico-sociale [6].
L’egemonia politica ed economica di alcuni paesi dominanti si traduce nella tendenza di questi paesi ad esportare – e dei paesi dominati ad importare – modelli sociali, culturali, politici ed economici che tuttavia non producono (non possono produrre) risultati analoghi nei paesi dominanti e in quelli dominati e che per questa ragione determinano delle forme di resistenza culturale e politica talvolta molto radicali.
Ma cercare di arrestare questa esportazione/importazione con l’applicazione della “sharìa” o con le manifestazioni “no global” o con gli assalti ai Mc Donald’s… è solo un’illusione.
Così come è una illusione tentare di mantenere forme semi-artigianali di produzione, distribuzione e credito [7] che non hanno alcuna possibilità di competere con le forme moderne di produzione, distribuzione e credito, per quanto devastanti queste possano essere sul piano sociale e ambientale.
Non si tratta di un problema etico: si tratta di un brutale problema di rapporti di forza.
Ed è quindi sul tema dei rapporti di forza (e soprattutto di come si costruiscono rapporti di forza favorevoli alle masse popolari) che deve concentrarsi la nostra attenzione.
Quando parliamo di rapporti di forza ci riferiamo ad una sfera soprattutto politica. Il problema della disparità di mezzi di lotta è effettivamente un grande problema, ma una classe unita e determinata politicamente (una classe forte) può trovare i mezzi per portare avanti la propria lotta in qualsiasi circostanza storica e sociale.
La classe è invece debole (i rapporti di forze le sono sfavorevoli) se si lascia facilmente convincere, corrompere, dirigere dal potere, se non supera la sua subordinazione culturale e ideologica, se non è effettivamente autonoma dall’ideologia dominante (cioè dall’ideologia della classe dominante).
Torniamo alla questione imperialismo/antimperialismo.
L’equivoco che antimperialista possa essere considerato chiunque venga colpito da un settore dell’imperialismo (o chiunque si opponga alle guerre imperialiste) poggia, da un lato, sulla mancanza di una nozione scientifica di imperialismo [8] e, dall’altra, sulla inevitabile ambiguità di una definizione che viene data “a negativo” piuttosto che “a positivo”.
Essere solo “anti” qualcosa è sempre un rischio e spesso un escamotage per glissare sulla questione centrale di che cosa si vuole, per cosa si lotta, in quale proposta politica si inserisce l’essere “anti”.
In mancanza di una definizione chiara del qualcosa verso cui si è “anti” si rischia di dare spazio ad ogni più rocambolesca acrobazia politica.
Seguendo un certo metodo logico [9] Ciano, che aveva congiurato contro il fascista Mussolini, diventerebbe un anti-fascista. Oppure, il modo di produzione feudale, negato dialetticamente da quello capitalistico, diventerebbe anti-capitalista.
Crediamo, intanto, che si possa convenire sul fatto che si può essere non-imperialisti senza essere necessariamente anti-imperialisti.
Non possiamo, infatti, avere dell’antimperialismo (o dell’anti-fascismo o dell’anti-capitalismo) una concezione puramente “anti” (cioè, in definitiva, anti-dialettica). Questa nozione di antimperialismo non sarebbe neppure molto interessante.
Dobbiamo invece inquadrare la negazione nell’ambito di una affermazione di fondo, cioè dobbiamo negare dialetticamente l’imperialismo per affermare una concezione più avanzata.
Anti-imperialista è, dunque, colui che lotta che affermare valori dialetticamente opposti a quelli dell’imperialismo.
E, di nuovo, si pone la questione di cosa sia “imperialismo”.
La nozione di imperialismo è una nozione dell’economica politica descritta, a nostro avviso molto efficacemente, da Lenin [10]. A dire il vero c’è qualcuno che sostiene che la categoria di imperialismo derivi dal liberale Hobson (citato da Lenin nella sua opera): non è vero. Da Hobson Lenin trasse la parola imperialismo associandovi però un concetto assai diverso.
Per chi si riconosce in questa definizione le cose possono essere chiarissime e si confondono solo per effetto del senso di isolamento e di frustrazione che ci fa (desiderare di) trovare amici dove amici non abbiamo.
Se non siamo d’accordo (come ad esempio non è d’accordo Antonio Negri) che quella formulazione sia ancora capace di descrivere i caratteri fondamentali della nostra epoca dobbiamo dare una nuova formulazione (come ha fatto, appunto, Negri [11]).
In senso leninista, l’imperialismo non è la tendenza di un paese ad occupare militarmente altri paesi [12] (secondo una concezione invece di derivazione in larga parte kautskiana [13]).
Inghilterra, Francia e Olanda avevano colonie sparse in mezzo mondo prima che nascesse l’imperialismo.
I romani o Alessandro Magno invadevano l’Europa o l’Asia centrale e gli spagnoli l’America Latina prima che nascesse persino il capitalismo.
Gli schiavi di Roma o i popoli delle colonie si ribellavano assai prima che esistesse l’imperialismo. Anche se si opponevano con ogni mezzo alla dominazione politica, culturale, economica… dei loro oppressori, come potevano essere antimperialisti?
Figuriamoci se per descrivere compiutamente una intera epoca (peraltro fatta di stadi e processi storici spesso contraddittori) possono bastare alcune definizioni sintetiche date nel 1916 e che, come evidenziato da Lenin stesso, riguardavano principalmente gli aspetti economici dell’imperialismo.
È però il quadro d’insieme dell’impostazione leniniana che “tiene” e, non lo ripeteremo mai a sufficienza, a nostro avviso tiene oggi più di allora perché molte cose che nel 1916 rappresentavano solo una linea di tendenza, nel corso dei decenni sono andate sviluppandosi in modo decisivo (lo sviluppo delle oligarchie finanziarie, il monopolismo, la spartizione del globo in sfere di influenza…).
Questo, però, non ha niente a vedere con quanto sostengono coloro secondo cui oggi l’antimperialismo, come proposta politica, avrebbe più “cittadinanza” di quanto non ne avesse qualche anno fa.
Se si torna indietro negli anni si vede che di imperialismo e di antimperialismo si è parlato assai più di quanto non si parli oggi.
Semmai oggi la questione dell’imperialismo è stata rispolverata (ma per essere sepolta) da Toni Negri e Michel Hardt con il loro fantomatico Impero o da Rifondazione Comunista che nel suo ultimo congresso ha avviato la cancellazione della categoria di imperialismo [14] per abbracciare spregiudicatamente la “teoria della globalizzazione”.
Può sembrare paradossale che dietro ad una difesa formale delle tesi leniniste (vigenza della nozione di imperialismo, necessità della lotta antimperialista) si evidenzi spesso una subalternità oggettiva a tesi che con Lenin non hanno proprio nulla a che fare. Ma le vie dell’opportunismo sono infinite…
Prova ne sia la diffusa incapacità a percepire l’imperialismo nella sua multipolarità, a considerare imperialista solo la politica estera USA, a vedere l’azione imperialista solo dal punto di vista militare, a sottovalutare la priorità della lotta alla frazione nazionale della borghesia imperialista, a non considerare decisiva la questione della costruzione del polo imperialista europeo nell’analisi della fase…
A proposito dell’imperialismo come scontro di imperialismi.
Nessuno può negare che oggi, dopo la fine dell’URSS e la fine del quadro bipolare emerso dalla seconda guerra mondiale, gli USA si trovino ad essere l’unica vera superpotenza militare rimasta in campo.
Gli USA, però, non sono l’unica potenza economica in campo.
Il Giappone da un lato, malgrado la gravissima crisi degli ultimi anni, e l’Europa dall’altro (ma, in prospettiva anche altri paesi, come la Cina) contendono agli USA l’egemonia economico-finanziaria.
Inoltre, a tutt’oggi, gli USA sono il paese con il più alto debito estero al mondo, un debito tanto grande quanto difficilmente esigibile da parte dei creditori (principalmente il Giappone) e solo parzialmente ripianabile mediante la stampa di dollari (unica moneta fino a ieri capace di esercitare, come si dice, una forma di “signoraggio”).
La nascita dell’euro costituisce un elemento di competizione molto forte per gli USA perché rappresenta la base per la creazione di una “area dell’euro” capace di proporsi come alternativa reale al dollaro.
L’introduzione dell’euro non riguarda solo l’Europa ma anche paesi che hanno con alcuni stati europei particolari rapporti economico-finanziari – come ad esempio “l’area del Franco” (francese) composta da 13 paesi quasi tutti africani -; inoltre, molti paesi (tra cui, ad esempio, Iran e Iraq) già vendono petrolio in cambio di euro, considerandola valuta pregiata per le riserve (cosa che fino a 2 anni fa era riservata esclusivamente al dollaro).
L’intersezione degli interessi europei in alcune aree del pianeta provoca risposte immediate e drastiche da parte degli USA: in America Latina, ad esempio, attraverso il Trattato sull’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) e con le parità con il dollaro di alcune monete [15].
A nostro avviso la crescente competitività economica e finanziaria dei poli imperialisti non USA è una delle ragioni decisive che spinge questi ultimi a fare sempre più frequente e largo uso della propria forza militare nei diversi scenari internazionali.
Gli USA tentano di giustificare questo iper-attivismo militare con teorizzazioni del tutto arbitrarie circa l’uso preventivo della forza (first-strike) “per garantire il mantenimento della pace e della sicurezza” dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 [16].
Senonché la teoria dell’attacco preventivo non è proprio recentissima visto che esistono da anni studi sul tema degli attacchi preventivi (preemptive) [17].
Evidentemente gli USA lavorano già da tempo alla creazione di strumenti “politici” e militari per giustificare e realizzare il proprio piano di rafforzamento e di penetrazione nelle aree strategiche del pianeta.
E, come si sa, chi ha la forza militare ha anche la forza del “diritto” e, dunque, della “ragione”…
Che si tratti di una escalation è, per noi, evidente.
Che sia all’orizzonte un confronto militare diretto tra le grandi potenze (la “terza guerra mondiale”) invece non lo crediamo, almeno per il breve-medio termine. Crediamo che sia in atto uno scontro “indiretto” giocato sui “teatri regionali”, ma crediamo anche che gli USA non resteranno a lungo i soli giocatori della partita.
I recenti accordi franco-tedeschi in materia militare (come ad esempio la creazione di una forza congiunta di intervento rapido) lasciano intendere chiaramente che i paesi-pilastro del nascente polo imperialista europeo sono tutt’altro che disposti a continuare a farsi espellere in tutto il mondo “manu militari” dagli USA.
L’iniziativa di guerra USA sta già avendo però un primo, importante, risultato: spaccare l’Unione Europea su una risoluzione contraria all’attacco (passata per un soffio) e in cui si definisce un eventuale attacco preventivo “non conforme al diritto internazionale” [18].
Questo, mentre lo stesso giorno Berlusconi e altri 7 leader europei firmavano un appello di sostegno agli USA e di unità USA-UE.
Se la guerra avrà raggiunto l’obbiettivo di annullare o di interrompere il percorso di costruzione politica del polo imperialista europeo lo vedremo. Diciamo che guardando alla situazione attuale la cosa sembra molto probabile, almeno nel breve termine. Se così sarà avremo una ulteriore dimostrazione del fatto che le “alleanze del tempo di pace” possono non corrispondere alle “alleanze del tempo di guerra”.
La crescita delle contraddizioni inter-imperialistiche cambia il quadro internazionale anche dal punto di vista istituzionale tanto che alcuni organismi storici, varati dopo la seconda guerra mondiale, come la NATO o l’ONU, vengono ormai sistematicamente surclassati dalle decisioni delle singole potenze.
Sono anch’essi sintomi di quella che in altra circostanza [19] abbiamo chiamato crisi “politica” dell’imperialismo, cioè incapacità da parte delle sue istituzioni storiche di svolgere il loro compito in uno scenario internazionale profondamente mutato dopo il crollo dell’URSS e necessità di “rivoluzionarle” per renderle più funzionali alle nuove esigenze.
Questo non rende la situazione necessariamente più favorevole. Il quadro che si presenta di fronte a noi tende a diventare sempre più problematico e questo impone agli antimperialisti di tentare di superare una dimensione troppo spesso gruppuscolare dal punto di vista organizzativo e minoritaria dal punto di vista politico.
Siamo convinti che, aldilà delle forme e dei termini, pure importanti, ed anche aldilà della “primogenitura”, esiste nella sostanza una possibilità di aggregazione molto ampia che va ben oltre i limiti del movimento che si richiama al marxismo e al leninismo.
Stiamo parlando di migliaia di militanti capaci di organizzare decine di migliaia di lavoratori e studenti che potrebbero essere soggettività reale, capace di incidere concretamente nei rapporti di forza in quanto dotata di elementi solidi di analisi e di prospettiva, nonché della determinazione ad avanzare oltre il livello della pura testimonianza esistenziale/ideologica senza rincorrere i pacifisti (europei o americani) o i partiti della borghesia più o meno progressista
È proprio per non doverci “turare il naso” per “senso di solitudine” che riteniamo necessario indicare il percorso di costruzione di un coordinamento delle forze antimperialiste – un fronte antimperialista [20] – che sappia poi individuare – partendo da un punto di vista di totale autonomia politica e organizzativa – le necessarie mediazioni e alleanze, all’interno come a livello internazionale.
Essere “tanti” e “anti” non può servire solo a testimoniare il proprio – più o meno genuino – sdegno e a vincere il proprio senso di impotenza.
Per questo diciamo che il quadro in cui si inserisce l’idea del fronte antimperialista è quella del rilancio di una prospettiva di trasformazione rivoluzionaria, per il comunismo.
[Fine]
Note
[1] cfr. Internazionale.it, 22 gennaio 2003, “Anche il Pentagono è preoccupato che le città diventino terreno di resistenza e in particolare che un conflitto nelle strade di Baghdad possa avere un effetto catastrofico per gli Stati Uniti. Per limitare i rischi di combattimenti porta a porta, un rapporto dello stato maggiore intitolato “Dottrina sulle operazioni congiunte in aree urbane”, suggerisce il bombardamento massiccio a distanza, l’abbattimento degli edifici e il taglio di beni primari come l’acqua o l’elettricità”. Green Left Weekly [rivista radicale australiana, ndr] presenta alcuni stralci di questo documento sottolineando che un eventuale attacco così pianificato causerebbe cinquecentomila vittime tra i soli civili”.
[2] “International ANSWER (Act Now to Stop War & End Racism) is a broad coalition of peace groups, religious organizations, student groups, anti-globalization, and anti-racism groups. ANSWER was formed to oppose war, support global justice and self-determination, stop racist attacks on Arabs, Muslims, South Asians and all people of color, and defend civil rights and civil liberties”. Dalla campagna Pledge for peace.
[3] Non è affatto detto che la guerra contro l’Iraq possa far uscire l’imperialismo (nel suo complesso) dalla crisi. Potrebbe però, almeno questa è la convinzione degli USA, produrre una diversa ripartizione delle sfere di influenza strategica e di controllo dei mercati che favorisca una frazione imperialista a danno di altre frazioni.
[4] Anche se negli anni scorsi sulla natura “antimperialista” di Saddam Hussein o di Milosevic si sono fatte estenuanti discussioni assai poco interessanti.
[5] Pare invece che qualcuno abbia scovato un Lenin – ma senza rigorosamente mai dire dove – che in contrapposizione all’aggressione imperialista sosterrebbe l’appoggio alla propria borghesia nazionale e non invece il sabotaggio e la diserzione ai fini della disarticolazione interna e dell’agitazione rivoluzionaria…
6 Proviamo a fare un esempio concreto. USA e Arabia Saudita sono due paesi profondamente diversi dal punto di vista della formazione economico-sociale (caratterizzata ad esempio dalle forme istituzionali, dalle caratteristiche sovrastrutturali e culturali, dai tipi di ordinamento giuridico…) che però condividono – al fondo – lo stesso modo – capitalistico – di produzione (caratterizzato ad esempio dall’esistenza della proprietà privata, dallo sfruttamento del lavoro salariato, dall’adozione di una economia di mercato…).
7 Come ad esempio il “commercio equo e solidale” o la banca etica.
8 Ad esempio, imperialismo come lotta tra imperialismi o imperialismo come fase superiore del capitalismo…
9 In questo caso “logico” è inteso come “non dialettico”.
10 Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo: “Ma tutte le definizioni troppo concise sono bensì comode, come quelle che compendiano l’essenziale del fenomeno in questione, ma si dimostrano tuttavia insufficienti, quando da esse debbono dedursi i tratti più essenziali del fenomeno da definire. Quindi noi -senza tuttavia dimenticare il valore convenzionale e relativo di tutte le definizioni, che non possono mai abbracciare i molteplici rapporti, in ogni senso, del fenomeno in pieno sviluppo- dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici”.
11 Ci sono anche correnti anti-leniniste che, ad esempio, per poter usare la categoria di imperialismo senza doversi riferire a Lenin, prendono a riferimento Hilferding.
12 Questo vuol dire che gli USA non sono “più imperialisti degli altri” perché tendono a fare frequente ricorso alla propria supremazia militare.
13Die Neue Zeit, anno XXXII, 1913-1914, 11, p. 909 (11 settembre 1914). Si veda pure 1915-1916, 11, p. 107 e sgg. (Nota ripresa da Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo).
14 Il PRC non ha mai usato molto la categoria di imperialismo e meno che meno nell’accezione leninista. Oggi, però, non si limita solo a non usarla: passa ad attaccarla e ad indicarla come fuorviante rispetto ad una corretta interpretazione dei fenomeni odierni.
15 Ad esempio Ecuador e Argentina, anche se in Argentina la parità è stata sospesa per tentare di evitare la bancarotta istantanea del paese.
16The National Security Strategy of the United States of America, The White House, Washington, September 2003.
17Barry R. Schneider, Radical Responses to Radical Regimes: evaluating preemptive counter-proliferation, Washington, DC: National Defense University Institute for National Strategic Studies, McNair Paper 41, May 1995. Citato in First Strike Guidelines: the case of Iraq, Project on Defense Alternatives Briefing Memo #25,Charles Knight, 16 September 2002, (revised and updated 11 October 2002). Questo PDA (Project on Defense Alternatives) è una delle centinaia di strutture legate alla NATO e alla difesa USA. Interessanti alcuni “studi” che pubblica sul proprio sito Internet [http://www.comw.org/pda/index.html]. Ce n’è uno, ad esempio, intitolato Bush Administration Policy Toward Europe: Continuity and Change, sempre di Knight la cui presentazione è “The demise of the Oslo peace process in 2001 and a likely renewal of intense war with Iraq in 2002 or 2003 will play very differently on each side of the Atlantic. In certain circumstances the differences might be so great that European powers would feel compelled to reject American leadership and pursue a separate course” che a grandi linee suona così: “La dismissione del processo di pace di Oslo nel 2001 e ravvivarsi dell’ipotesi di guerra in Iraq nel 2002 o nel 2003 saranno percepiti in modo molto diverso dalle due sponde dell’Atlantico. In alcuni casi le differenze potrebbero essere così marcate da spingere le potenze europee a rigettare la leadership americana e a dare vita ad un politica autonoma”. Un testo scritto nell’agosto 2002, ma assai lungimirante data la posizione assunta recentemente da Francia e Germania sulla guerra all’Iraq!
18 La repubblica on line, 30.01.2003.
19 Laboratorio Marxista, Seminare per raccogliere, agosto 2000.
20 Il fronte antimperialista non è l’equivalente di quello che in Seminare per raccogliere abbiamo chiamato “blocco sociale anticapitalista”. Per blocco sociale anticapitalista intendiamo – appunto – un blocco “sociale”, composto da soggetti sociali (“il blocco sociale anti-capitalista non è l’unità del proletariato (anche se la maggiore unità del proletariato è una sua condizione); il blocco sociale anti-capitalista è l’unità del proletariato con altri settori al suo esterno (di piccola borghesia, di studenti, di intellettuali, di sottoproletariato).”).
Per fronte antimperialista intendiamo, invece, uno strumento unitario di lotta delle soggettività e delle forze organizzate antimperialiste (l’equivalente “in campo antimperialista” di quelle che, nell’ambito della ricostruzione del partito, abbiamo chiamato forze soggettive comuniste); non è, quindi, un blocco “sociale”, ma un blocco “politico”.



