Marco Riformetti | Dalla lotta per il futuro alla lotta per il presente
Tratto da Marco Riformetti @academia.edu, Comunisti, arte e cultura dal primo al secondo dopoguerra del Novecento, Tesi di laurea in “Storia e società” (LM84), maggio 2025.

Per spiegare come mai la Russia post-rivoluzionaria decida di virare verso il realismo socialista dopo la collaborazione con i maggiori artisti dell’arte contemporanea – da Marc Chagall e i padri dell’espressionismo, dell’astrattismo e del suprematismo (Vassili Kandinskij, Kazimir Malevic) ai grandi interpreti del costruttivismo (Aleksandr Rodchenko, “El” Lissisky, Vladimir Tatlin, Varvara Stepanova) e del futurismo (Vladimir Majakovskij, Elena Goncharova) – serve una riflessione di ordine storico e politico che, semplificando, possiamo così riassumere: le avanguardie stanno alla rivoluzione come il realismo socialista sta al socialismo reale. Uso qui il termine socialismo reale in senso oggettivo ovvero per intendere il socialismo realmente esistito, il socialismo che si è determinato storicamente [1], con tutte le sue differenze con il socialismo ideale contenuto nei programmi dei movimenti rivoluzionari elaborati prima dell’Ottobre. Potrei addirittura aggiungere che in realtà non considero davvero socialista neppure ciò che io stesso indico come “socialismo reale”, sebbene in esso sussistano certamente molti elementi di socialismo; sono infatti convinto che la svolta degli anni ’30 costituisca un’interruzione del processo che avrebbe dovuto condurre dal “capitalismo di stato sotto la dittatura del proletariato” (espressione usata da Lenin per enfatizzare il fatto che l’URSS dei primi anni ’20 non è né una formazione economico-sociale di tipo socialista [2], né una di tipo capitalista) all’avvio del processo di costruzione del socialismo in senso proprio. Questa interruzione cristallizza l’URSS in una forma di capitalismo di Stato per alcuni aspetti socialista, per altri pre socialista, per altri ancora non socialista. Il dibattito sulle ragioni storiche di questo esito non è oggetto di riflessione in questo contesto.
Quando il realismo socialista si impone non c’è più la situazione storica e politica di fine anni ‘10 – inizio anni ’20 in cui il processo rivoluzionario sembrava potersi affermare non solo in Russia, ma anche in altri paesi europei come la Germania, l’Ungheria o la stessa Italia. Al contrario, quella che si sta sviluppando è una situazione reazionaria il cui apice coincide con l’ascesa del nazionalsocialismo in Germania nel 1933 (Höbel [2013]). Di fronte a questa ondata reazionaria (che peraltro è essa stessa una risposta all’ondata rivoluzionaria) l’URSS opera una svolta politica e una svolta culturale; la svolta politica si riassume nel passaggio dalla fase della lotta contro il “socialfascismo” a quella della costruzione dei fronti popolari; la svolta culturale può essere schematizzata nella formula del passaggio dalle avanguardie al realismo socialista.
Nel marzo del 1918 Lenin fa il punto sulla situazione politica
«in questa epoca di dure sconfitte e di ritirate, dobbiamo cercare di salvare sia pure una minima parte delle nostre posizioni, ritirandoci dinanzi all’imperialismo, aspettando che mutino le condizioni internazionali in generale, in modo che facciano in tempo a venirci in aiuto quelle forze del proletariato europeo che esistono, che maturano, che non hanno potuto liberarsi così facilmente, come noi, del loro nemico, poiché sarebbe una grandissima illusione e un gravissimo errore dimenticare che per la rivoluzione russa è stato facile cominciare e difficile è compiere i passi ulteriori. Questo è stato inevitabile perché abbiamo dovuto cominciare dal regime politico più arretrato, più marcio. La rivoluzione europea deve cominciare dalla borghesia, deve avere a che fare con un nemico senza confronti più serio, in condizioni infinitamente più difficili. Per la rivoluzione europea sarà infinitamente più difficile incominciare. Vediamo che le è infinitamente più difficile aprire la prima breccia nel regime che la opprime. Le sarà invece assai più facile passare al secondo e al terzo stadio della propria evoluzione. E non può essere altrimenti, dato il rapporto di forze tra le classi rivoluzionarie e quelle reazionarie attualmente esistente in campo internazionale» (Lenin [1918b])
«Non vi è il minimo dubbio che la vittoria definitiva della nostra rivoluzione, se essa dovesse rimanere isolata, se non ci fosse un movimento rivoluzionario negli altri paesi, sarebbe una causa disperata… La nostra salvezza da tutte queste difficoltà, lo ripeto, sta in una rivoluzione europea» (Lenin [1918a])
Si tratta di due passaggi molto significativi che mostrano la lucida consapevolezza di Lenin circa i rischi che corre il nascente sistema sovietico. Il punto è chiaro: la rivoluzione in Russia potrà svilupparsi solo se la rivoluzione divamperà anche nel resto d’Europa e segnatamente in Germania. Come sappiamo, così non è stato. Grazie all’alleanza tra la socialdemocrazia e i freikorps [3] tra la fine degli anni ’10 e i primi anni ’20 viene sconfitta la rivoluzione tedesca e vengono assassinati i due principali dirigenti del movimento rivoluzionario, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht; in Italia il “biennio rosso” non riesce ad imboccare la via rivoluzionaria e viene preso in contropiede dalla reazione fascista; dopo l’ascesa di movimenti e sistemi politici reazionari in Polonia, Jugoslavia, Romania, Ungheria [4]… alla fine degli anni ’20 la Russia è ormai l’unico paese in cui è concretamente in atto un tentativo di costruzione del socialismo. Per sostenere questo tentativo, tra la metà degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 viene messa a punto quella vera e propria ideologia di legittimazione dell’esistente che è stata definita “socialismo in un solo paese” (cfr. Carr [1968]). Quella del “socialismo in un solo paese” è una teoria poco sostenibile da un punto di vista marxista che però ha un’importantissima valenza politica perché prende atto di una situazione concreta rispetto alla quale propone una altrettanto concreta strategia d’azione. La situazione concreta è semplice: in questa fase esiste un solo paese che sta tentando la strada del socialismo. Rispetto a questo non vi sono che due possibilità: o la costruzione del socialismo può essere avviata anche a partire da un singolo paese oppure, se così non è, lo specifico tentativo sovietico e l’intero processo rivoluzionario sono destinati all’insuccesso.
Come abbiamo già accennato, Lenin in realtà ha già ben presente il problema quando elabora il concetto di “capitalismo di Stato sotto la dittatura del proletariato” (Bettelheim [1975]) e se si intende il concetto di “dittatura del proletariato” come “direzione del partito comunista”, ritenendo che il partito esprima in termini politici gli interessi della classe, allora il capitalismo di stato “sovietico” diventa l’anello di congiunzione necessario per il passaggio dall’arretrato “capitalismo monopolistico di stato” [5] russo alla prima fase del socialismo. Il punto storico è che questo passaggio non si completa che in parte; quello che emerge è un sistema che non è ancora socialista e non è più capitalista: un incompiuto sistema di transizione per una incompiuta fase di transizione.
I sostenitori della teoria del socialismo in un solo paese cercano un appiglio teorico nel pensiero stesso di Lenin
«L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente» (Lenin [1966a])
La frase di Lenin viene “tirata per la giacchetta” sia dai sostenitori, sia dagli avversari della teoria del socialismo in un solo paese, ma il punto in realtà è molto semplice: le riflessioni astratte del 1915 hanno ormai ceduto il passo alle constatazioni reali del 1918 che spingono Lenin ad una posizione piuttosto chiara: la Russia, da sola, non può farcela e “farcela” significa evidentemente non la mera sopravvivenza istituzionale dello Stato sovietico, ma la capacità di sviluppare il processo storico del socialismo. Ora, se è vero che la sopravvivenza costituisce la condizione necessaria dello sviluppo essa non ne costituisce però la condizione sufficiente. La storia del Novecento ci presenterà quella sorta di paradosso per cui l’URSS povera e accerchiata degli anni ’30 riuscirà in effetti a sopravvivere seppur pagando l’altissimo prezzo della rinuncia ad un sistema politicoautenticamente democratico – e, per quanto ci riguarda in questa ricerca, della chiusura delle straordinarie sperimentazioni culturali degli anni ’20 – laddove l’URSS imperiale e decadente degli anni ’80 finirà per consegnarsi senza colpo ferire “nelle mani del nemico”.
Il passaggio dalla fase della sperimentazione a quella della sopravvivenza – dalla lotta per conquistare il futuro alla lotta per difendere il presente – ha come corrispettivo nel campo culturale il passaggio dalla fase delle avanguardie alla fase del realismo socialista, il passaggio da “quadrato nero” (Malevic [1915]) e “bianco su bianco” (Malevic [1918]) alle iconografie real-socialiste.
Come vedremo meglio nel seguito, il problema non è tanto quello del rapporto tra arte e politica dal momento che gli artisti appartenenti ai movimenti artistici d’avanguardia sono quasi sempre molto schierati politicamente [6] (sebbene alcuni usino la loro arte per esprimere contenuti politici espliciti [7] mentre altri non lo fanno). Il punto è piuttosto che per mobilitare nell’immediato il mugiko o l’operaio industriale o il minatore o il soldato servono messaggi immediatamente intelligibili capaci di stimolare la rapida crescita politica delle masse e la loro ancor più rapida mobilitazione nella difesa della patria in pericolo. E per realizzare questo proposito non si rinuncerà neppure a ricorrere ad armamentari propagandistici di tipo semi-nazionalistico. Ma quando anche la mobilitazione totale dei propri è insufficiente si deve riuscire a mobilitare i propri assieme agli altri per fermare l’avanzata della reazione.
Note
[1] Da un certo punto di vista nel senso in cui il filosofo Costanzo Preve parla di “comunismo storico novecentesco” (cfr. Preve [1997]) anche se io considero sbagliato e fuorviante l’uso che Preve fa del termine comunismo.
[2] «Lo fa per opporre il “socialismo di Stato” al “capitalismo di Stato” nel significato precedentemente corrente, in quello cioè di un capitalismo di Stato sotto la dittatura della borghesia. Come sappiamo, per designare ciò che qui chiama “socialismo di Stato” Lenin impiega in generale l’espressione “capitalismo di Stato sotto la dittatura del proletariato”» (Bettelheim [1975]).
[3] I freikorps sono gruppi paramilitari formati da ex-combattenti della Prima guerra mondiale organizzati per reprimere le rivolte socialiste, successivamente protagonisti della formazione delle Sturmabteilung (SA) naziste.
[4] In Polonia, nel 1926, un colpo di stato porta al potere il maresciallo Józef Pi?sudski; in Jugoslavia, nel 1921, viene messo fuorilegge il forte Partito Comunista; in Romania, negli anni ’30, si affermano le organizzazioni fasciste Lega per la difesa cristiano-nazionale e Guardia di Ferro; dopo la Prima guerra mondiale l’Ungheria viene guidata da un governo reazionario al comando del reggente Miklós Horthy e negli anni ’30 si avvicina alla Germania nazista (cfr. Bottoni [2011])
[5] Lenin usa questo concetto già nel suo scritto sull’imperialismo (Lenin [1966c]) per indicare un capitalismo che si muove in uno scenario globale con l’appoggio politico e militare del proprio paese di riferimento.
[6] Spesso molto di più di artisti realisti.
[7] Si pensi a Majakovskij, Rodchenko, Lissitzky o Tatlin (cfr. Opere).



