Gianfranco Pala | Il salario sociale reale
Tratto da Gianfranco Pala, Il salario sociale. La definizione di classe del valore della forza-lavoro, Laboratorio Politico, Napoli, 1995

Da tutto ciò che precede è dunque facile trarre ora le conclusioni. Il salario si concepisce come grandezza sociale innanzitutto perché riguarda il proletariato intero come classe (compresi i disoccupati, inoccupati e sottoccupati) nell’arco di tutta la vita. Ciò spiega il motivo per cui l’ideologia borghese tenda a rappresentarlo nella sua parvenza remunerativa individuale. Si viene così a spezzare nella coscienza proletaria il più profondo carattere di reale “solidarietà” di classe che nel rapporto salariale è inscritto. Da ciò discende la necessità di comprendere come il salario non si esaurisca nell’acquisto diretto delle merci di sussistenza, ma sia invece composto anche dall’insieme di prestazioni collettive che derivano dalla ricchezza sociale generale.
Questo punto di vista supera la prevalente concezione individualistica e immediata del salario, inteso solo come quota monetizzata della busta-paga. Del salario, invece, faranno parte anche: i) le quote differite (non solo nell’anno, tredicesima e ferie, ma soprattutto al termine dell’attività lavorativa, liquidazione e pensione), da porre a confronto con versamenti e trattenute gravanti sul cosiddetto “costo del lavoro”, a carico in ultima analisi dei lavoratori medesimi; ii) la quota erogata in servizi, gratuiti, con tariffe pubbliche o a prezzi politici (istruzione, sanità, assistenza, trasporti, energia, comunicazioni, ecc.), finanziata in tutto o in parte dallo stato attraverso la fiscalità generale, e dunque da commisurare con gli oneri che tale fiscalità fa ricadere sui redditi da lavoro; iii) la quota che, più in generale, deriva indirettamente da normative regolatrici dei prezzi di merci che costituiscono i principali mezzi di sussistenza (dal pane alla casa, e così via); iv) la quota, infine, apparentemente invisibile, rappresentata dal valore della forza-lavoro equivalente all’impiego di tempo di lavoro non retribuito, che ciascun lavoratore e coloro che vivono con lui, e col suo reddito, sono costretti a erogare per poter effettivamente utilizzare i mezzi di sussistenza (lavoro domestico, attività burocratiche, tempo perso per sbrigare pratiche amministrative, ecc.).
Le componenti del salario sociale reale, quindi, possono assumere la forma di merci, ma pure quella di valori d’uso immediati, che sono almeno in parte a disposizione anche del proletariato, a seguito dell’intervento dello stato. Le prestazioni di carattere generale o specifico vengono fornite a contropartita di prelievi fiscali e parafiscali, di tasse di scopo, tariffe o prezzi politici: dalle fruizione di erogazioni previdenziali e assistenziali, di presidî sanitari, di strutture scolastiche, all’agibilità degli spazî, del territorio, dei trasporti e delle comunicazioni, e quant’altro. La congruità quantitativa e qualitativa di tali contropartite occorre verificare attentamente. Come Marx ebbe modo di precisare, in codesti costi necessari per l’esistenza e la riproduzione rientrano quindi i prezzi (o le tariffe, le imposte, le tasse, ecc.) pagati per ottenere tutte le merci (oggetti e servizi) avute in cambio del salario nominale: non solo, quindi, quelle che servono al lavoratore individuale che percepisce la busta-paga, ma a tutte le persone, vecchie e giovani, abili o inabili al lavoro, che dipendono per la loro esistenza da quella “minima” fonte di reddito.
Il salario, al suo livello minimo sociale, è perciò storicamente determinato. Esso è il prezzo dei mezzi di sussistenza necessari, per l’esistenza e la riproduzione dell’intera classe proletaria. Si capisce perciò quale assurdità piccolo-borghese sia la rivendicazione di un “salario minimo” garantito. Per tale ragione Marx l’avversava decisamente. Anche codesta trovata, ieri come oggi, è facile rintracciarla nelle varie apparizioni del proudhonismo vecchio e nuovo imperversante. Magari ora si avanza tale richiesta nella forma diretta di “reddito”, e oggi c’è perfino chi parla di “reddito di cittadinanza”. La caratteristica di tale “reddito” è di essere svincolato dall’attività lavorativa e, soprattutto, dalla forma di merce della forza-lavoro: con la bella conseguenza di trasformare così un elemento antitetico e conflittuale di classe – l’unico nella sua immediatezza – in un affidamento alla filantropia del capitale e all’assistenzialismo statale: proletariato addio!
Con agevole riferimento a tale circostanza si chiarisce compiutamente anche il significato ultimo di stato sociale (ovvero stato assistenziale o del benessere, welfare state). Le provvidenze messe in atto attraverso il suo apparato altro non sono che una risposta, parziale e ridotta, che il capitale dà, appunto per il tramite del suo stato, al riconoscimento pieno del salario sociale della classe lavoratrice. In effetti, basti riflettere appena un po’ sulle condizioni politiche e sociali in cui tali provvidenze vengono attuate. Si tratta in genere di decisioni prese in una fase ascendente del ciclo di accumulazione del capitale (o di fuoriuscita dalla crisi o di sostegno per la creazione di plusvalore alla vigilia della saturazione del mercato). In siffatte condizioni l’area di spesa garantita dallo “stato sociale” risponde a due esigenze, uguali e contrapposte: da un lato, si fa sì che la domanda aggiuntiva di “godimenti” proletari (ovverosia, di consumi necessari alla riproduzione della forza-lavoro) sia coperta con regolarità e certezza dall’intervento pubblico, per il tramite di appalti e commesse, in nome dei “cittadini” contribuenti; dall’altro, si garantisce che, nell’estendere la ripartizione della ricchezza generale a favore del proletariato, non si vada al di là del minimo necessario di tale intermediazione statale.
Perciò quanto appare al senso comune come “stato sociale” è per l’appunto la limitazione che il capitale, dal suo peculiare punto di vista, impone alla rivendicazione di quel “salario sociale” che rispecchia, invece, il punto di vista della classe lavoratrice. É altresì ovvio che la “conquista” dello stato sociale assuma la parvenza di una vittoria del proletariato, proprio perché esso è il punto di mediazione del conflitto economico e sociale cui accede lo stato stesso, in nome del capitale, allorché la lotta di classe si faccia più aspra e le condizioni economiche permettano simili parziali concessioni in cambio di armonia sociale e stabilità politica. Si tratta quindi di una risposta politica consensuale, dunque ideologica, all’antagonismo di classe, per indurre l’armonia di contro alla conflittualità.
D’altra parte, quando lo stato – in tempi di crisi – non è più in grado di proporre questa sua metafora sociale, l’attacco al salario passa attraverso il taglio della spesa pubblica a fini sociali e si affida al ricorso alla “sussidiarietà” basata sul volontariato. Nella composizione del salario sociale reale emergono prepotenti le voci del “fai-da-te”. In nome di ciò che vien detto tempo di cura, i borghesi capitalisti, come prima gli schiavisti e i feudatari, riversano sulle spalle dei lavoratori da loro dipendenti spiacevoli carichi di lavoro che, a stretto rigore, non competerebbero a questi ultimi (o, quanto meno, la cui esecuzione non dovrebbe essere gratuita). Si tratta di quelle attività che ciascun lavoratore e coloro che vivono con lui, e col suo reddito, sono costretti a svolgere per poter effettivamente utilizzare i mezzi di sussistenza. La pastasciutta non si compra già cotta e condita, i vestiti vanno lavati e riparati, la casa pulita, le bollette pagate, i bambini seguiti, i vecchi accuditi, e via impiegando amenamente in tali faccende il tempo di non lavoro!
Per un lavoratore è perduto il tempo di cui ha bisogno per acquistare i suoi mezzi di sussistenza, scriveva Marx. Quel tempo erogato per lavoro domestico e attività burocratiche, o impiegato per sbrigare pratiche amministrative, scientificamente parlando è tempo di lavoro necessario per procurarsi i mezzi di sussistenza in forma praticamente utilizzabile. É trasformazione ulteriore di merci acquistate o aggiunta di oggetti e prestazioni senza di cui la forza-lavoro non potrebbe riprodursi nelle forme storicamente date. Dunque quel tempo di lavoro costituisce un’ulteriore quota, apparentemente invisibile, da rappresentare nel valore della forza-lavoro, equivalente all’impiego di tempo di lavoro non retribuito. Nelle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico, essendo la forza-lavoro ridotta a merce, necessariamente tutto quel tempo di lavoro dovrebbe far parte di ciò che costituisce il valore della forza-lavoro medesima. Ovverosia, esso andrebbe sommato agli altri valori al fine di completare la definizione di salario sociale reale.
Tuttavia così non è. Avviene che, anche per questa via, i padroni riescano a pagare la forza-lavoro molto meno di quanto essa valga e di quanto costerebbe loro se dovessero provvedere tutte le merci di sussistenza nella loro forma di utilizzazione finale; il che vale a dire attraverso mense, lavanderie, asili, ospizi, ecc. In questo mare di equivoci, allora, ci sguazza il papa che esalta il ruolo “insostituibile” (e c’è ben da crederlo!) della famiglia. Ci inzuppano il pane le anime belle della sinistra, che riscoprono improvvisamente il fascino e l’“umanità” dei “lavori di cura”. Ci sono cascate, sprofondandoci, le casalinghe (perfino sotto un’antica egida più o meno femministica): tanto da consegnare allo stesso papa il testimone rivendicativo di un “salario” per la loro attività. Così facendo si rabbassa una questione sociale di classe della massima rilevanza – che si rovescia anche in integrazione consensuale e ideologica – a una impropria monetizzazione indiretta. Il “salario alle casalinghe” diviene un simulacro di copertura per la riproduzione del rapporto di capitale, poco più di un’elemosina. Giacché la sua forma di reddito da garantire, come contropartita di un “servizio” prestato, è perfino peggiore di quella “lusinga infantile” (come la chiamava Marx) rappresentata dal salario minimo.
Non ci si avvede, così, che al lavoro domestico e di cura non può spettare un “salario”, giacché non è organizzato e svolto sotto il comando diretto del capitale, in quanto è solo fatto svolgere in una parvenza di autonomia a vantaggio indiretto del capitale stesso. Non quel tempo di lavoro domestico può essere retribuito dal capitale, dunque, ché altrimenti questo ne esigerebbe la potestà organizzativa e il conseguente plusvalore derivante dalla vendita della “produzione” ottenuta con quel lavoro stesso. In tal caso, il capitale ne potrebbe vantare a ragione la proprietà, come se il lavoro casalingo fosse fatto per altri, anziché per il nucleo “familiare”. Quel tempo di lavoro, invece, fa bensì parte delle condizioni semplici di riproduzione della “razza” proletaria. Pertanto è di fronte all’intera classe borghese che la classe lavoratrice può esigerne il pagamento come giusto ed equo salario di coloro che sono occupati dal capitale: salario sociale, appunto.
Questa “quota” salariale, dunque, potrebbe non sembrare tale in via diretta, ma l’estensione sociale del suo stesso significato ne evidenzia appieno la portata indiretta, di cui tener opportunamente conto. É un paradosso economico che la società capitalistica, accorciando il tempo di lavoro – mediante il suo mezzo più potente, il sistema di macchine – trasformi quella riduzione nel mezzo più infallibile per poter disporre di tutto il tempo della vita del lavoratore e della sua famiglia in tempo di lavoro per la valorizzazione del capitale. La sottomissione di tempo di pluslavoro altrui, in proporzioni crescenti, costituisce in effetti il nucleo centrale della contraddizione peculiare del capitale, della sua tendenza infinita alla riproducibilità illimitata. Dividendo in due l’unità della crisi, separando la crisi di capitale di contro alla crisi di lavoro, tuttavia, distrugge e lascia inutilizzata proprio la merce più importante, il valore valorizzante, cioè il lavoro umano costretto e racchiuso nel guscio angusto della merce forza-lavoro.
Purtuttavia, anche includendo tutte le voci che compongono il salario sociale reale dell’intera classe lavoratrice, occorre osservare un fatto. Oggi per il lavoro socialmente necessario alla sussistenza media del proletariato basterebbe poco più di un quarto dell’attuale giornata lavorativa complessiva. Il resto va ai padroni, profitti per l’accumulazione di capitale e per i loro cospicui consumi. Si capisce quale potenzialità – sia pure inattuale nell’àmbito dei rapporti di produzione esistenti – si presenti ai lavoratori per la riappropriazione della ricchezza da essi prodotta. Ciò è quanto basta per riuscire a comprendere la portata significativa degli obiettivi di riduzione della giornata lavorativa, accompagnata da un vasto aumento dell’occupazione, conservando e riespandendo – fino al recupero sociale e di classe del pieno valore della forza-lavoro, oggi sempre più drasticamente decurtato – i livelli di salario sociale reale. E rimanda immediatamente al rifiuto di forme di salario che nascondano un uso più intenso e più prolungato della forza-lavoro (quali cottimi, premi di produzione e di presenza, straordinari, ecc.).
Nondimeno, anche poste nell’ottica sociale opportuna e corretta, le lotte per il salario presentano precisi limiti. La rilevanza di conquiste collettive sul salario sociale mostrano la loro grande superiorità di classe, e la loro potenziale maggiore stabilità, rispetto a rivendicazioni sul salario individuale. E mostrano tale superiorità in misura tanto maggiore quanto più siano inserite in una strategia di trasformazione sociale e di transizione. Tali conquiste hanno una duplice valenza.
In primo luogo, l’antinomia tra salario sociale e salario individuale si rovescia nella contraddizione tra stato e capitale. Infatti, una forte tenuta del salario sociale impone allo stato – che è pur sempre stato del capitale – di fare i conti con le proprie entrate e le proprie spese. Nella misura in cui la conquista di salario sociale sia effettiva, lo stato deve calibrare differentemente gli oneri della politica di bilancio, tra le diverse classi sociali, ed entro le varie frazioni della borghesia e del capitale stesso. Quella contraddizione diviene evidente allorché il capitale considera il salario individuale come sua parte variabile, che si traduce in “costo del lavoro”; mentre il salario sociale si trasferisce sulla fiscalità generale e sulle modalità pubbliche di gestione dei bisogni generali della collettività. Questa stessa contraddizione evidenzia chiaramente quanto la rivendicazione del salario sociale sia poco contrattualistica e molto conflittuale, antagonistica, cioè quanto essa sia lotta di classe.
In secondo luogo, dunque, ciò mostra come, in situazioni contingenti, le conquiste collettive possano perfino permettere qualche parziale rinuncia all’ammontare monetario del salario individuale: se le pensioni sono sufficienti per un’adeguata sussistenza, se le spese sanitarie sono contenute in minimi simbolici, se i costi per l’istruzione pubblica rimangono contenuti, se le tariffe per energia, comunicazioni e trasporti sono fissate con criteri di prezzi politici, un salario nominale individuale ridotto è più che compensato in termini reali sociali. Viceversa, è ovvio come salari nominali crescenti, in presenza di oneri sociali sempre più gravosi, con disoccupazione e sottoccupazione in aumento, vengano rapidamente vanificati.
Ciononostante, epperò anche proprio per questo, Marx era cinicamente consapevole di ambiguità e limiti delle lotte sindacali, soprattutto se circoscritte a rivendicazioni redistributive di tipo salariale. Osservava che se i sindacati riuscissero a mantenere in un dato paese un livello salariale tale che il profitto diminuisse sensibilmente in rapporto al profitto medio di altri paesi, o che il capitale subisse un arresto nel suo sviluppo, il ristagno o la recessione dell’industria, che ne sarebbero la conseguenza, provocherebbero la rovina dei lavoratori insieme a quella dei loro padroni. Se i sindacati si limitassero solo a determinare il salario, e questa è l’apparenza, se il rapporto tra capitale e lavoro fosse eterno, la lora azione si arenerebbe pietosamente davanti alla necessità delle cose. I sindacati di classe hanno una storia davanti a sé solo se agiscono affinché le lotte per il salario assumano quella portata sociale che compete alla stessa categoria “salario”, condizionando l’evoluzione storica dell’intero rapporto di capitale.
A ragione di ciò, in una situazione caratterizzata dal comando del capitale sul lavoro, la rivendicazione piena del salario sociale non può essere confusa con la pretesa, quanto mai folle, per cui il lavoratore salariato dovrebbe essere affezionato al suo lavoro alienato. Non si vede a che cosa egli dovrebbe “partecipare”, come si ama dire nell’era del neocorporativismo. Anche pretendere che egli soltanto accondiscenda alla gestione della produzione di ricchezza astratta, in altri termini che sia coinvolto nel “suo” lavoro che non è più suo, è assurdo. Tutto ciò che può fare, come classe, è vendere bene la sua merce forza-lavoro (come già sapeva Sismondi) e controllarne al meglio il suo uso da parte del capitale (come precisò Marx).
Viceversa, l’ideologia dell’armonia corporativa, vuole che a “partecipare” all’eguale libertà giuridica non siano più i subalterni ma i “cittadini”, non più le classi ma la “gente”. Il consenso, che dal fascismo alla democrazia è stato così amorosamente raccolto nel rinnovamento del corporativismo, ha costituito la deportazione della forza-lavoro nella inoccupazione e sottoccupazione programmatica: ovverosia, nelle forme latente e stagnante dell’esercito di riserva funzionale a quello attivo. Oggi, con la maggior soavità istituzionale della “solidarietà”, rassicurare è far “partecipare”, “partecipare” è omologarsi in comportamenti sterilizzati da ogni conoscenza, a partire da quella relativa alla strategia occupazionale e salariale in atto.
Del resto – osservava da tempo per noi ormai immemore il dr. Karl Heinrich Marx, fin dai suoi primi scritti di critica dell’economia politica – la partecipazione del lavoratore a “godimenti” superiori, anche spirituali, come l’agitazione per i propri interessi, la possibilità di avere propri giornali, di erudirsi, di educare i figli, di sviluppare il gusto, ecc., cioè la sua unica partecipazione all’incivilimento, che lo distingue dallo schiavo, è economicamente possibile solo mediante l’allargamento della sfera di tali suoi godimenti nei periodi di prosperità degli affari, ossia nei periodi in cui in una certa misura è possibile il “risparmio”. Ma, come si è accennato, a prescindere da tutto ciò, il lavoratore che risparmiasse in maniera veramente ascetica accumulerebbe così soltanto premi per imbroglioni e furfanti, depositandoli nelle banche. Queste, per conservare e far fruttare i suoi risparmi, gli pagano un interesse minimo per permettere ai capitalisti di trarre grossi interessi, oppure allo stato di rastrellarli con il fisco o con il debito pubblico. Con la qual cosa il lavoratore non fa che aumentare la forza del suo avversario e la propria dipendenza, giacché in periodo di crisi egli perde i suoi depositi, mentre in periodo di prosperità ha rinunciato a ogni godimento per accrescere il potere del capitale. Insomma in ogni caso, rinunciando a quella parte di salario o non spendendola, egli ha risparmiato per il capitale, e non per sé.
Sulla base della concezione sociale del salario, anche la critica del concetto borghese volgare di “produttività”, dianzi delineata, non avviene più accettandone i presupposti fallaci per poi semplicemente negarli. Così facendo si negherebbe anche il significato materiale e contraddittorio della produttività correttamente intesa, quale unica base materiale per il riempimento di tutte le voci del salario sociale reale in quanto forma di valore della forza-lavoro. Qui risiede l’aspetto contraddittorio dell’intera questione, giacché nella realtà del modo capitalistico della produzione sociale ogni accrescimento delle forze produttive, e segnatamente ogni perfezionamento del macchinario, insieme all’aumento della produttività comporta antiteticamente anche l’aumento dello sfruttamento: e di qui è facile rabbassare la coscienza al livello immediato della repulsione dell’uno unitamente all’altra.
Al contrario, è facile capire quale portata, per la lotta di classe del proletariato, abbia la coscienza del significato sociale reale del salario, di contro alle forme ideologiche che ne fanno un elemento meramente remunerativo e partecipativo individuale. Anche in merito a lotte connesse, da un lato, alla riduzione del tempo di lavoro e, dall’altro, ai servizi dello stato sociale, dovrebbe risultare evidente quale distanza intercorra tra il riferire quelle lotte al salario sociale reale anziché alla sua apparenza nominale individuale, quasi contabile. Un programma minimo di lotta di classe, che racchiuda strategicamente codesti diversi punti, è il passo successivo indispensabile.



