Antiper | Salario sociale e “lavoro di riproduzione”

Nella sociologia contemporanea circola diffusamente l’idea, avanzata dal neo-femminismo [1], secondo cui Marx avrebbe marginalizzato il cosiddetto lavoro di riproduzione – che secondo il femminismo consisterebbe nella cura dei figli, degli anziani e dei malati, nella gestione domestica… e nella stessa “messa al mondo” dei proletari di domani -, generalmente svolto dalle donne, non retribuito e collocato fuori dai circuiti del valore nonostante la sua importanza nella riproduzione delle condizioni della produzione, potremmo dire. Questa tesi, che viene riproposta anche da Miriam Tola nel volume curato da Luigi Pellizzoni dedicato all’ecologia politica [2], è però una tesi infondata e per capirlo la strada migliore è quella di riprendere, sia pure sinteticamente, la teoria marxista del salario.
In Marx il salario non è la semplice remunerazione del “lavoro” in quanto tale, ma il prezzo di una merce particolare – la forza-lavoro – che ha la particolarità di possedere, come valore d’uso, la capacità di creare valore. Come Marx chiarisce in Salario, prezzo e profitto e soprattutto nel Capitale, questo prezzo è determinato dal costo di riproduzione della forza-lavoro stessa
“Di fatto, la produzione capitalistica è la produzione di merci come forma generale della produzione, ma essa lo è, e lo diventa sempre più nel suo sviluppo, soltanto perché il lavoro stesso qui appare come merce, perché il lavoratore vende il lavoro, cioè la funzione della sua forza-lavoro, e lo vende, come noi presupponiamo, al suo valore determinato dai suoi costi di riproduzione.” [3]
Cos’è, qui, la riproduzione per Marx? È forse la sopravvivenza biologica e la prole del singolo lavoratore che viene pagato con il singolo salario? Evidentemente no. Per Marx, la riproduzione non riguarda l’individuo isolato e tanto meno si riduce al lavoro non retribuito delle donne a casa, ma riguarda piuttosto la riproduzione della classe nel suo complesso,nelle condizioni storiche determinate.
Anche quando sembra pagare un singolo salario ad un singolo lavoratore il capitale non acquista una prestazione lavorativa isolata, ma la continua disponibilità di una merce che deve essere costantemente prodotta e reintegrata, socialmente. Tanto è vero che, se lo specifico lavoratore abbandona il posto di lavoro, il capitalista lo rimpiazza con un altro lavoratore alle stesse condizioni.
Questo significa che il “salario” (tra un attimo vedremo meglio cosa deve intendersi con questa parola) dev’essere sufficiente per garantire la riproduzione socialmente determinata della classe dei possessori di forza-lavoro; e questa riproduzione dev’essere tale, ovviamente, da riprodurre costantemente anche il bisogno di vendere tale merce. Se la classe lavoratrice ricevesse risorse stabilmente superiori al semplice costo della sua riproduzione non avrebbe le giuste motivazioni per continuare a salire su impalcature malferme o scendere in miniere oscure; in generale, per sgobbare otto ore o dieci al giorno in un ufficio, in una fabbrica, in un laboratorio.
D’altra parte, se la classe dei lavoratori ricevesse risorse inferiori al costo della propria riproduzione – in quanto classe giacché è chiaro che i mille morti che ogni anno insanguinano i posti di lavoro non impensieriscono minimamente il capitale e i suoi funzionari politici e mediatici – andrebbe incontro all’estinzione fisica; e poiché la forza-lavoro è il fattore indispensabile del modo di produzione capitalistico, la condizione necessaria dell’accumulazione, la sua scomparsa determinerebbe anche il collasso del sistema stesso.
La riproduzione della forza-lavoro non è un immutabile dato biologico, ma un processo storicamente e socialmente determinato. Il “paniere” di beni necessari alla riproduzione biologica, sociale, culturale… evolve con lo sviluppo delle forze produttive e con lo stato della civiltà: se nel 1800 il costo di riproduzione si limitava a beni di sussistenza elementari (cibo, vestiti, casa…) nella società capitalistica contemporanea esso include elementi un tempo inesistenti (internet, lo smartphone, l’auto…). Questi elementi non sono accessori, ma requisiti storicamente necessari affinché la classe lavoratrice possa funzionare e riprodursi entro la società attuale. La riproduzione è dunque anche un processo culturale, che il capitale è costretto a finanziare per mantenere la merce forza-lavoro adeguata ai tempi della produzione.
Per cogliere come venga effettivamente e socialmente pagata questa riproduzione, è utilissimo esaminare il modello di salario sociale elaborato Gianfranco Pala, importante studioso che nella sua vita ha dato un contributo essenziale alla diffusione del pensiero marxista in Italia attraverso, soprattutto, la rivista La contraddizione [4]. Pala mostra come il flusso di risorse che il capitale deve destinare ai lavoratori non si limita alla sola “busta paga” ma copre l’intero ciclo vitale dei componenti della famiglia, attivi e non attivi.
Nel suo modello [5] Gianfranco Pala distingue tre tipi di salario: 1) il salario direttoche comprende la busta paga e, per i lavoratori che hanno figli, gli assegni familiari, quote di salario che il capitale destina esplicitamente e direttamente alla riproduzione dei membri non lavoranti del nucleo, coniuge e figli; 2) il secondo tipo di salario è il salario indirettoche è costituito dai servizi essenziali erogati dallo Stato – sanità, scuola, trasporti – necessari a conservare l’efficienza fisica e intellettuale della classe e con essa, di conseguenza, il funzionamento del meccanismo di sfruttamento; 3) il terzo tipo di salario è il salario differitocheè rappresentato dalle pensioni, di vecchiaia e di anzianità, che garantiscono la sussistenza della forza-lavoro non più attiva. A tal proposito è piuttosto significativo che lo Stato preveda pensioni di vecchiaia anche per chi non ha mai partecipato direttamente al processo produttivo salariato – le casalinghe, per restare al nostro discorso – il che smentisce di per sé l’idea che il loro sostentamento sia sempre “non pagato”.
Qualcuno potrebbe obbiettare che non è il capitale, ma lo Stato che paga il salario diretto e quello differito e che dunque a pagare siano, in definitiva, ancora (prevalentemente) i lavoratori con le loro contribuzioni fiscali e previdenziali. Questo è certamente vero. Ma il punto è che la quota di TFR, le tasse, le trattenute previdenziali… sono accantonate dai lavoratori attraverso un prelievo sul loro salario diretto che viene erogato dal capitale in cambio dell’erogazione della prestazione lavorativa.
A questo punto diventa chiaro perché la tesi del “lavoro di riproduzione” “non pagato” è infondata dal punto di vista marxista e, ancora più importante, dal punto di vista della realtà fattuale. Il tallone d’Achille della tesi femminista sta nell’assumere implicitamente che il capitale paghi esclusivamente il singolo lavoratore maschio in fabbrica, lasciando il resto della classe – donne, bambini, anziani, malati – privo di risorse. Non c’è bisogno di spiegare che, se così fosse, donne, bambini, anziani e i malati morirebbero e la classe lavoratrice andrebbe incontro a un’estinzione fisica rapida, privando il capitale della fonte del plusvalore.
A questo punto può essere utile fare un piccolo passo indietro di tipo “filologico”. Marx non usa mai l’espressione “lavoro di riproduzione” e neppure sviluppa una teoria del lavoro domestico o femminile come categoria di lavoro non retribuito.
Nel Libro I del Capitale Marx definisce il valore della forza-lavoro come equivalente al valore dei mezzi di sussistenza necessari a mantenere il lavoratore e la sua famiglia – perché, ovviamente, la forza-lavoro deve riprodursi, diciamo, sincronicamente, ma anche diacronicamente ovvero di generazione in generazione. C’è dunque, in Marx, un riferimento alla riproduzione della forza-lavoro come categoria economica; ma Marx non lo chiama “lavoro di riproduzione”, non si sofferma su chi svolga concretamente questo tipo di lavoro e, men che meno, lo tratta come “lavoro non retribuito”: lo assume semplicemente come componente del calcolo del valore della forza-lavoro.
La teorizzazione del lavoro domestico e riproduttivo come lavoro femminile non retribuito è un’elaborazione successiva, sviluppata in “dialogo critico” con Marx da un certo femminismo negli anni ‘70, per colmare quello che quelle autrici consideravano un vuoto della sua analisi [6].
In conclusione, non si tratta di dimostrare che Marx ha “dimenticato” il lavoro di riproduzione, né di rincorrere un’ impropria attribuzione alla sua opera (Marx non ha mai parlato di “lavoro di riproduzione” nei termini in cui lo ha fatto il neo-femminismo): si tratta di riconoscere che la teoria del salario, sviluppata attraverso il concetto di salario sociale, rende conto proprio di ciò che la vulgata femminista contemporanea le rimprovera di ignorare.
In realtà, in Marx il tema della riproduzione è posto in modo fondamentale, ma radicalmente diverso da come viene posto dal neo-femminismo, il quale è incapace di cogliere la dinamica complessiva del rapporto di capitale, di cui il salario sociale – diretto, indiretto, differito – è parte costitutiva e necessaria.
Note
[1] Per neo-femminismo possiamo intendere il femminismo, anzi i femminismi, che si sono sviluppati dopo la crisi dei movimenti anticapitalisti e comunisti degli anni ’80.
[2] Luigi Pellizzoni, Introduzione all’ecologia politica, Il mulino, Bologna, 2025
[3] Karl Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica, Libro II, Il processo di circolazione del capitale, Prima sezione (Le metamorfosi del capitale e il loro ciclo), Capitolo IV (Le tre figure del processo ciclico), Editori Riuniti, Roma, IX edizione, settembre 1980, Traduzione di Raniero Panzieri.
[4] https://www.lacontraddizione.it/
[5] Gianfranco Pala, Il salario sociale. La definizione di classe del valore della forza-lavoro, Laboratorio Politico, Napoli, 1995.
[6] Si pensi a testi come Il potere delle donne e la sovversione sociale di Mariarosa Dalla Costa e Selma James (1972), testo di riferimento della campagna internazionale “Wages for housework”, nata a Padova nello stesso anno; oppure a testi di Silvia Federici come Wages Against Housework (1975), sviluppato poi in Calibano e la strega (2004). A questa genealogia appartiene anche L’arcano della riproduzione (1981) di Leopoldina Fortunati.



