Marco Riformetti | Crisi del feudalesimo e transizione
Tratto da Marco Riformetti, Sulla transizione dal modo di produzione feudale a quello capitalistico, Paper di Storia dell’Europa Medievale, LM Storia e civiltà, Unipi, 2024 (cfr. Marco Riformetti, Modi di produzione e feudalesimo, prima parte di questo scritto)

In relazione alle crisi del modo di produzione capitalistico Paul Sweezy propone spiegazioni di tipo “sottoconsumistico” (cfr. Baran, Sweezy [1978]); pensa, cioè, che la crisi nasca nel mondo dello scambio (a differenza di Marx che invece pone l’accento sulla sovrapproduzione di merci e capitali). Anche in relazione alla crisi del feudalesimo Sweezy privilegia una lettura legata alla sfera dello scambio (come evidenzia anche Maurice Dobb (AA.VV. (1973), pag. 48). Infatti, secondo Sweezy il feudalesimo entra in crisi a causa dello sviluppo del commercio che spinge l’economia chiusa feudale ad aprirsi (quindi qui l’origine della crisi non è il sotto-consumo ma il sovra-consumo).
In effetti il dato della crescita degli scambi a partire almeno dall’anno Mille fino alla metà del Trecento e oltre (a parte ovviamente la “caduta” durante il periodo della peste) è abbastanza consolidato. Maurice Dobb non contesta questa crescita, ma aggiunge che essa fa emergere l’inadeguatezza strutturale dei rapporti di produzione feudali nel garantire il livello di sviluppo delle forze produttive richiesto dalla nuova fase
«tesi che alla origine del tramonto del feudalesimo sia stata in primo luogo la sua inefficienza come modo di produzione» (AA.VV. 1973, p. 9)
Anche la notevole crescita demografica del periodo che va dal X e XI secolo fino alla metà del XIV (Wickam [2004]) costituisce un spinta verso l’aumento della produttività del mondo rurale, un aumento realizzato in vario modo (dall’intensificazione pura e semplice dell’attività lavorativa all’adozione di tecnologie e tecniche più avanzate – aratri in metallo, rotazione delle colture… –).
La transizione per Marx
Quella che la transizione rivoluzionaria da un modo di produzione ad un altro venga spinta dal fatto che i vecchi rapporti sociali diventano inadeguati rispetto alle nuove condizioni storiche è un’idea che Marx suggerisce nella sua famosa Prefazione a Per la critica dell’economia politica, ma anche nel Capitale stesso quando descrive gli effetti dello “scioglimento dei seguiti feudali” e la nascita di un esercito di diseredati pronto ad essere indirizzato verso le città
«Ma dall’altro lato questi neo-affrancati diventano venditori di sé stessi soltanto dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie per la loro esistenza offerte dalle antiche istituzioni feudali. E la storia di questa espropriazione degli operai [1] è scritta negli annali dell’umanità a tratti di sangue e di fuoco”» (Marx [1980] pag. 779])
Marx descrive in modo molto vivido l’espropriazione violenta e la cacciata dei contadini dalle terre iniziata nel XIV secolo e proseguita fino al XVIII su scala ancora più ampia. A dire il vero, non si trattò di una novità assoluta posto che già in epoca carolingia c’erano state espropriazioni violente ai danni dei contadini piccoli proprietari da parte di aristocratici laici e religiosi (Wickam [2020], pag. 101-2).
Il processo di cui parla Marx fu caratterizzato da vari elementi il più importante dei quali fu la pauperizzazione dei contadini cacciati dalle terre e privati dei loro mezzi di produzione. Un primo effetto di questa pauperizzazione fu la diffusione del vagabondaggio (Marx [1980], p. 797) che venne represso con leggi sanguinarie per spingere queste masse di diseredati verso le nascenti manifatture e (poi) industrie.
All’inizio si trattò di costringere i contadini ad abbandonare la terra e a concentrarsi nelle città; successivamente, quando lo sviluppo industriale e capitalistico crebbe vigorosamente, le città divennero poli di attrazione per molti contadini poveri che emigrarono verso i centri industriali alla ricerca di maggior fortuna.
Un ulteriore effetto della cacciata dei contadini dalle terre comuni e dell’intensificazione dello sfruttamento di quelli restanti fu anche quello del passaggio da un’economia prevalentemente di sussistenza e orientata al consumo immediato ad un’economia orientata alla produzione di merci per la vendita, cioè ad un’economia proto-capitalistica. Nel Capitale Marx propone l’esempio della produzione di lino, mostrando come l’espropriazione ebbe l’effetto di creare un embrione di proletariato, ma anche un mercato interno che prima non esisteva
«Prima, la famiglia contadina produceva e lavorava i mezzi di sussistenza e le materie prime che poi consumava per la massima parte essa stessa. Ora, queste materie prime e questi mezzi di sussistenza sono diventati merci: le vende il grosso fittavolo che trova il suo mercato nelle manifatture» (Marx [1980], pag. 810)
La fuga dei contadini per Sweezy e Dobb
C’è una cosa straordinariamente curiosa: i due marxisti Dobb e Sweezy cercano di dimostrare l’uno l’errore dell’altro argomentando le proprie tesi in modo piuttosto distante da Marx. Nessun problema, ovviamente, Il Capitale non è un testo sacro e tanto meno lo è la parola del suo autore.
Dobb sembra affermare che i contadini fuggono a causa dell’ormai insostenibile pressione sulla produzione rurale dovuta ad una serie di fattori (guerra, crescita dei consumi di lusso, aumento del parassitismo della nobiltà…) (AA.VV. 1973, pag. 25); Sweezy, dal canto suo, spiega la fuga dei contadini sulla base dell’attrazione esercitata su di essi dallo sviluppo delle città e del commercio. Per Marx, invece, non c’è stato alcun abbandono, come abbiamo detto, ma vera e propria una cacciata. Che questa cacciata non fosse stata assorbita dalle città, come vorrebbe Sweezy, lo dimostrano proprio i fenomeni del pauperismo e del vagabondaggio. Se i contadini avessero abbandonato volontariamente la campagna per inseguire le migliori condizioni offerte dalle città perché avrebbero dovuto vagabondare? E perché si sarebbe resa necessaria una legislazione sanguinaria per reprimere il fenomeno del vagabondaggio? Sweezy aggiunge che nelle città i contadini trovavano condizioni migliori, ma anche questo non è vero. L’impatto con la città fu, per i contadini, brutale; sia in termini sociali, sia in termini psicologici e il lavoro con le macchine produsse un rigetto collettivo che è andato sotto il nome di luddismo. Solo in un secondo tempo si ebbe quella che Bauman chiama l’economicizzazione del conflitto (Bauman [1997]). Marx mostra anche come all’indomani della rivoluzione industriale in alcuni mestieri cittadini vi fossero aspettative medie di vita bassissime [2]; e in generale, ancora nel 1846, la situazione della classe operaia in Inghilterra era tremenda (Engels [2021]).
Conclusione
La transizione da un modo di produzione ad un altro è sempre un oggetto di studio molto complesso perché in ogni fase di transizione si manifestano tante diverse (e spesso contraddittorie) tendenze; un po’ come spiegare matematicamente il moto delle onde presso la riva del mare. Tra tutte le tendenze ve ne sono però alcune che sono prevalenti e ci permettono una qualche caratterizzazione storica. Una di queste è la seguente: l’accumulazione originaria di capitale non si realizzò grazie ai soldini messi da parte da contadini laboriosi e parsimoniosi, ma attraverso un crudele e sanguinario processo di espropriazione, pauperizzazione e repressione di massa di contadini che per secoli avevano lavorato gli open fields e che all’improvviso furono privati di questa possibilità attraverso violente enclosures. Altro denaro con il quale si avvia il capitalismo inglese e il modo di produzione capitalistico più in generale viene dalla sottomissione coloniale (prima olandese, poi inglese) di vaste zone del mondo.
Vi furono contadini emigrati volontariamente attratti dall’idea che le città fossero ricche ed accoglienti? Può darsi, ma le città non furono certamente accoglienti né per questi contadini emigrati, né per i contadini cacciati, dato che l’avvio del processo capitalistico aveva bisogno di una classe operaia povera disposta ad accettare condizioni di vita disumane (prima dell’avvento delle macchine e della trasformazione della manifattura in industria i tassi di profitto erano ancora bassi). A differenza di Marx, Dobb e Sweezy sembrano non cogliere adeguatamente questo elemento e il loro confronto finisce per essere poco efficace.
Bibliografia
AA.VV. (1973), La transizione dal feudalesimo al capitalismo, a cura di Guido Bo-
laffi, testi di M. Sweezy, M. Dobb, H. K. Takahashi, R. Hilton, C. Hill, G. Lefevre,
G. Procacci, Roma, La Nuova Sinistra.
Anderson P. (1978), Dall’antichità al feudalesimo. Alle origini dell’Europa, Parte
II. L’Europa occidentale, Milano, Arnoldo Mondadori Editore.
Baran, P.A., Sweezy, P.M. (1978), Il capitale monopolistico: saggio sulla struttura
economica e sociale americana, Torino, EInaudi.
Bauman Z. (1997), Memorie di classe, Torino, Einaudi.
Dobb M. (1950), Studies in the development od capitalism, Londra, Routledge & Ke-
kan.
Engels F. (2021), La situazione della classe operaia in Inghilterra, Milano, Feltgri-
nelli.
Marx K.
– (1979) Prefazione del 1857 a Per la critica dell’economia politica, introduzio-
ne di Maurice Dobb, Roma, Editori Riuniti.
– (1980) Il capitale, Libro I, trad. Delio Cantimori, Roma, Editori Riuniti.
– (1985) Forme economiche precapitalistiche, trad. G. Brunetti, pres. Di Eric
Hobsbawm, Roma, Editori Riuniti.
– (1999) Lineamenti fondamentali per la critica dell’economia politica (Grun-
drisse), trad. E. Grillo, Firenze, La Nuova Italia.
Wickham C.
– (2020) L’Europa nel Medioevo, Roma, Carocci.
– (2008) Productive Forces and the Economic Logic of the Feudal Mode of Pro-
duction, in Historical Materialism, Volume 16, Issue 2, London, Brill
Note
[1] Ovviamente, Marx parla dei lavoratori del mondo rurale, i contadini (nda).
[2] In Marx [1980], III. La produzione del plusvalore assoluto, 8. La giornata lavorativa.



