Marco Riformetti | Arte e bellezza a partire da Platone e Aristotele
Tratto da Marco Riformetti @academia.edu, Comunisti, arte e cultura dal primo al secondo dopoguerra del Novecento, Tesi di laurea in “Storia e società” (LM84), maggio 2025.

Il moderno concetto di estetica si afferma nel XVIII secolo grazie al filosofo tedesco Baumgarten che nel 1735 scrive
«I noetà sono da conoscere con la facoltà superiore, oggetto della logica, gli aisthetà con la facoltà inferiore, oggetto della epistème aisthetikè ovvero estetica». [1]
Si tratta della classica distinzione tra conoscenza intellettuale e conoscenza sensibile che verrà ripresa successivamente anche da Immanuel Kant per formulare la sua teoria del giudizio estetico (Kant [2011]). Nel 1750 Baumgarten sviluppa ulteriormente il proprio punto di vista
«L’estetica (teoria delle arti liberali, gnoseologia inferiore, arte del pensare in modo bello, arte dell’analogo della ragione) è la scienza della conoscenza sensibile».
«Il fine dell’estetica è la perfezione della conoscenza sensibile in quanto tale. Ma questa è la bellezza» [2]
La conoscenza sensibile, per Baumgarten, è fortemente caratterizzata dalle proprietà dell’oggetto; con una certa approssimazione, si potrebbe affermare che per Baumgarten la conoscenza sensibile è essenzialmente oggettiva (sebbene ovviamente esperita in modo soggettivo).
Kant tende invece a sottolineare il carattere soggettivo del giudizio estetico (ovvero dell’elaborazione mentale dell’esperienza sensibile) sebbene vi riconosca una sorta di “pretesa di oggettività” (quando dico “mi piace” in realtà intendo “è bello”). Ovviamente esiste una dialettica di oggettività e soggettività; se tutto fosse strettamente oggettivo non si spiegherebbe la varietà sincronica [3]dei giudizi estetici e se tutto fosse rigidamente soggettivo non se ne spiegherebbe la persistenza diacronica [4].
Naturalmente qui non ci occupiamo dell’influenza degli aspetti di carattere storico-culturale e neppure di come agisca sul piacere sensibile anche una certa componente di “familiarità” [5]: per fare un esempio, amiamo “istintivamente” Vivaldi anche perché, pur senza esserne consapevoli, lo avvertiamo costantemente attorno a noi attraverso cinema, radio, televisione, Internet… come sottofondo di un video pubblicitario o come suoneria di una segreteria telefonica. Potremmo anche dire: il nostro gusto (e sottolineo il “nostro”) è già educato alla musica di Vivaldi e quindi è normale ci appaia gradevole la sua musica o la musica che le somiglia.
Non ci occupiamo neppure della relazione tra memoria emotiva e piacere estetico (Damasio [1995]) sebbene sia ben noto quel meccanismo di risonanza per cui un’opera d’arte che richiama esperienze emotive positive (o negative) genera un maggiore (o un minore) piacere estetico. Antonio Damasio mostra il forte legame che esiste tra le aree deputate all’attività “razionale” e quelle deputate all’attività “emotiva” del cervello, mettendo in discussione le teorie neurobiologiche che hanno postulato la netta separazione funzionale tra le aree cerebrali. Invece, le aree coinvolte nei processi emotivi e razionali sono interconnesse e cooperative, contribuendo entrambe al processo decisionale e al funzionamento cognitivo.
Il punto è che un approccio scientifico e inter-disciplinare allo studio dell’esperienza estetica mostra come in essa si coagulino molte diverse influenze che sono di ordine razionale, psicologico, storico, culturale, sociale… A questo punto dire se esista (ed eventualmente cosa sia) un’arte “bella” diventa ancora più complicato e ancora più naturale ricorrere ad un più semplice “a me piace” [6].
Sul fatto che l’arte debba essere o meno fedele rappresentazione del mondo il dibattito è in corso da millenni. Già Platone e Aristotele divergono sul fatto che la bellezza risieda nell’imitazione della natura, con il primo che lo nega e il secondo che lo afferma; si potrebbe persino parlare di un “dibattito sul realismo” ante litteram.
Quella classica è un’epoca in cui arte e bellezza vanno a braccetto mentre con la modernità – e ancor più con la contemporaneità – questo non è più completamente vero tant’è che oggi non esitiamo a considerare artistiche anche le fotografie dei disastri automobilistici di Andy Warhol (Warhol [1963]) o gli orinatoi pubblici di Marcel Duchamp (Duchamp [1917]) ovvero opere che si potrebbe avere una certa difficoltà a definire “belle” e che in effetti non nascono certo per essere considerate tali.
Il punto è definire che cosa si intenda per arte e quale debba essere l’obbiettivo della produzione artistica: suscitare un’emozione o suscitare una riflessione? Magari l’una per suscitare l’altra e viceversa. Si tratta di un punto essenziale che certamente non svisceriamo qui. D’altra parte, messi di fronte alle opere del Duecento o del Trecento non si può non constatare che le forme sembrano spesso stereotipate e che le madonne con bambino o i crocefissi sembrano tutti molto simili. Il fatto è che l’opera d’arte nel mondo medievale viene esposta nelle Chiese cristiane e il piacere estetico delle forme e dei colori è del tutto strumentale al piacere spirituale dell’avvicinamento a Dio che tali opere devono suscitare. Se Dio è armonia, splendore e proporzione allora l’arte ci avvicina a Dio solo se essa è piena di armonia, di splendore e di proporzione. Le madonne sono simili [7] perché l’arte non vuol essere sperimentazione di forme diverse, ma evocazione di Dio.
Platone ha una concezione metafisica della bellezza e al centro di tale concezione stanno le Idee che sono enti puramente ideali e al tempo stesso fondativi di tutto ciò che esiste realmente; nell’approccio idealistico di Platone è possibile giudicare una cosa bella proprio in quanto ad essa preesiste una certa idea di Bellezza.
Le Idee sono assolute, perfette, eterne e attingibili solo intellettualmente attraverso un lungo processo di anamnesi assistito dalla filosofia; questo vuol dire che nella sua forma più alta la bellezza è qualcosa che ha a che fare con l’intelletto e non con i sensi. Pensando a Baumgarten si potrebbe affermare che il concetto platonico di bellezza sia “non estetico”. Platone ritiene che, quando l’opera d’arte cerca di copiare oggetti della realtà non sia che copia di copie visto che, a loro volta, gli oggetti reali non sono che pallide imitazioni degli oggetti ideali. È su questa base che Platone sviluppa la sua critica del realismo nell’arte che viene considerato ingannevole in quanto presenta come vero ciò che vero non è (cfr. La Repubblica in Platone [2003]). E tanto più merita di essere criticato, l’oggetto artistico, quanto più esso cerca di sembrare identico all’oggetto reale.
Per Platone, dunque, una cosa è tanto più bella quanto più corrisponde a un’Idea (e non ad un oggetto reale); e belle sono soprattutto le forme geometriche in quanto più in grado di esprimere la perfezione e l’immutabilità delle Idee. La matematica (e in particolare la geometria) sono molto importanti nel pensiero platonico e rappresentano una parte di quella eredità pitagorica che sopravvive nel filosofo ateniese; sono importanti perché con la loro armonia e perfezione favoriscono l’avvicinamento al mondo delle Idee che sono armoniche e perfette. Il cosmo stesso è una creazione dove geometria e matematica sono ovunque. Nel Timeo, ad esempio, i quattro elementi fondamentali – terra, acqua, aria, fuoco – sono combinati al fine di realizzare tutte le cose esistenti. Ad ognuno di questi quattro elementi è associato un solido particolare (il tetraedro al fuoco, il cubo alla terra, l’ottaedro all’aria, l’icosaedro all’acqua).
A differenza di Platone, Aristotele non crede all’esistenza di un mondo ideale (Aristotele [2013]) e ritiene che tutto – dunque anche la bellezza – sia inerente al mondo reale. Come Platone anche Aristotele pensa che l’arte sia mimesi, ma non ritiene che questo sia ingannevole e che allontani dalla verità; al contrario, è convinto che l’arte abbia un effetto catartico, specialmente nel contesto della tragedia (Aristotele [2004]). Nella Poetica Aristotele sviluppa la propria concezione della mimesi osservando prima di tutto che l’imitazione è connaturata con l’uomo e che gli uomini, sin dalla primissima infanzia, apprendono e conoscono proprio attraverso l’imitazione. Aristotele aggiunge che l’imitazione è ciò che distingue l’uomo dagli altri animali, i quali non agiscono per apprendimento basato sull’imitazione, ma per istinto. A questo si potrebbe aggiungere che proprio questa capacità imitativa umana unita al debole vincolo istintuale (Gehlen [2010]) sta alla base della potente flessibilità che ha reso l’uomo capace di modificare profondamente i propri comportamenti per meglio adattarsi all’ambiente. Rousseau, per fare un esempio, postula il passaggio dell’uomo da animale originariamente frugivoro ad animale onnivoro (e poi addirittura prevalentemente carnivoro) proprio sulla base della sua capacità imitativa e della sua relativa libertà di scelta (Rousseau [2013]).
Per Aristotele l’opera d’arte non dev’essere vera nel senso di rappresentare fedelmente una specifica situazione, ma verosimile nel senso di rappresentare qualcosa che, pur partendo dal caso particolare, possieda valore di insegnamento universale. Anche se Aristotele sta parlando soprattutto di poesia possiamo fare un esempio legato alla pittura: quando Guttuso dipinge i contadini al lavoro (Guttuso [1950]), non sta dipingendo il particolare contadino “Giovanni” o la sua particolare zappa, ma sta dipingendo lo sforzo fisico e la sofferenza umana dei lavoratori. Non c’è bisogno di dire fino a che punto questa lettura positiva del “verosimile” in Aristotele si ponga in antitesi con Platone che invece è impegnato in una guerra filosofica senza quartiere contro i sofisti proprio in quanto propalatori, a suo avviso, di simil-verità, verità che sembrano vere e invece non lo sono.
Anche Malevic, come Platone, adotta la purezza delle forme geometriche come fondamento della bellezza artistica e anche questo è un approccio idealistico tanto è vero che rifiuta di rappresentare gli oggetti del mondo (Malevic [1927]). Le motivazioni dei suprematisti sono diverse da quella di Platone, ma l’esito è tutto sommato analogo: la bellezza risiede nella ricerca di una purezza a cui ci si può avvicinare solo allontanandosi dal mondo degli oggetti reali; si tratta di una concezione che in fondo non sorprende in un filosofo le cui idee hanno tratti talvolta aristocratici, ma sembra essere molto più singolare in un artista impegnato in un processo di trasformazione rivoluzionaria.
Note
[1] Alexander Baumgarten, Riflessioni sulla poesia, 1735 (tratto dalle lezioni di Estetica tenute dal prof. Leonardo Amoroso presso l’Università di Pisa).
[2] Alexander Baumgarten, Estetica, vol. I, 1750 (Idem).
[3] A molte persone piace la musica trap; a moltissimi altri ripugna.
[4] Mozart e Vivaldi continuano a piacere anche a distanza di secoli.
[5] In un certo senso, è ciò che lo psicologo americano-polacco Robert Zajonc chiama Mere Exposure Effect (Zajonc [2001]).
[6] Ma almeno su una cosa si dovrebbe poter concordare ovvero che un’opera d’arte non è bella solo perché piace a molti o solo perché ha alte quotazioni.
[7] Aggiungo che una certa mancanza di realismo nella rappresentazione è certamente intenzionale dal momento che il volto di una Madonna o di un Gesù non devono assomigliare troppo a quelli di una donna qualsiasi o di un suo qualsiasi figlio. Il realismo arriverà solo dopo la fine del Medioevo e non è dunque così strano che esso venga fatto risalire, nell’elaborazione dei comunisti italiani degli anni ’50, a Caravaggio.



