Marco Riformetti | Dal socialfascismo ai fronti popolari
Tratto da Marco Riformetti @academia.edu, Comunisti, arte e cultura dal primo al secondo dopoguerra del Novecento, Tesi di laurea in “Storia e società” (LM84), maggio 2025.

Nel 1928, il VI congresso dell’Internazionale comunista sviluppa un’idea che in realtà era già stata avanzata nel 1924, al congresso precedente: secondo questa idea, nell’epoca dell’imperialismo – e specialmente in un’epoca di acutizzazione delle tensioni sociali nazionali e di quelle politiche internazionali [1] – avviene una sorta di “polarizzazione” che colloca i partiti rivoluzionari e riformisti radicali su un versante della barricata e i partiti fascisti, socialdemocratici [2] e liberali sull’altro, divisi tatticamente, ma uniti strategicamente nella difesa del capitalismo; se questa analisi è corretta allora nessun accordo è possibile con certe forze che, aldilà della retorica, tendono inevitabilmente a prediligere posizionamenti politici – apertamente o de facto – anti-socialisti e contro-rivoluzionari; i drammatici eventi nella Germania di fine anni ‘20 [3] sembrano confermare questo giudizio (Bowlby [1986]).
La linea di non collaborazione dei partiti comunisti con i partiti socialdemocratici viene comunemente associata al termine “socialfascismo” che intende appunto evidenziare il connubio tra socialdemocrazia liberale e fascismo. Ovviamente, la non collaborazione è rivolta alle organizzazioni politiche socialdemocratiche e alle organizzazioni sindacali riformiste, ma non alla classe operaia nei confronti della quale, al contrario, si intende sviluppare una tattica di unità d’azione che viene definita “fronte unico” dal basso [4]. La conseguenza pratica della linea adottata è che i comunisti devono collocarsi contro e spesso anche fuori rispetto alle organizzazioni di massa egemonizzate dalla socialdemocrazia contrapponendo ad esse proprie organizzazioni di massa.
Una cosa che merita di essere sottolineata in quanto strettamente attinente con la nostra ricerca è la seguente: benché nel 1928 il Comintern adotti quasi unanimemente la linea del socialfascismo si manifesta il disaccordo di un ristretto gruppo di delegati; tra questi spicca il nome di Palmiro Togliatti il quale non è convinto delle tesi che emergono dal dibattito, sebbene su questa sua divergenza egli non possa rappresentare tutti i comunisti italiani dal momento che la linea del Comintern fa propria nella sostanza l’impostazione di Amadeo Bordiga e della sua componente (che era stata la componente dirigente nel PCdI nei primi anni ’20).
All’inizio degli anni ’30 l’evoluzione della situazione internazionale spinge il Comintern a perfezionare, nel suo VII ed ultimo congresso (1935), una svolta radicale (Agosti [1974]) che determina il passaggio dalla linea del “socialfascismo” a quella dei “fronti popolari”, una tattica che mette al centro la ricerca di alleanze con i partiti socialdemocratici e che aveva già cominciato a delinearsi nel 1934, con alcuni accordi parziali tra comunisti e socialisti in Francia e in Italia (Desanti [1970], p. 215). Il Comintern è spinto a orientarsi in questa direzione principalmente da due fattori concomitanti: le difficoltà del movimento rivoluzionario e l’avvento al potere del nazionalsocialismo in Germania nel quadro, lo abbiamo già visto, di una diffusa crescita della reazione in Europa (il 1936 sarà anche l’anno in cui divampa la guerra civile in Spagna scatenata dal franchismo contro il governo di fronte popolare). Tra i due fenomeni esiste un’ovvia relazione dialettica dal momento che il fascismo costituisce la reazione del grande capitale all’ondata rivoluzionaria la quale, a sua volta, è divampata come reazione del movimento operaio contro la guerra e le sue conseguenze. La minaccia della rivoluzione comunista spinge i governi europei ad appoggiare l’ascesa dei movimenti fascisti in funzione controrivoluzionaria; ma questi movimenti non si limitano a sviluppare un’azione di tipo esclusivamente paramilitare (come in Italia, attraverso lo squadrismo o in Germania, attraverso i freikorps) bensì instaurano regimi politici nei quali le forze di opposizione vengono perseguitate attraverso azioni che vanno dalla sostanziale abolizione dell’attività sindacale fino al carcere (come nel caso di molti membri del partito comunista, a cominciare da Antonio Gramsci) per arrivare fino dall’assassinio (come nel caso di Giacomo Matteotti, Piero Gobetti o Spartaco Lavagnini).
Di fronte a questa situazione i comunisti promuovono alleanze anche molto ampie
«La strategia portata avanti dall’Internazionale comunista (di concerto con Stalin) era essenzialmente una strategia di cerchi concentrici. Le forze unite dei lavoratori (il «Fronte unito») avrebbero costituito la base di un’alleanza politica ed elettorale più vasta con i democratici e i liberali (il «Fronte popolare»). Poiché la Germania mieteva continui successi, i comunisti considerarono la possibilità di un’estensione sempre più ampia delle alleanze, fino alla costituzione di un «Fronte nazionale» di tutti coloro che, a prescindere dall’ideologia e dalle opinioni politiche, consideravano il fascismo (o le potenze dell’Asse) come il pericolo principale. Questa estensione dell’alleanza antifascista fino a comprendere non solo le forze di centro ma le stesse forze di destra – si pensi alla politica di «mano tesa verso i cattolici» da parte dei comunisti francesi o alla disponibilità dei comunisti inglesi ad appoggiare un uomo come Winston Churchill, di cui era ben nota l’avversione ai rossi – incontrò maggiore resistenza nella sinistra tradizionale, finché la logica della guerra finì con l’imporla.» (Hobsbawm [2011])
In Italia un’importante esperienza di fronte popolare “antifascista” si realizza tra il 1943 e il 1945 con la Lotta di liberazione ai cui organismi dirigenti – i Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) – appartengono anche cattolici e monarchici che vent’anni prima avevano addirittura favorito l’ascesa del fascismo e la nascita del governo Mussolini (il quale, ricordiamolo, era stato in origine un governo di coalizione a cui avevano partecipato fascisti, liberali, popolari, monarchici, militari… e che aveva ricevuto la benedizione del Re e dell’aristocrazia, del grande capitale industriale e agrario e della Chiesa cattolica).
Ma questa alleanza dura poco: appena il tempo di gestire in modo unitario i problemi scottanti dell’immediato dopoguerra (la nascita della Repubblica, il varo della Costituzione, la riconciliazione nazionale con l’amnistia ai fascisti e la consegna delle armi da parte dei partigiani) che prende il via una crociata anti-comunista che inizia con la fine del governo di unità nazionale nel 1947 e raggiunge il suo apice tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ‘70 quando, per scongiurare la possibilità che il PCI possa raggiungere il governo del paese, verrà scatenata la cosiddetta “strategia della tensione” [5] e verranno realizzate stragi terroristiche nelle piazze, sui treni, nelle banche, nelle stazioni (Dondi [2015]).
Dopo la guerra e la fine del fronte popolare “resistenziale” nasce un nuovo fronte popolare che unisce elettoralmente comunisti e socialisti ottenendo risultati contrastanti, negativi sul piano nazionale (con la dura sconfitta del 18 aprile 1948), ma positivi in alcuni contesti territoriali (come nelle elezioni regionali siciliane del 1946 [6]).
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All’inizio degli anni ’30 il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco sono guardati con preoccupazione dai sistemi liberali degli altri paesi [7] perché il loro nazionalismo è alimentato dall’odio nei confronti delle grandi potenze imperialiste e colonialiste europee. L’Italia cerca un “posto al sole” e la Germania tenta di sottrarsi alla stretta mortale impostale dal Trattato di Versailles [8]. Nello stesso tempo Francia e Gran Bretagna valutano con favore la collocazione politica fortemente anti-comunista dei sistemi fascisti e non a caso stipulano nel 1938 un’intesa con Hitler a cui i sovietici rispondono con il patto di non aggressione, sottoscritto nell’agosto del 1939 dai rappresentanti di URSS e Germania, Vja?eslav Molotov e Joachim Von Ribbentrop. L’URSS cerca in questo modo di impedire l’avanzata tedesca verso i paesi baltici [9] e verso l’URSS, ottenendo anche di rientrare in possesso di territori bielorussi e ucraini che erano stati occupati dalla Polonia nella guerra [10] del 1919-21 (cfr. Benn [2011]); soprattutto, l’URSS intende prendere tempo in vista dell’inevitabile scontro. La Germania è interessata al non intervento sovietico mentre sta per lanciare il suo piano di occupazione del cosiddetto “corridoio di Danzica” (Banti [2009], p. 217) e, in prospettiva, di attacco sul fronte occidentale contro Francia e Gran Bretagna, considerate responsabili dello strangolamento economico e politico tedesco. La guerra contro i bolscevichi è una guerra “ideologica”, strategicamente inevitabile, ma la guerra contro Francia e Gran Bretagna è una guerra necessaria per cambiare i rapporti di forza internazionali e sollevare la Germania dal tallone delle due grandi potenze europee; in fondo, il nazismo è stato appoggiato da larghe masse popolari non certo per il suo programma anti-comunista [11] quanto piuttosto per la sua promessa di risollevare le sorti del paese e vendicare il tradimento delle élite che hanno sottoscritto ed applicato Versailles.
Il 22 giugno 1941 il patto di non aggressione viene infranto dalla Germania e dai suoi alleati [12] che avviano l’invasione dell’URSS con l’Operazione Barbarossa; questa operazione non solo non ottiene il risultato sperato ma anzi, dialetticamente, si rovescia in una disfatta. Evidentemente il patto alla fine è stato più utile ai russi che ai tedeschi.
Note
[1] Per un’analisi in questo senso cfr. Extracts from the theses of the sixth Comintern Congress on the international situation and the tasks of the Communist International, 29 August 1928, Protokoll, VI, 4, p. 13 in Degras [1965].
[2] Negli anni ’20 si può usare il termine “socialdemocratico” in senso chiaramente negativo perché i comunisti hanno ormai cambiato ogni denominazione ambigua (a cominciare dai bolscevichi che per lungo tempo erano appartenuti al Partito Operaio Social-Democratico Russo (POSDR) di cui avevano costituito l’ala rivoluzionaria).
[3] Nel “maggio di sangue” del 1929 la polizia berlinese, guidata dall’SPD, spara sugli operai comunisti che sono scesi in piazza sfidando il divieto a manifestare e uccide almeno 33 persone.
[4] cfr. Extracts in Degras [1965].
[5] Sul ruolo della NATO e della CIA nella “strategia della tensione” in Italia, eseguita concretamente da organizzazioni neofasciste e neonaziste (soprattutto Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR)) grazie alla supervisione e alla copertura di organismi dello Stato (soprattutto, ma non solo, i servizi segreti militari e civili, l’Ufficio Affari Riservati, importanti settori delle forze armate e dei carabinieri, settori politici di governo che in certe fasi arrivano fino al livello della Presidenza della Repubblica) e di organizzazioni occulte come la loggia massonica P2 guidata da Licio Gelli o i Nuclei di difesa dello Stato, esistono ormai un’ampia documentazione e numerose sentenze della magistratura. Interessante la riflessione sulla strategia della tensione su scala internazionale in Giannuli [2018].
[6] Proprio l’esito di queste elezioni assieme al movimento per le occupazioni delle terre da parte dei braccianti suscitano la reazione stragista a Portella delle ginestre, attribuita sbrigativamente alla banda di Salvatore Giuliano ma in realtà promossa, coordinata e coperta da un ben più ampio arco di soggetti interessati a fermare l’avanzata elettorale, sindacale e politica dei partiti di sinistra e del movimento dei lavoratori (per una ricostruzione cinematografica suggestiva cfr. il film Segreti di stato di Paolo Benvenuti, 2003).
[7] Specifico “degli altri paesi” in quanto il fascismo italiano e il nazionalsocialismo tedesco sono saliti al potere con l’esplicito e determinante appoggio dei partiti liberali e conservatori dei rispettivi paesi (per il caso tedesco cfr. Shirer [2014]).
[8] Seppur affogate in un mare magnum di retorica sul “popolo” e sulla “nazione” – concetti peraltro largamente sovrapposti in chi identifica l’essenza del popolo nel sangue (Blut) e nella terra (Boden) – le invettive principali di Hitler nel Mein Kampft sono rivolte contro le potenze europee e le classi dirigenti tedesche accusate di aver messo in ginocchio la Germania dopo Versailles e soprattutto contro il bolscevismo, considerato nemico esistenziale; solo in parte minore sono rivolte contro gli ebrei che vengono usati soprattutto come capro espiatorio con la giustificazione della loro “estraneità al Volk”.
[9] Non a caso il primo articolo del “protocollo addizionale segreto” del patto prevede che il confine settentrionale della Lituania debba rappresentare il confine delle sfere di influenza di Germania e URSS (cfr. ISN [2010]).
[10] Dettagliatissima la voce di Wikipedia (link).
[11] I programmi dei movimenti fascisti prendono sempre a prestito, seppur ipocritamente, idee popolari del movimento operaio; non si deve dimenticare, per fare un esempio, che nella sua stessa denominazione il partito nazista presenta parole come “socialista” e “lavoratori”.
[12] Italia, Romania, Ungheria, Finlandia, Slovacchia, Croazia (e, in forma indiretta, Spagna e Bulgaria).



