Marco Riformetti | La storia non è finita
Da Marco Riformetti, Lenin e la filosofia politica di Stato e rivoluzione, Tesi di laurea in filosofia, Pisa, 2017.

Nessuno può negare che l’esperienza di costruzione del socialismo nel ‘900 sia stata sconfitta. I detrattori del socialismo tendono a dire che se questo è avvenuto è perché non poteva far altro che avvenire, dal momento che al capitalismo – per dirla à la Thatcher – non c’è alternativa. Indubbiamente la storia concreta del “socialismo reale” ha seguito un corso molto diverso da quello che Lenin sembrava immaginare nell’estate del 1917: invece dell’inizio dell’estinzione dello Stato si è avuta un’ipertrofia dello Stato; invece dell’allargamento della democrazia popolare si è consolidato un apparato di potere che ha reso impossibile qualsiasi opzione autenticamente socialista. Non è questa la sede per approfondire come e quando tutto questo sia avvenuto; ci basti riconoscere che è avvenuto.
La sconfitta del tentativo di costruzione del socialismo nel ‘900 è un problema che non si può rimuovere, sebbene sia giusto riconoscere che anche la borghesia ha impiegato secoli per affermare stabilmente il proprio potere politico e il capitalismo si è affermato come modo di produzione dominante solo a partire dal XVIII secolo, con lo sviluppo della sua dimensione industriale, ovvero molto tempo dopo la sua nascita come capitalismo mercantile attorno al XII secolo, epoca dei Comuni, delle Repubbliche cittadine e marinare, della Lega Anseatica.
Ma questa sconfitta non può essere usata come argomento per dichiarare la “fine della storia” e con essa l’impossibilità strutturale del superamento in senso socialista del capitalismo.
Primo perché, come mostra la stessa storia della borghesia, il processo di transizione da un modo di produzione ad un altro è sempre molto lungo e contraddittorio
“…la sfasatura tra programmi e risultati è propria di ogni rivoluzione. I giacobini francesi non hanno realizzato o restaurato la polis antica; i rivoluzionari americani non hanno prodotto la società di piccoli agricoltori e produttori, senza polarizzazione di ricchezza e povertà, senza esercito permanente e senza forte potere centrale; i puritani inglesi non hanno richiamato in vita la società biblica da loro miticamente trasfigurata” [119]
C’è poi un secondo punto. È certamente vero che lo sviluppo del socialismo in URSS non è stato quello prefigurato da Stato e rivoluzione, ma è altresì vero che, come Cristoforo Colombo aveva scoperto l’America mentre stava cercando le Indie (e ciò che scoperse divenne ancor più importante di ciò che non scoperse) così, analogamente, Lenin “scoperse concretamente”, mentre cercava la via per cominciare ad estinguere lo Stato, che lo Stato – persino lo Stato borghese – era duro a morire, anche dopo una rivoluzione socialista, e che un conto è la conquista del potere che può essere spinta da tutta una serie di fattori contingenti e ben altro conto è costruire un sistema economico-sociale – e persino un habitus – del tutto nuovi: che un conto è la critica dell’esistente e tutt’altra cosa è saper pensare e costruire il non ancora esistente. Problema, a dire il vero, ancora attualissimo.
Non che Lenin non avesse previsto le difficoltà della fase rivoluzionaria; da questo punto di vista proprio alcune affermazioni di Stato e rivoluzione hanno il sapore della vera e propria “profezia” [120]
“Nella sua prima fase, nel suo primo grado, il comunismo non può essere, dal punto di vista economico, completamente maturo, completamente libero dalle tradizioni e dalle vestigia del capitalismo. Di qui un fenomeno interessante come il mantenimento dell’«angusto orizzonte giuridico borghese» nella prima fase del regime comunista. Certo, il diritto borghese, per quel che concerne la distribuzione dei beni di consumo, suppone pure necessariamente uno Stato borghese, poiché il diritto è nulla senza un apparato capace di costringere all’osservanza delle sue norme. Ne consegue che in regime comunista sussistono, per un certo tempo, non solo il diritto borghese ma anche lo Stato borghese, senza borghesia!” [121]
Il punto, d’altra parte, non è se Lenin sia stato in grado di prevedere le difficoltà della fase di transizione (ben altrimenti geniali sono state altre intuizioni di Lenin); il punto è che Lenin è stato in grado di analizzare, grazie ad una straordinaria lucidità e onestà intellettuale, senza alcuna remora ideologica, le varie fasi che il potere sovietico si è trovato a fronteggiare e in particolare quella che Lenin stesso chiama capitalismo di Stato sotto la dittatura del proletariato, a suo avviso indispensabile per la ricostruzione immediata di un paese in ginocchio
“Nel periodo immediatamente successivo all’abbandono del ‘comunismo di guerra’, tra la primavera e l’autunno del 1921, la concezione prevalente sulla NEP era, come abbiamo visto, che essa significasse un ritorno al sistema del capitalismo di Stato, il sistema che il Partito Bolscevico aveva proposto di seguire già all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre. Questo “ritorno” testimonia la posizione centrale occupata per lungo tempo nel pensiero di Lenin e del Partito Bolscevico dell’idea del capitalismo di Stato sotto la dittatura del proletariato” [122]
Una situazione che propone un modo di produzione ancora largamente capitalistico – o addirittura, in ampi settori, pre-capitalistico – e al tempo stesso un potere politico di tipo proletario o comunista – se vogliamo distinguere tra classe e partito – è certamente una situazione difficile da comprendere per chi non riesce a cogliere il rapporto dialettico e non deterministico che intercorre tra struttura e sovrastruttura, per chi tende a considerare l’evoluzione nell’ambito della sovrastruttura come prodotto diretto e unidirezionale dell’evoluzione nel campo della struttura.
Come fa osservare Lukàcs nella sua critica a Rosa Luxemburg
“Si chiede dunque: la funzione economica e sociale dello stato proletario è la stessa dello stato borghese? Esso può dunque soltanto – nel caso sfavorevole – affrettare o rallentare uno sviluppo economico da esso indipendente (cioè totalmente primario rispetto ad esso)? È chiaro che la risposta all’obiezione di Rosa Luxemburg contro i bolscevichi dipende dal modo in cui si risponde a questa domanda. Se si risponde affermativamente Rosa Luxemburg ha ragione: lo stato proletario (il sistema dei soviet) può sorgere soltanto come «sovrastruttura» ideologica dopo ed in seguito ad un rivolgimento economico sociale che ha già avuto successo. Le cose cambiano se scorgiamo invece la funzione dello stato proletario nel gettare le basi per l’organizzazione socialista, che è dunque un’organizzazione cosciente, dell’economia.”
È evidente che il socialismo non si può “decretare”; e tuttavia si può – ed anzi si deve – sostenerne lo sviluppo dal momento che esso non si afferma spontaneamente
“Le basi del modo di produzione capitalistico e, insieme ad esse, la «necessità naturale» che si impone coercitivamente, non sono tolte di mezzo per il fatto che il proletariato ha preso il potere, e neppure per il fatto che si impone istituzionalmente una socializzazione dei mezzi di potere, per quanto essa possa essere ampia. Il suo allontanamento, la sua sostituzione mediante l’organizzazione cosciente dell’economia socialista non deve tuttavia essere intesa soltanto come un lungo processo, ma piuttosto come una lotta dura, consapevolmente condotta. Ci si deve conquistare questo terreno passo passo, con la lotta.” [123]
La vittoria del socialismo non è lo sviluppo di un processo autonomo della storia, ma l’affermazione in una lotta all’ultimo sangue tra il nuovo che vuole nascere e il vecchio che non vuole morire.
Del resto, e qui c’è un altro punto teoreticamente importante, il socialismo si presenta come combinazione – variabile nel tempo in base agli esiti della lotta di classe – di elementi che possono essere ricondotti al modo di produzione capitalistico e a quello comunista
“Theoretically, there can be no doubt that between capitalism and communism there lies a definite transition period which must combine the features and properties of both these forms of social economy. This transition period has to be a period of struggle between dying capitalism and nascent communism – or, in other words, between capitalism which has been defeated but not destroyed and communism which has been born but is still very feeble.” [124]
Si potrebbe dunque dedurre che il socialismo non esiste in quanto modo di produzione indipendente
“socialism is not an independent economic and social formation, and even less is it an independent historical mode of production. There is no socialist mode of production in the sense that there is a capitalist mode of production or a communist mode of production, contrary to what mechanistic Marxists like Kautsky or Plekhanov believed” [125]
Lenin “scopre l’America” quando registra che c’è un periodo di transizione pre-socialista che precede il periodo di transizione socialista. Ovvero, quando scopre, nel processo vivo di un esperienza senza precedenti, le asperità del cammino, imparando a muoversi tra di esse.
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Attraverso Stato e rivoluzione Lenin polemizza esplicitamente con alcune tendenze politiche che nel 1917 sono molto influenti, tanto in Europa (Kautsky, SPD), quanto in Russia (da luglio 1917 i menscevichi sono entrati nel governo Kerensky). Si tratta di tendenze che combattono aspramente le posizioni bolsceviche sia prima [126] che dopo [127] l’Ottobre e che si fondano, in definitiva, sulla convinzione che quella in atto sia e debba restare una rivoluzione democratico-borghese impossibile da sviluppare, almeno per il momento, in senso socialista
“The principal claim of the Menshevik critique of the Bolshevik seizure of power in Russia in October 1917 was that the conditions specified by Marx (and generally accepted by Western socialists) for the transition to socialism had not matured […] The most basic of these specifications was that modes of production have, to a large extent, an autonomous historical logic […] The locus classicus for this determinist specification of revolutionary ripeness was Marx’s famous ‘Preface to the Critique of Political Economy’. Here, it would appear, Marx lays down clear conditions for the transition:
“No social order ever perishes before all the productive forces for which there is room in it have developed; and new, higher relations of production never appear before the material conditions of their existence have matured in the womb of the old society itself.”” [128]
Contro Lenin i menscevichi si appellano a Marx e dichiarano che la rivoluzione sociale può avere luogo solo se la contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti sociali di produzione ha raggiunto un livello sufficientemente avanzato (la qual cosa non può certo dirsi per un paese che ha avuto uno sviluppo capitalistico significativo solo in tempi relativamente recenti). Probabilmente i menscevichi hanno ragione a sostenere che le condizioni ipotizzate da Marx come fondamento per la rivoluzione sociale non si sono ancora formate; e non solo nella Russia del 1917. In effetti, si deve riconoscere che il modo di produzione capitalistico è stato capace, nel corso nel ‘900, di realizzare uno sviluppo straordinario delle forze produttive – obbiettivamente inimmaginabile –, tutt’ora in atto.
Ma i menscevichi hanno torto a dedurre che il proletariato non deve prendere il potere perché è solo prendendo il potere che il proletariato può capire di essere o non essere davvero maturo per dare avvio al processo di costruzione di una società nuova. Un approccio deterministico e anti-dialettico impedisce ai menscevichi di concepire il fatto – posto dalla storia, non da Lenin – della possibilità di una inedita combinazione tra la conquista del potere politico da parte delproletariato rivoluzionario e la permanenza di una formazione economico-sociale di tipo capitalistico (sia pure di Stato [129]). Un vero e proprio “dualismo di poteri” che, certo, non poteva durare a lungo senza risolversi o nel ritorno ad un pieno capitalismo di Stato o nello sviluppo reale del socialismo (cosa ben diversa dallo sviluppo del socialismo reale).
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Critiche a Lenin e alla tattica rivoluzionaria bolscevica arrivano anche dall’interno del movimento rivoluzionario (da parte di Rosa Luxmburg, ad esempio, o da parte della sinistra tedesco-olandese dell’Internazionale Comunista che fa riferimento alle posizioni di Hermann Gorter e Anton Pannekoek).
Rosa Luxemburg rimprovera ai bolscevichi di voler anticipare le tappe di un processo che non può essere imposto, ma che deve avere il tempo di svolgersi con una sua gradualità
“Anche in rapporto alla rivoluzione russa, Rosa Luxemburg non nega la necessità della violenza. «Il socialismo – essa dice – ha come presupposto una serie di misure violente contro la proprietà, ecc.»; e più tardi, anche nel programma spartachista si riconosce che «alla violenza della controrivoluzione borghese si deve contrapporre la violenza rivoluzionaria del proletariato». Eppure questo riconoscimento del ruolo della violenza si riferisce soltanto all’aspetto negativo, all’eliminazione degli ostacoli, non alla stessa struttura sociale. Questa non può essere «introdotta o imposta per decreto». «Il sistema sociale socialista – dice Rosa Luxemburg – deve e può essere soltanto un prodotto storico nato dalla scuola autonoma dell’esperienza che, proprio come la natura organica di cui essa è in ultima analisi una parte, ha la buona abitudine di produrre sempre, insieme ad un reale bisogno sociale, anche il mezzo della sua soddisfazione, insieme ad un certo problema anche la sua soluzione»” [130]
Bisogna tuttavia stare attenti a non cadere in una visione storicista che propone l’ineluttabilità del crollo capitalista e della vittoria socialista (se semplicemente i rivoluzionari sono capaci di assecondare la spinta che proviene spontaneamente dalle masse); una visione di questo genere conduce inevitabilmente a sottovalutare il ruolo della soggettività rivoluzionaria tanto nella pars destruens – la produzione della rottura – quanto nella pars construens – la costruzione successiva –.
Anche la critica (che verrà poi definita) consigliarista a Lenin e al processo rivoluzionario in atto in Russia pone elementi importanti che meritano di essere analizzati attentamente (come ad esempio quello della tendenza – che alcuni considerano eccessiva – a proporre la tattica russa come modello anche per i movimenti rivoluzionari non russi [131]) sebbene, ad onor del vero, la profezia avverata della sconfitta del processo rivoluzionario russo non può far dimenticare la disfatta di quello tedesco, passato attraverso la sconfitta di rivolte immature e la polverizzazione gruppuscolare del movimento rivoluzionario per poi sfociare, in ultimo, nell’impotenza di fronte all’ascesa del nazismo; o la completa dissoluzione di quello americano che pure, nella seconda metà dell’800, sembrava poter diventare il movimento più importante a livello internazionale (tanto da suggerire lo spostamento a New York della sede dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, nel 1872); per non parlare di quello italiano passato nell’arco di due anni dal “biennio rosso” pre-rivoluzionario alla semi-paralisi di fronte alla Marcia su Roma e al fascismo.
Insomma, sono molte le questioni sulle quali l’esperienza storica e politica del ‘900 ci spinge a riflettere. In modo rigorosamente non dogmatico e senza alcuna concessione alla falsa coscienza: “ne pas se raconter d’histories”, direbbe Althusser [132].
Note
[119] Losurdo [2012], pag. 114.
[120] (Qui forse Lenin avrebbe voluto scrivere “senza borghesia al potere”).
[121] Lenin [25], pag. 442.
[122] Bettelheim [1976], pag. 464 (corsivi e traduzione miei): “In the period immediately after the abandonment of ‘war communism’, between the spring and autumn of 1921, the prevailing conception of the NEP was, as we have seen, that it meant a return to the policy of state capitalism, the policy that the Bolshevik Party had proposed to follow on the morrow of the October Revolution. This “return” testifies to the central position occupied for a long period, in the thinking of Lenin and the Bolshevik Party, by the idea of state capitalism under the dictatorship of the proletariat.”
[123] Lukàcs [1973], pag. 347.
[124] Cfr. Lenin [33], Report on the NEP presented to the Eleventh Congress of the RCP(B) in 1922 (XXXIII, 259ff.)
[125] Balibar [1977], pag. 140.
[126] Fino al punto che il governo Kerensky mette fuori legge i bolscevichi dopo le “giornate di luglio” accusandoli di essere al soldo del nemico tedesco.
[127] Kautsky [1918].
[128] Harding [1996], pag. 88.
[129] O addirittura largamente pre-capitalistico, come sarebbe avvenuto in Cina dal 1949 in poi.
[130] Lukacs [1973], pag. 342.
[131] Questa è una delle principali critiche che Hermann Gorter rivolge al testo di Lenin Estremismo, malattia infantile del comunismo nel quale “venivano attaccate tutte le componenti radicali del movimento operaio dell’epoca, dalle sinistra tedesche agli IWW americani, compresa la stessa sinistra italiana antiparlamentarista”. Cfr. Gorter [1920].
[132] Althusser [2015].



