Antiper | Lenin, uomo del futuro, III
Antiper, Lenin, uomo del futuro, capitolo III, PDF, A5, 36 pagine | La fondazione dell’Iskra, la lotta contro lo spontaneismo, il Che fare? Il II Congresso del POSDR. Un passo avanti e due indietro
Antiper, Lenin, uomo del futuro, capitolo III, PDF, A5, 36 pagine | La fondazione dell’Iskra, la lotta contro lo spontaneismo, il Che fare? Il II Congresso del POSDR. Un passo avanti e due indietro
Da quando si è diffusa nella rivolta di Minneapolis la pratica della distruzione di statue (specialmente quella di Cristoforo Colombo) in larga parte dell’asin/istra social italiana è scattato il classico riflesso condizionato (di cui è espressione esemplare la parola d’ordine “imbrattiamo la statua di Montanelli!”); non potendo emulare le cose più interessanti della rivolta americana (ovvero una mobilitazione radicale contro il razzismo e l’ingiustizia sociale che coinvolge milioni di persone, soprattutto giovani, trasversalmente alle comunità), l’asin/istra ha deciso che poteva comunque emulare (a chiacchiere) quelle meno interessanti
Una delle tendenze più deleterie e longeve della sinistra è certamente quella di enfatizzare acriticamente ogni movimento sociale che si presenta sulla scena e di esaltarne la spontaneità come la più grande delle virtù. Non si rende conto, questa sinistra, che niente è meno spontaneo di un movimento “spontaneo” giacché la spontaneità altro non è che la libera espressione di tutte le forme di condizionamento e “socializzazione” a cui ciascuno di noi è sottoposto, sin dalla nascita, dal sistema di relazioni in cui è immerso. Senza contare che la spontaneità dei movimenti è quasi sempre la ragione del loro insuccesso.
Si resta attoniti di fronte al modo straordinariamente superficiale in cui la sd (se-dicente) “sinistra” ha affrontato le rivolte arabe e la guerra di Libia. Una volta ci si perdeva in dibattiti senza fine sul rapporto tra crisi e guerra. Sembrava che a questo mondo nulla potesse accadere che non fosse in qualche modo riconducibile alla crisi. La crisi era la pietra angolare di tutto. Oggi, invece, l’influenza della crisi nelle rivolte viene relegata alla sola – e riduttiva – dimensione iper-economicistica del peggioramento delle condizioni materiali delle masse, la quale avrebbe scatenato le “rivolte per il pane” lanciate da appelli via Facebook; le rivolte sarebbero state represse nel sangue dai vecchi rais, ma poi i rais sono stati costretti ad mollare sotto la pressione di piazze disarmate. La Rivoluzione vince. Happy ending.
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