Pino Arlacchi | Razza, colonialismo e genocidio
Brano tratto dal libro di Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente, Fazi, ottobre 2025

La divergenza tra la vicenda cinese e il lato satanico dell’Occidente qui è totale. Il primo incontro su vasta scala degli europei con popolazioni distanti è avvenuto nel corso dell’espansione transoceanica, dal xv al xviii secolo, e ha avuto esiti catastrofici. Lo scontro è stato totalizzante perché alimentato dall’idea che il genere umano sia diviso da una gerarchia invalicabile tra barbari e civilizzati. La violenza razziale, il genocidio e la colonizzazione hanno perciò dominato il campo dei rapporti dell’Europa con gli altri continenti.
La portata reale di questa sciagura è emersa solo di recente grazie al progresso della ricerca storica e a più avanzate tecniche di indagine. Sono così venute alla luce atrocità prima nascoste o minimizzate. Sono state le potenze imperiali europee dopo la scoperta colombiana dell’America e le popolazioni di coloni del xix secolo che hanno inventato i campi di concentramento, deportato etnie, eseguito genocidi, assassinii di massa e pulizie etniche in parecchi dei territori conquistati. L’elenco è lungo, e si accresce di continuo con l’esplorazione degli archivi. Episodi di carestie e di massacri di spaventose proporzioni ignorati o poco conosciuti vengono pian piano alla luce, e la triste graduatoria sulle atrocità massime della storia recente deve essere incessantemente aggiornata.
È l’Occidente che ha compiuto, dal 1492 in poi, il più grande genocidio della storia dell’umanità. Quello che viene chiamato “l’olocausto americano”, usando, come scrive Piergiorgio Odifreddi, «un sostantivo inadeguato e riduttivo perché richiama inevitabilmente la Shoah. La quale, pur nella tragicità dei suoi 15 milioni di vittime, 40 per cento delle quali ebree, costituì infatti un evento molto più ristretto. I suoi numeri impallidiscono di fronte allo sterminio dei maya, degli inca e degli altri nativi americani, provocato dall’arrivo degli spagnoli e dei portoghesi» [33].
Le colonie di insediamento create dai conquistatori europei si trasformarono in macchine di annichilimento e di predazione talmente micidiali da condurre un intero continente sull’orlo dell’estinzione:
Si può ritenere che nell’anno 1500 la popolazione del globo fosse nell’ordine dei 400 milioni di abitanti, 80 dei quali residenti in America. Verso la metà del Cinquecento, di questi 80 milioni ne restavano 10. Limitando il discorso al Messico, alla vigilia della conquista la popolazione era di circa 25 milioni di abitanti, e nel 1600 era ridotta a un milione.
Si tratta di un record. Non solo in termini relativi, con una distruzione dell’ordine del 90 per cento o più, ma anche in termini assoluti, perché la popolazione del globo venne diminuita di 70 milioni di esseri umani. Nessuno dei grandi massacri del Novecento può essere paragonato a questa ecatombe [34].
«Ma queste agghiaccianti cifre si riferiscono solo al Centro e Sud America, e al solo Cinquecento. Il bilancio totale dell’olocausto americano dovrebbe invece tener conto dell’intero continente e di tutti i cinque secoli di colonizzazione, e comprendere lo sterminio delle tribù del Nord. Andrebbe poi aggiunto l’olocausto oceanico, con gli stermini degli aborigeni australiani, dei maori neozelandesi, e dei tahitiani e hawaiani polinesiani» [35].
La cifra del 95 per cento degli amerindiani annientati dai vari Colombo e Cortés è oggi accettata dalla maggior parte degli studiosi.
Tra la data fatale del 1492 e l’abolizione della schiavitù in Brasile nel 1888, inoltre, la gestione europea dell’alterità dette luogo a quattro secoli di commercio transatlantico degli schiavi. Anche qui le cifre sono diventate alquanto precise. I registri delle navi schiaviste e gli studi demografici in loco hanno prodotto la cifra di 12 milioni di schiavi trafficati, nonché il dimezzamento della popolazione dell’Africa e lo sterminio di decine di milioni di asiatici [36].
La specialità tutta europea del genocidio delle popolazioni conquistate ha prodotto ben cinque nazioni – gli Stati Uniti, il Canada, la Nuova Zelanda, l’Australia e il Sudafrica – tutte fondate sullo sterminio, la deportazione e l’ammassamento entro riserve delle popolazioni aborigene. «Nel 1914 il colonialismo aveva condotto l’85 per cento della terra sotto il dominio europeo nella forma di colonie, protettorati, dipendenze, domini e commonwealth» [37].
A queste nazioni se ne è aggiunta una sesta nel 1948, con la fondazione dello Stato di Israele tramite l’espulsione violenta di 700.000 palestinesi dalla propria terra, e con i massacri genocidiali successivi, culminati (forse, essendo tuttora in corso) nelle stragi di Gaza del 2023-2025. Vige oggi in Israele un regime di apartheid simile a quelli scomparsi del Sudafrica e della Rhodesia.
Sono questi i fatti che dovrebbero essere messi in campo quando si discute di Cina, di Oriente e di Occidente. Anche gli studiosi occidentali più distaccati dovrebbero tenere presente il monito del grande antropologo Claude Lévi-Strauss: «Dobbiamo essere consapevoli di far parte di una civiltà che ha commesso un genere di peccato imperdonabile – secondo me il più grande mai commesso nella storia dell’umanità –, che è quello di avere distrutto o di aver tentato di distruggere metà della ricchezza del genere umano» [38].
Non ci risulta che in alcuna parte dell’Asia e del resto del mondo, in diverse epoche storiche, siano avvenute colonizzazioni e olocausti di portata anche lontanamente simile a quelli compiuti dagli europei. L’unica popolazione asiatica protagonista di una vasta e cruenta espansione territoriale è stata quella dei mongoli, ma si è trattato di una popolazione nomade, priva di un vero e proprio apparato di governo, che non ha creato colonie né cercato di imporre agli assoggettati niente al di fuori di instabili tributi. Il parassitismo mongolo ha mostrato dei limiti sconosciuti al parassitismo bianco.
I segni dell’epoca coloniale non sono stati cancellati dal processo di decolonizzazione avviato negli anni successivi alla seconda guerra mondiale e che ha visto diventare indipendenti quasi tutti i paesi assoggettati al dominio occidentale.
Si sono fatti calcoli piuttosto precisi di quanto l’assoggettamento coloniale sia costato all’umanità. Paul Bairoch ha stimato che ancora nel 1750 non esisteva alcun gap di reddito pro capite tra Europa e resto del mondo. Anzi, il reddito pro capite dei paesi del Terzo Mondo (188 dollari) era lievemente superiore a quello dei paesi sviluppati (182 dollari) [39]. Nel 1977 si era aperta una voragine secondo la quale il reddito pro capite dei paesi ricchi era di 29,1 volte quello degli altri [40]. Nel 2017 tale gap era cresciuto fino a 40 volte. Acemoglu e Robinson hanno stimato che 1/3 della disuguaglianza di reddito attualmente esistente tra i paesi occidentali e il resto del mondo può essere ascritta all’impatto storico del colonialismo europeo, da loro pudicamente chiamato «fattore istituzionale» [41]. Ma si tratta di una evidente sottostima. L’incidenza effettiva del “fattore coloniale” è certamente molto superiore.
L’incapacità degli europei di tollerare le differenze può essere compresa solo facendo entrare in campo il tema della razza, intesa come frattura incomponibile del genere umano, e del razzismo come ideologia della disuguaglianza tra le razze. Chiariamo subito che mentre la razza non esiste, il razzismo come teoria e come pratica è vivo e vegeto in Occidente da lungo tempo.
Il razzismo non deve essere confuso con il senso istintivo di apprensione, con il disagio e la paura che si avvertono nel momento del contatto con popoli sconosciuti. Il timore iniziale verso ciò che ci è estraneo è una reazione naturale, universale, che ha lo scopo di proteggere il benessere psicofisico dell’individuo e che si attenua o dissolve con lo scambio tra popoli e culture prima estranei. Il pregiudizio razzista entra in campo quando la paura dello straniero ha trasceso lo sconcerto iniziale ed è divenuta una fobia ostile e pervasiva.
Il pregiudizio e la xenofobia, perciò, non sono una peculiarità occidentale. Sono presenti in molte culture e società dotate di una pronunciata consapevolezza di se stesse. I concetti di razza e il razzismo, invece, sono costruzioni essenzialiste, ontologiche, della disuguaglianza umana che si sono formate nell’antichità greco-romana diffondendosi poi nell’Europa medievale e moderna. La paura dello straniero per ragioni ideologiche è cosa ben diversa da quella provvisoriamente nutrita per ragioni contingenti.
È l’ideologia razzista che ha bloccato la crescita di ogni empatia tra europei e popoli colonizzati. Nonostante quattro secoli di contatti con gli altri continenti, ha scritto lo storico Paul Gordon Lauren, «l’atteggiamento degli europei verso la razza non ha mostrato alcun cambiamento significativo. La maggiore familiarità non si è tradotta in maggiore tolleranza, compassione o accettazione. Le vecchie immagini stereotipate sono rimaste tali e quali» [42].
È sconfortante dover rilevare come negli Stati Uniti di questi giorni – ritenuti da molti il faro della civiltà occidentale – il razzismo verso i cittadini di origine extraeuropea sia ancora oggi largamente diffuso in ogni parte del paese, come indicato dal successo di libri di denuncia dall’eloquente titolo di Caste. The Origins of Our Discontents [43].
Le prime forme di razzismo sono nate nel mondo greco-romano e hanno fornito le basi del razzismo scientifico dell’Ottocento. La matrice del razzismo occidentale è la teoria aristotelica della schiavitù naturale, secondo la quale i non-greci, i barbari, sono esseri subumani la cui funzione è di essere schiavizzati dall’uomo greco (bianco). Gli schiavi naturali sono quelli che, lasciati a se stessi, sono incapaci di ragione, e devono essere soggiogati da un agente razionale (il maschio greco) per avvicinarsi alla ragione [44].
Tutti i non-greci, per Aristotele, sono schiavi naturali. Il loro status è ontologico perché non esiste alcun modo per migliorare la loro condizione fino al punto di farli diventare non-schiavi, uguali ai padroni greci. È del tutto inutile educare i barbari non-greci. Proprio come è nella natura di un cane essere cane, l’essenza di un barbaro-schiavo è quella di essere tale. Non è questione di primitività, di inciviltà destinata a evolversi attraverso il contatto con entità superiori. Un barbaro, come un cane, non diventerà mai umano.
Razzismo, colonialismo e genocidio sono maledizioni congenite alla storia dell’Occidente. Esse sono portatrici di un dilemma tra vita e morte che finisce col travolgere anche i perpetratori. La violenza assoluta non distrugge solo le vittime ma fa male anche ai carnefici perché assolutizza i loro rapporti.
La sinistra ammonizione di Tocqueville sulla possibile fine tragica della civiltà europea nello scontro che essa ha aperto con il resto del mondo si fonda proprio sull’idea di “due razze” che si affrontano in un combattimento mortale dove «non viene né offerta né accettata alcuna misericordia. In questa lotta, una delle due deve morire. Possa Dio proibire che sia questo il nostro destino» [45].
Il concetto di razza è inesistente nel pensiero cinese, e la schiavitù non ha mai riguardato più dell’1 per cento della popolazione [46]. I “barbari” qui non esprimono una diversità razziale – e neppure religiosa, etnica o nazionale – ma uno stadio di sviluppo culturale inferiore a un dato standard di incivilimento. Uno stadio destinato a evolversi tramite il contatto con una civiltà più avanzata come quella cinese.
I barbari in senso stretto non erano stranieri, né esseri irrimediabilmente inferiori. Erano quella parte del genere umano che si trovava sotto la giurisdizione dell’Impero cinese universale e i cui membri avevano avuto la sfortuna di nascere barbari.
Il concetto della crescita civile dei barbari pervade l’intero pensiero cinese, che lo considera analogo all’idea della crescita del singolo individuo (cinese e non) attraverso il processo confuciano di miglioramento di se stessi, il cui culmine è lo jen, l’amore per il prossimo.
L’assenza di un determinismo razziale nel pensiero cinese è provata dalla fluidità della separazione tra “barbari” e “cinesi” e dalla reversibilità del processo di assimilazione. La separazione è definita dai comportamenti. Quando questi cambiano nel tempo, cambia anche il senso della separazione. Tra “barbari” e “cinesi” non ci sono confini stabiliti una volta per tutte. Le linee di divisione sono fluttuanti e seguono gli alti e bassi dei livelli culturali.
Le parti si possono invertire. I cinesi possono diventare barbari quando smettono di comportarsi da civilizzati e adottano pratiche barbare. I barbari emancipati potevano essere superiori ai cinesi degenerati.
I classici avanzano numerosi esempi di militari e governanti cinesi che si sono de-civilizzati nel corso di conflitti particolarmente aspri, oppure di barbari che, per gli stessi motivi, sono ritornati allo stato originario dopo essersi emancipati [47].
Il caso dello Stato Wu che invase lo Stato Chu nel 483 a.C. è esemplare. L’invasore era uno Stato barbaro divenuto cinese che «commise atti di violenza e di licenziosità incontrollata, regredendo così ai metodi dei barbari. Per questa ragione, [i commentatori del tempo] revocarono al capo dello Stato Wu il suo titolo di nobiltà, e lo qualificarono di nuovo “barbaro”» [48].
Nonostante barbari e cinesi vivano separati, per Confucio esiste uno standard morale e culturale che vale per tutti. Perciò può accadere che i barbari si dimostrino superiori ai cinesi. «Il Maestro disse. Le rudi tribù dell’Est e del Nord sono state capaci di mantenere i loro governanti. Non si trovano nello stato di decadenza in cui ci troviamo ora in Cina» [49].
In definitiva, il termine “barbaro” in Confucio non possedeva una spregiativa connotazione razziale. E il termine “Cina” significava per lui “l’insieme dei vari popoli dello Hsia” (le genti della Pianura centrale), “i paesi civili”, e non “i discendenti dell’Imperatore Giallo” o “gli appartenenti alla razza cinese”.
Ma cosa poteva accadere se una popolazione di barbari rifiutava di farsi illuminare dalla virtù del Figlio del Cielo? Accadeva che il castigo attraverso l’uso della forza doveva limitarsi ai casi in cui il rifiuto si fosse tramutato in atti di ostilità come sconfinamenti, invasioni e saccheggi nel territorio dell’Impero di Mezzo: un’operazione difensiva e non una politica di aggressione e di conversione forzata ai valori e ai costumi della civiltà cinese.
La pietra angolare della politica estera cinese, studiata e praticata dai dirigenti dell’Impero lungo tutta la sua storia, fu quella del non-intervento e del non-sfruttamento dei barbari. Se i barbari non aspiravano a una vita migliore, non c’era alcun bisogno di costringerli a farlo. L’uso dei barbari come manodopera schiavizzata o a costo zero non era necessario, e perciò era meglio lasciarli in pace.
La politica del non intervento della Cina verso i popoli confinanti si estese fin dai suoi inizi anche agli affari interni di questi ultimi, consolidandosi in un mantra rimasto valido fino ai nostri giorni. Due tra le maggiori espansioni territoriali della storia cinese furono quella degli Han (206 a.C. – 220 d.C.) verso il Nordest e quella dei Ming (1368-1644) verso il Sudest. Entrambe furono contrassegnate dall’alternanza di guerre sanguinose e metodi non coercitivi. Ma entrambe furono motivate da considerazioni essenzialmente pratiche, di difesa della propria sicurezza, e non da un desiderio di dominio.
Gli Han intendevano evitare di essere invasi dagli Xiongnu, una grande confederazione di tribù nomadi che ha dominato gran parte delle steppe dell’Asia centrale dal iii secolo a.C. al ii secolo dell’era cristiana. Durante i quattro secoli di interazione con gli Xiongnu gli Han impiegarono una vasta gamma di strategie, dal confronto militare alle alleanze matrimoniali.
La sicurezza dell’Impero non venne rafforzata solo da una espansione della Cina degli Han. Essa fu in realtà un processo di unificazione nel quale fu usata, non poche volte, la forza militare. Ma l’intero movimento non fu animato da una inclinazione a possedere il mondo. La frontiera cinese si espanse sotto la spinta primaria della difesa della sicurezza dello Stato.
Lo scopo di tutto il movimento di espansione fu quello di trasformare una frontiera difficile da difendere in una periferia pacificata che funzionasse da cuscinetto contro incursori e conquistatori provenienti dall’Asia centrale. Una volta raggiunto questo obiettivo, attorno al 1760, si fermò anche l’espansione territoriale.
L’attività militare si convertì in azione di polizia mirata a consolidare il monopolio dell’uso della forza da parte dello Stato cinese all’interno dei nuovi confini. Per quanto di dimensioni considerevoli, l’espansione territoriale della Cina fu poca cosa di fronte a quella degli Stati europei dopo il 1492, che consistette in una catena senza fine di episodi di conquista e di spoliazione coloniale.
Note
[33] P. Odifreddi, C’è del marcio in Occidente, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2024, p. 97.
[34] T. Todorov, La Conquista dell’America. Il problema dell’«altro», Torino, Einaudi, 2014, p. 160.
[35] P. Odifreddi, op. cit., pp. 97-98.
[36] J. Walvin, Black Ivory: Slavery in the British Empire, Oxford, Oxford University Press, 2001, pp. 272-278. C.A. Bayly, The Birth of the Modern World, 1780-1914: Global Connections and Comparisons, Malden, Blackwell, 2004, p. 409.
[37] C.W. Mills, The Racial Contract, Ithaca, Cornell University Press, 1997, p. 29.
[38] M. Massenzio, “An Interview with Claude Lévi-Strauss”, in «Current Anthropology», vol. 42, n. 3, 2001, p. 419.
[39] P. Bairoch – M. Lévy-Leboyer, Disparities in Economic Development since the Industrial Revolution, Londra, Palgrave Macmillan, 1981, p. 8.
[40] D. Acemoglu – J.A. Robinson, “The economic impact of colonialism”, 2017, https://cepr.org/voxeu/columns/economic-impact-colonialism.
[41] Ibidem.
[42] P.G. Lauren, Power And Prejudice. The Politics And Diplomacy Of Racial Discrimination, Boulder, Westview Press, 1988, p. 10.
[43] I. Wilkerson, Caste. The Origins of Our Discontents, Londra, Penguin Random House, 2023.
[44] P. Garnsey, Ideas of slavery from Aristotle to Augustine, Cambridge, Cambridge University Press, 1996.
[45] A. de Tocqueville, Œuvres Complètes, vol. I, Parigi, Gallimard, 1992, p. 329. È utile tenere presente come Tocqueville considerasse questa problematica dal punto di vista di un colonialista francese ammiratore dell’imperialismo britannico e fervente sostenitore della necessità di conquistare, sottomettere e amministrare una “razza” inferiore. Sul tema cfr. M. Richter, “Tocqueville on Algeria”, in «The Review of Politics», vol. 25,
n. 3, 1963, p. 362.
[46] C.M. Wilbur, Slavery In China During The Former Han Dynasty, 206 B.C.- A.D. 25, Chicago, Alpha Edition, 2020.
[47] Ivi, pp. 140-142.
[48] Ivi, p. 139.
[49] Ivi, p. 138.



