Taggato: delocalizzazioni

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Antiper | Lavoratori al mercato

Nel modo di produzione capitalistico vige una sorta di “legge dei saggi di profitto comunicanti” [2] secondo la quale i capitali si spostano dai settori o i luoghi a saggio di profitto minore verso quelli a saggio di profitto maggiore.

Dal momento che il costo della forza-lavoro (il salario, in senso generale) incide sul prezzo di vendita delle merci, poter usufruire di forza-lavoro a costi inferiori consente di poter abbassare i costi di produzione. Consente, dunque: 1) di poter abbassare i prezzi per aumentare le vendite (cioè la massa di plusvalore entrante) oppure 2) di poter avere un maggiore saggio di profitto (praticando prezzi di vendita invariati e dunque rimanendo invariata la massa di merci vendute).

Quindi, quando si accusano le imprese di voler realizzare profitti attaccando il salario invece che investendo in innovazione tecnologica si dimentica – o si finge di dimenticare – che l’innovazione costa e che qualsiasi impresa, in qualsiasi parte del mondo capitalistico, prima di spendere anche un solo centesimo in nuove macchine cerca, attraverso nuove organizzazioni produttive del lavoro, attraverso il ricatto occupazionale, attraverso le de-localizzazioni… di abbassare i costi in forza-lavoro, ovvero in salari. Oppure innova perché è costrette ad inseguire al concorrenza.

L’abbassamento dei costi di produzione in forza-lavoro è stata una delle spinte maggiori verso le de-localizzazioni che, soprattutto negli ultimi decenni (ma non solo), si sono prodotte in molti settori produttivi.