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Antiper | Stato, crisi e riproduzione capitalistica

L’asin/istra italiana (e non solo) è sempre stata irresistibilmente attratta dalle teorie economiche che enfatizzano il ruolo dello Stato nella “protezione sociale” dei lavoratori dagli arbitri del “libero” mercato [1]. Di conseguenza, a sinistra, si è portati naturalmente a ritenere che Keynes e Marx, in fondo, siano molto più vicini tra loro di quanto non lo siano con i supporter del cd “libero mercato” [2].

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Giulio Palermo | Default totale. Per un’uscita anticapitalistica dalla crisi

In questo articolo, propongo una riflessione ad ampio raggio sul ruolo che può avere il
ripudio del debito pubblico in Europa in questa crisi economica e finanziaria. Ben inteso, la
crisi è mondiale e l’Europa non ne è certo l’epicentro. Anzi, l’Unione europea sta mostrando
la sua subalternità nei rapporti imperialistici mondiali e la sua impreparazione rispetto a
questa accelerazione delle contraddizioni che già viveva prima del coronavirus.

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Antiper | Il capitale non paga

“Per sostenere i prezzi e scongiurare così la causa attiva del pericolo [di naufragio finanziario], lo Stato dovrebbe pagare i prezzi che dominavano [il mercato] prima dello scoppio del panico commerciale nonché scontare il valore dei titoli che hanno [ormai] cessato di rappresentare una qualsiasi cosa tranne i fallimenti. In altre parole, la ricchezza [pubblica] di tutta la comunità, che il governo rappresenta, dovrebbe [essere usata per] compensare le perdite dei capitalisti privati. Questo tipo di comunismo, in cui la reciprocità è tutta da una parte, sembra piuttosto attraente per i capitalisti europei”

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Intervista ad Alain Badiou | Uscire dalla crisi? L’unica strada è la rivoluzione

…cosa resta del marxismo? È ancora uno strumento utile per criticare e analizzare la situazione socio-economica in cui ci troviamo?

Il marxismo non è solo “utile”, è il solo pensiero generale che possa illuminare il mondo contemporaneo ed essere alla base di una nuova politica. Tutti i concetti importanti di Marx sono molto più veri oggi che ai suoi tempi. Il mercato mondiale, per esempio, è molto più reale oggi che nel 1850. Per non parlare della creazione di una disoccupazione di massa: ci sono, nel mondo d’oggi, circa due miliardi di esseri umani che costituiscono ciò che si definisce il “surplus”. Persone che non sono né dei salariati, né dei proprietari, né dei consumatori. Insomma, non sono niente. Dall’altro lato, c’è la concentrazione del capitale: ad oggi, 264 persone possiedono l’eqiuivalente di quello che possiedono gli altri tre miliardi. Il mondo intero è sotto la legge, prevista da Marx, di un’oligarchia finanziaria estremamente meschina. Marx diceva anche che i governi erano «le fondamenta del potere del Capitale» e oggi tutti possono rendersi conto più facilmente che non 150 anni fa. E poi, chi crede ancora che un voto possa cambiare le cose? Insomma, è dalla visione marxista che bisogna partire, applicando al nostro mondo ciò che Marx aveva anticipato – e che dimostra il suo genio.

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Laboratorio Marxista | Seminare per raccogliere. Contributo al dibattito per la ricostruzione del partito comunista

Ogni analisi storico-politica deve porre al suo centro gli uomini concreti, con le loro contraddizioni, necessità e bisogni perché tali contraddizioni, necessità e bisogni costituiscono la base materiale su cui – sola – può poggiare la comprensione dell’evoluzione sociale. L’uomo astratto privato delle proprie contraddizioni, l’Uomo con la “U” maiuscola, non può essere oggetto di indagine materialistica. E quale più profonda “contraddizione” gli uomini hanno sperimentato nel corso della loro storia se non la contraddizione antagonista tra oppressi e oppressori, tra sfruttati e sfruttatori? Non può darsi comprensione – né, dunque, previsione – dell’evoluzione storica se si prescinde dalla centralità di questa contraddizione fondamentale ed anzi se non si parte proprio da tale contraddizione. Questo è uno degli elementi che fondano lo “statuto epistemologico” della concezione materialistica della storia, cioè di uno dei più formidabili contributi che Marx ed Engels hanno offerto alla conoscenza umana.

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Antiper | Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi – 2 (IAT)

Nella storia del pensiero economico possiamo distinguere tre correnti di pensiero sulla questione della riproduzione capitalistica. La prima, e la più conosciuta, è la nozione secondo cui il capitalismo è in grado di auto-riprodursi in modo automatico. [La riproduzione capitalistica] può essere regolare ed efficiente (teoria neo-classica) oppure imprevedibile e inefficiente (Keynes), ma [il sistema] comunque si auto equilibra.
Soprattutto, non ci sono limiti necessari all’esistenza storica del sistema capitalistico: che sia lasciato sé stesso (teoria neo-classica) o che sia opportunamente gestito (Keynes), esso può durare per sempre. Naturalmente, questa è sempre stata la concezione dominante nelle teorie borghesi. […] In ciò che segue discuteremo, in sezioni separate, la tradizione del “laissez faire” della teoria ortodossa e quella keynesiana (dall’Introduzione)

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Antiper | Chiose a Emiliano Brancaccio, “Uscire dall’euro? C’è modo e modo”

Download Antiper – Chiose a Emiliano Brancaccio, Uscire dall’euro? C’è modo e modo (PDF), Maggio 2014, 12 pag.

 

Chiose [1] di Antiper (in colore rosso) 

 

Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al fallimento.

 

Brancaccio sembra attribuire la “deflazione salariale” (cioè la diminuzione dei salari che sta avvenendo nei “paesi periferici”) al tentativo di “salvare la moneta unica”. Ma qui sorge subito una prima questione: la politica della riduzione dei salari è davvero una novità dovuta alla “moneta unica” (ed al tentativo del suo salvataggio)? Nei paesi in cui non vige questa questa “moneta unica” (leggi Gran Bretagna o USA) la deflazione salariale non si è realizzata?

Ovviamente le cose non stanno in questo modo. La riduzione del salario è infatti un obbiettivo permanente di ogni capitalista visto che minore è la quota salari pagata e maggiore è la quota profitti incassata; e del resto, in Italia, la “politica dei redditi” – come fu eufemisticamente battezzata – ha avuto anche l’imprimatur della sinistra istituzionale e del sindacato di regime fin dalla lontana “svolta dell’EUR” del 1978: da lì in poi, imprese, sindacati e governi si sono coordinati neo-corporativisticamente per impedire l’aumento del salario dei lavoratori italiani che infatti è, oggi, lo stesso di 24 anni fa (nonostante la maggiore ricchezza prodotta in questi anni). La stessa “scala mobile” ovvero il meccanismo di adeguamento automatico del salario al costo della vita (e che oggi sarebbe tanto di aiuto per i lavoratori) venne introdotta soprattutto per impedire che l’aumento dei salari superasse quello dei prezzi e quindi che vi fosse una crescita della “quota salari”.

L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque tutt’altro che scongiurata.

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Antiper | Slides per lo IAT “Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi”

Le slides sono basate sul documento di Anwar Shaikh (“Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi”), salvo alcune considerazioni degli autori o citazioni evidenziate con un colore più chiaro. OSS: Le slides non coprono la parte che riguarda la Legge della caduta tendenziale del saggio di profitto di Marx.

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Antiper | Introduzione alla storia delle teorie sulla crisi – 1 (IAT)

Nella storia del pensiero economico possiamo distinguere tre correnti di pensiero sulla questione della riproduzione capitalistica. La prima, e la più conosciuta, è la nozione secondo cui il capitalismo è in grado di auto-riprodursi in modo automatico. [La riproduzione capitalistica] può essere regolare ed efficiente (teoria neo-classica) oppure imprevedibile e inefficiente (Keynes), ma [il sistema] comunque si auto equilibra.
Soprattutto, non ci sono limiti necessari all’esistenza storica del sistema capitalistico: che sia lasciato sé stesso (teoria neo-classica) o che sia opportunamente gestito (Keynes), esso può durare per sempre. Naturalmente, questa è sempre stata la concezione dominante nelle teorie borghesi. […] In ciò che segue discuteremo, in sezioni separate, la tradizione del “laissez faire” della teoria ortodossa e quella keynesiana (dall’Introduzione)

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Antiper | La guerra come intervento dello Stato in economia. Una nota

Com’è noto anche i sostenitori del cosiddetto neo-liberismo ritengono che debba essere lo Stato ad occuparsi delle questioni che riguardano la “difesa” [2] o – per meglio dire – la guerra. E da un pezzo, a dire il vero, non si parla più granché di guerra; si parla piuttosto di “interventi umanitari”, di “polizia internazionale”, di “lotta al terrorismo”, di “sicurezza”… Le “dichiarazioni di guerra” non si fanno più e “viene naturale” pensare (ovvero, ci hanno abituato a pensare) che la guerra non abbia a che fare con l’economia, ma con la Democrazia, i Diritti Umani, la Libertà… E’ normale, dunque, che la guerra non venga percepita per quello che è ovvero per un tipico esempio di intervento statale in economia.

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Antiper | Il crack finanziario del 2007 e la “sconfitta” del neoliberismo

Secondo la quasi totalità dei commentatori “anti-neo-liberisti” il crack finanziario del 2007 – quello, per intenderci, dei “mutui subprime” – costituirebbe un’evidente sconfitta storica e teorica del neo-liberismo dal momento che quella crisi avrebbe dimostrato inequivocabilmente come il sistema finanziario americano e internazionale siano potuti sopravvivere al proprio collasso solo grazie al massiccio intervento diretto degli Stati. E, quando lo Stato interviene – deducono gli anti-neo-liberisti – il neo-liberismo è fritto

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Antiper | Due osservazioni sull’intervento di Giulio Palermo all’assemblea di Massa sulla crisi del 24 febbraio 2012 e qualche considerazione ulteriore

La relazione introduttiva di Giulio Palermo all’assemblea sulla crisi economica che si è tenuta a Massa il 24 febbraio scorso [1] è stata certamente interessante ed ha offerto molti elementi di riflessione. Il punto più forte è stato senza dubbio quello dell’aver interpretato la crisi come crisi derivante, in ultima istanza, dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, ciò che viene spesso dimenticato oppure, quando va bene, ricordato in modo puramente rituale.

E’ stato meritevole anche il fatto di aver introdotto la serata con una sostanziosa ricognizione su alcune categorie marxiane (dalla differenza tra capitale fisso e capitale costante, al plusvalore, alla formulazione del saggio medio di profitto, accennando anche ad una critica alle impostazioni “empiriste” ed al metodo di misurazione adottato in alcune analisi econometriche)…

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Antiper | Il luogo più comune dell’economia politica

L’economia politica è piena di affermazioni che a forza di essere ripetute come mantra finiscono per diventare “luoghi comuni”. Si tratta di affermazioni spesso contraddittorie (“la capacità di auto-regolazione del mercato”, “il necessario ruolo regolatore dello Stato”) che essendo generalmente considerate vere non vengono quasi mai verificate.

Uno dei più comuni tra i luoghi comuni dell’economia politica è certamente quello secondo cui il cosiddetto New Deal degli anni ’30-’40 avrebbe permesso agli USA e all’economia mondiale di uscire dalla crisi in cui erano precipitati dopo il crack del 1929 e la conseguente Grande Depressione

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Antiper | Capitalisti ottusi

Sostenere che i bassi salari costituiscono la causa della crisi [2] contrasta con l’evidenza empirica dal momento che all’inizio di ogni crisi i salari sono sempre più alti di quanto non siano alla fine. Addirittura, questo fatto ha dato origine ad una teoria (sulla crisi) chiamata “profit squeeze” [3].
Una banale spiegazione della tendenza dei salari a decrescere durante le fasi di crisi è costituita dal fatto che la crisi porta con sé un aumento della disoccupazione e questo aumento della disoccupazione porta con sé, a sua volta, un aumento della tendenza dei lavoratori ad accettare condizioni salariali e sindacali peggiorative in cambio del mantenimento del posto di lavoro [4]