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Antiper | La tecnica del male. Incontro a partire da Hannah Arendt (La banalità del male) con alcune considerazioni da Gunther Anders (IAT)

Il male non è necessariamente eroico. Anche lo sterminio sistematico di milioni di persone può essere un atto svolto burocraticamente, senza grandi passioni. Crimini come l’Olocausto o la decisione di annichilire Hiroshima e Nagasaki o anche la stessa quotidiana e invisibile strage per fame, guerre e malattie di centinaia di migliaia di esseri umani… sono stati (e sono) attuati senza alcun coinvolgimento emotivo o senso di colpa, in nome di «necessità» che vengono presentate come inderogabili. Ma queste «necessità» sono davvero tali? Davvero l’uomo non può nulla contro di esse?

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Antiper | Gunther Anders alla manifestazione del primo maggio contro Expo

Gunther Anders è stato un filosofo dalle posizioni decisamente radicali. Le sue idee sulle forme di lotta necessarie per impedire la corsa dell’uomo verso l’auto-distruzione nucleare erano molto precise: se si vuole fermare la rovina non sono le cose che devono essere colpite, ma le persone che di questa rovina sono responsabili. In un suo breve scritto ebbe a dire:

 

“4. Non vale la pena di minacciare i prodotti, giacché in essi è comunque già innata la “pulsione di morte”. Fino ad ora non ho assolutamente preso in considerazione il fatto che la distruzione dei prodotti (non solo quelli del nemico, ma anche i propri) rientra negli interessi del capitalismo, dato che tale distruzione è la condizione per la continuazione della produzione (la quale a sua volta richiede di essere prodotta). In breve, non ho considerato il fatto che tutti i prodotti (ammesso che con uno scherzo filosofico ci sia consentito attribuire loro una vita psichica) “desiderano” avere una vita tanto breve, quanto quella dei beni di consumo, e cioè di non esistere affatto; e dunque che la loro “pulsione di morte”, la loro speranza di sparire rapidamente, i loro impulsi tendenti verso quel fine rappresentano l’”inclinazione fondamentale” che agisce all’interno del sistema capitalistico.
Se si riflette su questo, allora si esita a credere alla paura e all’indignazione dei signori dell’industria di fronte al sabotaggio. Al contrario, essi sperano nel sabotaggio, poiché questo in verità non è che una variante della loro planned obsolence (obsolescenza pianificata) una variante in cui la distruzione, che solitamente essi stessi preparano (appunto attraverso la premeditata fabbricazione della scarsa resistenza di questi prodotti), viene affidata ad altre persone: ossia a quelli che loro stessi assumono con l’etichetta di “facinorosi”” [1].

 

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Umberto Galimberti | Perché siamo tutti figli di Eichmann

E se avesse ragione Erich Priebke quando, alla sbarra, utilizza quel fastidioso argomento che suona pressappoco così: “Se almeno sapessi cosa volete da me! Io mi sono semplicemente attenuto agli ordini. Allora ero pure in regola e quindi, se volete, ‘morale’ in fin dei conti non ho colpa se quell’ente di gestione con cui ho collaborato oggi è sostituito da un altro. Oggi è ‘morale’ collaborare con questo, allora era ‘morale’ collaborare con quello”?
Per confutare questo argomento, ripetuto da tutti i criminali di guerra fino alla noia, ogni anno celebriamo il 25 aprile perché “non bisogna dimenticare perché ogni amnesia è una sorta di amnistia”. Giusto principio, ma non all’altezza dell’evento. E tutte le persuasioni, le convinzioni, i ragionamenti che non sono all’altezza dell’evento sono già essi stessi macchine d’oblio destinate a naufragare in quella forma di indifferenza che sempre accompagnano le retoriche che perdono di vista la vera natura dei problemi.
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Gunther Anders | La conversazione con Manfred Bissinger


 
Bissinger: Dopo la supercatastrofe di Chernobyl il mondo è tornato di nuovo all’ordine del giorno, e in esso l’atomo sta ancora al primo punto. Di presa di distanza parlano e pensano ancora soltanto gli oppositori, quelli che ormai da sempre l’hanno fatto. Lei, G?nther Anders, è senza dubbio uno dei loro padri spirituali. Si aspettava qualcosa di più dallo choc di Chernobyl? 
 
Anders: È nostro compito – e io ho cercato di adempiere a tale compito – è necessario dare a questo choc una “nota d’eternità”. Non dobbiamo stancarci di dire alla gente: badate, qualcosa del genere può sempre accadere di nuovo. E ciò, non solo perché la tecnica russa sia inferiore a quella dell’Europa occidentale o a quella americana. Anche in Occidente sono già andate storte molte cose, e ciò può ripetersi in qualsiasi momento, e specialmente in Francia, che è disseminata delle più svariate installazioni nucleari. Io sono dell’avviso di fare di Chernobyl – benché ciò possa suonare alquanto cinico – un simbolo, allo stesso modo di Hiroshima, come io per lo meno ho cercato di fare. Era assolutamente fondato il fatto che, a mia insaputa, dal mio slogan “Hiroshima è dappertutto” [1] sia stata coniata la frase “Chernobyl è dappertutto” Questa seconda frase ha perfino un senso più forte della prima. “Hiroshima è dappertutto” voleva dire: “quel che è successo a Hiroshima, può succedere anche in qualsiasi altro luogo del globo”. “Chernobyl è dappertutto” vuol dire invece: se in un singolo luogo come Chernobyl accade una disgrazia, allora questa può co-accadere dappertutto, cioè può raggiungere tutti i punti della Terra. Quindi in un certo qual modo si trasforma in una “epidemia”.