Antiper | La legge, la giustizia e… Piazza Fontana

Siamo abituati (per la precisione, veniamo abituati) a pensare alle istituzioni – alla magistratura, ai corpi dello Stato, alle forze dell’ordine, ai servizi di sicurezza… – come ad una sovrastruttura incaricata di garantire l’ordine e la convivenza civile, una sovrastruttura “costretta” talvolta a svolgere attività inconfessabili ma sempre per il bene della comunità. Questa però è solo una rassicurante narrazione e niente è più efficace che analizzare gli eventi giuridici e politici seguiti alla bomba fatta esplodere a Milano il 12 dicembre 1969, presso la Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, per mostrare il lato oscuro dello Stato. Niente come quegli eventi mostra la sinergia degli apparati dello Stato nel cercare di usare la Giustizia contro la giustizia.
Quello che il giornalismo prezzolato e la letteratura storico-politica liquidano come “misteri” sono in realtà lucide e pianificate operazioni di autoconservazione di un potere che agisce all’ombra (e talvolta persino alla luce) della legalità formale. Bisogna infatti saper distinguere tra prassi giuridica e principi morali: non sempre quello che è “secondo Giustizia” è anche giusto. Solo per fare un esempio, lo spostamento da Milano al “porto delle nebbie” di Roma dei processi per Piazza Fontana o quello cosiddetto “7 aprile” fu forse legale, ma di certo fu immorale perché orientato ad intralciare e non a favorire l’emersione della verità.
E che importa il rispetto formale della legge se la legge è fonte di ingiustizia? Chi pretende il rispetto della legge schiavista è semplicemente un amico degli schiavisti, mentre è chi rompe le catene della schiavitù che sta dalla parte del giusto, anche quando non sta dalla parte della Giustizia (ovvero della legge).
Se ci fosse davvero un “contratto sociale” attraverso il quale i cittadini cedono spontaneamente allo Stato la propria sovranità in cambio della difesa della vita (Hobbes) non si potrebbe non constatare come questo patto sia stato mille volte violato in un paese come l’Italia dove lo Stato e i suoi funzionari, invece di adoperarsi per proteggere i cittadini, si sono adoperati spesso per garantire l’impunità a chi quegli stessi cittadini aveva deciso di massacrare. Mafia, massoneria, corruzione, stragi, fascismo, guerra… hanno potuto realizzarsi quasi tranquillamente per quanto ha riguardato i poteri dello Stato. I capi mafia sono rimasti “latitanti” per decenni dentro casa propria. I fascisti sono stati fatti espatriare dagli organi dello Stato per sottrarsi ad altri organi dello Stato. I piduisti hanno fatto carriera invece che la galera. E per tornare più indietro nel tempo i gerarchi fascisti che avevano trascinato l’Italia prima nella dittatura e poi nella guerra ebbero l’amnistia firmata dal Ministro della Giustizia.
Nonostante una capillare attività di depistaggio le carte delle commissioni d’inchiesta mostrano come il SID (Servizio Informazioni Difesa) ovvero il servizio segreto militare dell’epoca di Piazza Fontana, non si limitò a fallire nella prevenzione e nella repressione, ma al contrario protesse attivamente Ordine Nuovo e figure come Freda, Ventura, Giannettini, Pozzan… agenti operativi della “strategia della tensione”. Perché? Perché il SID era esso stesso parte di questa strategia. Non si trattò di “anomalie procedurali” o di “errori di impreparazione” (come qualcuno [1] ha avuto l’impudenza di affermare), ma di una ben precisa strategia politica di depistaggio, di inquinamento delle indagini e di copertura dei colpevoli, come sono costretti a riconoscere figure come Aldo Aniasi, sindaco socialista di Milano al tempo della strage, e Libero Gualtieri, Presidente della Commissione stragi [2].
Il punto è che la magistratura è essa stessa una componente del potere e non un suo contrappeso come amano ripetere i liberali; tanto meno è una sorta di contropotere, come lasciano intendere i legalitaristi come Marco Travaglio che ci raccontano la favola dei magistrati buoni e dei politici corrotti: una favola vera solo a metà.
Se vi sono stati magistrati che hanno combattuto la mafia e che hanno pagato per la loro scelta, vi sono stati anche, e ben più numerosi, magistrati che la mafia non l’hanno contrastata o che addirittura sono stati collusi con essa. Se ci sono stati magistrati che hanno indagato sulla loggia massonica occulta P2 ci sono stati anche magistrati membri della P2. Se ci sono stati magistrati che hanno fatto emergere la corruzione politica ci sono stati anche magistrati che si sono fatti corrompere dalla politica.
Fino ad arrivare al culmine, solo in apparenza paradossale, che un magistrato come Palamara, colto a tessere sporche trame di potere, è stato trasformato dai principali corruttori della magistratura in testimonial della magistratura corrotta. Il corto circuito perfetto.
Ma il problema non è tanto quello del magistrato o del poliziotto corrotto, quanto piuttosto quello del magistrato o del poliziotto onesto. Quale legge applica il magistrato onesto? Quali interessi difende il poliziotto onesto?
È necessario smitizzare l’idea di una magistratura come corpo estraneo alle dinamiche del potere perché essa è a tutti gli effetti un ingranaggio del sistema di potere politico-istituzionale. La storia italiana non è segnata da errori o inefficienze della magistratura, ma da collusioni che per decenni hanno garantito la sostanziale impunità dei crimini politici, persino di quelli stragisti.
Il potere giudiziario non si limita alla sola copertura degli amici e agisce anche come arma di neutralizzazione dei nemici. Chiari esempi storici sono costituiti proprio dal processo per Piazza Fontana – con la persecuzione di Valpreda e l’impunità garantita agli assassini di Pinelli – o dal processo “7 Aprile” contro l’Autonomia operaia organizzata, una sostanziale “montatura giudiziaria” basata su accuse sproporzionate rispetto alle reali azioni di un movimento che era colpevole soprattutto di ciance inconcludenti se non, addirittura, di farsi paladino della lotta contro il cosiddetto terrorismo (rosso, in quel caso) per mendicare qualche sconto di pena.
L’identificazione acritica tra legge e giustizia è un’assurdità logica e storica. L’esercizio del potere giudiziario è anch’esso una manifestazione di esercizio della forza, spesso slegata dalla giustizia morale. I “decreti sicurezza” o le leggi che vogliono mettere il bavaglio alle critiche contro Israele vengono approvati dal Parlamento e sono dunque tecnicamente “legali”, ma nonostante questo rappresentano una vera e propria deriva liberticida. Una procedura “formalmente democratica” di approvazione di una legge (ammesso che poi lo sia realmente) non garantisce nulla rispetto al contenuto democratico di questa. Il Parlamento israeliano vota “democraticamente” il genocidio dei palestinesi e il “democratico” mondo occidentale applaude. L’Italia invia miliardi di dollari a paesi in guerra per conto degli USA o partecipa missioni di guerra, pur contro la lettera e lo spirito della Costituzione, ma i cagnolini costituzionalisti non hanno nulla da dire. In tribunale ci si appiglia alle virgole e ai punti e virgola, ma sfugge alla vista il mastodontico problema delle alleanze di guerra e dei trattati segreti (per dirne uno, visto che parliamo di Piazza Fontana, l’operazione NATO denominata “Stay behind” o Gladio per gli amici).
Se oggi fatichiamo a scorgere le reali dinamiche del potere, è solo perché viviamo in una fase di estrema debolezza dei movimenti di opposizione e di lotta. Senza il termometro del conflitto sociale, la natura repressiva dello Stato appare sopita. Ma la storia ci insegna che non appena diventa necessario lo Stato è pronto ad agire anche in violazione dei propri stessi principi formali pur di conservare il suo assetto di potere e contestualmente è pronto a cambiare questi principi per adeguarli ai propri interessi.
Note
[1] La notte della repubblica, inchiesta di Sergio Zavoli, RAI, prima puntata.
[2] La notte della repubblica, ibidem.



