Antiper | Hannah Arendt sulla collaborazione dei Consigli ebraici alla Shoà

Tra i passaggi più controversi e coraggiosi de La banalità del male [1] vi sono quelli in cui Hannah Arendt mostra la complicità dei Consigli degli anziani nel genocidio del popolo ebraico; questi passaggi hanno fatto guadagnare alla filosofa tedesca l’appellativo di “ebrea che odia gli ebrei” in quanto non in linea con la narrazione antidialettica che dopo la Seconda guerra mondiale è stata costruita sul genocidio del popolo ebraico.
L’assunto fondamentale dell’autrice è il seguente: ovunque vi fossero comunità di ebrei esistevano capi ebrei che, quasi senza eccezioni, collaborarono con i nazisti. E dove questi capi non esistevano essi vennero imposti dalle autorità naziste che avevano ben chiara quale fosse la funzione che avrebbero dovuto svolgere: consentire che la sottomissione, la deportazione e la distruzione degli ebrei avvenisse nel modo più ordinato – e dunque più efficiente – possibile.
Ai Consigli ebraici, gli Judenräte, venivano affidati diversi compiti tra cui quello, terribile, di compilare gli elenchi delle persone che dovevano essere deportate nei campi di concentramento e dei quali dovevano essere sequestrati i beni.
Con la scusa del finanziamento del sistema di trasferimento nei territori dell’Est le persone venivano derubate di tutto e anche a questa sottrazione provvedevano i Consigli.
Ovviamente, per realizzare il proprio sporco lavoro i Consigli ebraici si appoggiavano ad una Polizia ebraica, la quale si impegnava nella cattura degli ebrei e nel loro caricamento sui treni della morte (il rastrellamento finale a Berlino, ad esempio, fu effettuato esclusivamente da poliziotti ebrei). E a differenza di quanto si potrebbe credere i poliziotti ebrei erano anche “più brutali e più fanatici” di quelli nazisti perché dall’efficienza del loro lavoro dipendeva la loro stessa esistenza.
In tutte le ricostruzioni successive alla guerra i Consigli ebraici vengono dipinti come costretti a svolgere le loro funzioni senza potersi ribellare ad esse. Naturalmente, si potrebbe osservare che anche quella della morte è una scelta e che prima della scelta della morte c’è la scelta della ribellione, anche quando essa prospetta la morte in ipotesi; pensando a Pietro Abelardo [2] si può essere costretti a uccidere chi minaccia la propria vita.
I membri dei Consigli ebraici non fecero niente di tutto questo e preferirono salvare la propria pelle non combattendo contro i nemici, ma accompagnando ai treni della morte la propria stessa gente.
Quando si sceglie di farsi carnefici per non essere vittime si compie una scelta, sia pure indotta delle circostanze (come peraltro avviene per ogni scelta). E se qualcuno pensa che abbia un qualche senso morale il temporaneo prolungamento della propria “nuda vita” conquistato attraverso l’accompagnamento alle “docce” e poi ai forni crematori di migliaia di innocenti questa è una sua valutazione sul senso della vita, non certo una “oggettività” alla quale sia impossibile sottrarsi.
Arendt osserva che, durante il processo di Gerusalemme, l’accusa evitò accuratamente di chiamare a testimoniare i responsabili dei Consigli e che nell’unica occasione in cui questo avvenne (con la deposizione del barone Philip von Freudiger) si determinò la sola esplosione di rabbia del processo quando gli ex-deportati ungheresi inveirono contro il testimone costringendo la Corte a sospendere l’udienza. Il barone veniva accusato di non aver fatto nulla per favorire la presa di coscienza da parte degli ebrei sul loro destino e di non aver fatto nulla per aiutarli a fuggire per sottrarsene. L’autodifesa di von Freudiger fu che il 50% degli ebrei che fuggivano venivano ripresi e uccisi; ergo che senso aveva aiutarli a fuggire?
“Egli dimenticava però che furono uccisi il 99% di coloro che non fuggirono. «Dove potevano andare?» – aggiunse – «dove potevano fuggire?» Ma lui, personalmente, era fuggito in Romania, perché era ricco e perché Wisliceny [3] l’aveva aiutato” [4]
Si tratta di un punto centrale ed essenziale della riflessione di Hannah Arendt. Senza la collaborazione dei Consigli nel disciplinamento degli ebrei questi si sarebbero salvati in misura molto maggiore di quanto in realtà non avvenne
“La verità vera era che se il popolo ebraico fosse stato realmente disorganizzato e senza capi, dappertutto ci sarebbe stato caos e disperazione, ma le vittime non sarebbero state quasi sei milioni.” [5]
È una cosa vista altre volte: senza qualcuno che apre la strada alla rivolta e alla resistenza, pochi carnefici possono portare al macello masse immense di vittime.
Ribellarsi non è dunque solo giusto: è anche utile.
Ovviamente i membri dei consigli ebraici si difesero affermando che essi avevano tentato di “negoziare” con i nazisti e affermarono di essere stati capaci di ottenere qualche risultato, fingendo di non rendersi conto che le concessioni una tantum erano proprio il modo per ottenere la collaborazione ex regola.
E fu così che si passò dalla finta negoziazione alla vera collaborazione. I funzionari ebrei si convinsero di poter salvare mille persone sacrificandone cento, mentre invece ne sacrificavano cento alla volta. Quando non fu semplice cinismo, la loro fu la falsa coscienza necessaria per raccontarsi la favola di non essere soggetti organici del genocidio, ma coraggiosi negoziatori delle vite altrui.
I nazisti avevano deciso di risparmiare, o quanto meno ritardare, l’assassinio di ebrei influenti dotati di relazioni esterne capaci di creare qualche fastidio; i capi ebraici non esitarono ad accettare l’idea di identificare categorie privilegiate di ebrei (veterani decorati, ebrei illustri, funzionari). Ovviamente, come osserva Arendt, accettare l’idea di una èlite da risparmiare significava implicitamente riconoscere la regola della distruzione per la massa. In Ungheria, il dottor Kastner salvò 1.684 “ebrei illustri” (definiti da Eichmann “miglior materiale biologico”) ma a quale prezzo? Al prezzo di circa mezzo milione di vittime.
E del resto, non erano proprio i membri dei Consigli ad essere ebrei illustri a cui risparmiare le camere a gas?
La collaborazione dei Consigli al genocidio ebbe effetti tremendi segnando il fallimento morale non solo dei persecutori nazisti, ma anche della “rispettabile società” europea nel suo complesso, incluse le leadership ebraiche. Le vittime stesse persero la propria dignità nel momento in cui accettarono di fatto i criteri della soluzione finale individuati dai nazisti, come la distinzione tra ebrei “civili” (occidentali) ed ebrei “primitivi” (gli Ostjuden, gli ebrei dell’Est, che infatti furono colpiti molto più duramente).
Con la collaborazione, i capi delle comunità ebraiche sceglievano in base ai criteri decisi dal nemico.
Chi era disposto ad andare in Palestina lasciando in Germania tutto quello che aveva veniva salvato dai capi sionisti i quali andavano a prelevare i prescelti persino dentro i campi di concentramento
“Il vero problema dei sionisti, all’inizio, erano gli inglesi, non i tedeschi perché l’obbiettivo sionista era quello di spostarsi in Palestina” [6]
Questo, ovviamente, stava benissimo ai tedeschi che con la partenza degli ebrei dalla Germania ottenevano al tempo stesso la “pulizia etnica” e la possibilità di impossessarsi dei loro beni; era invece meno gradito agli inglesi che controllavano quei territori.
Per questa ragione Arendt afferma che i sionisti
“probabilmente furono tra i primi ebrei a parlare apertamente di interessi comuni” [7]
Gli ebrei ricchi e illustri vennero salvati al posto di quelli poveri e sconosciuti; gli ebrei occidentali e civilizzati vennero salvati al posto di quelli slavi “subumani”.
Una gerarchia della morte persino più orribile della morte stessa.
Gli ebrei “non selezionati” si vennero così a trovare di fronte a due nemici: da un lato le autorità naziste che non li volevano in Germania e dall’altro le autorità ebraiche che non li sceglievano per la sopravvivenza.
Al processo di Gerusalemme il tema della collaborazione dei Consigli ebraici con i nazisti venne accuratamente evitato e per una ragione evidente: Israele era nata come occupazione della terra del popolo palestinese grazie all’accordo delle “leadership” ebraiche con l’imperialismo inglese prima e americano dopo, ma anche grazie alle negoziazioni con le autorità naziste per far partire i pionieri-coloni [8].
Il Pubblico Ministero scelse di insistere soprattutto sulla rassegnazione delle vittime (“perché non vi ribellaste?”) per coprire la realtà molto più scomoda di una leadership che aveva attivamente assistito la macchina dello sterminio.
Note
[1] Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli (edizione digitale).
[2] Pietro Abelardo, Scito te ipsum (conosci te stesso o Etica), Firenze, La nuova Italia, 1976.
[3] Ufficiale delle SS.
[4] Arendt, Ibidem.
[5] Arendt, Ibidem.
[6] Arendt, Ibidem.
[7] Arendt, Ibidem.
[8] Antiper, Sionisti, colonialisti e nazisti all’origine dell’occupazione della Palestina, https://www.antiper.org/2024/05/25/antiper-sionisti-colonialisti-nazisti-arendt/



